Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Viareggio – Prescrizione di una strage

Viareggio – Prescrizione di una strage

La Cassazione ordina un nuovo processo e cancella l’aggravante del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro

Tutto da rifare. E molto di quello che si rifarà dovrà esser considerato prescritto.

Così ha deciso la Corte di Cassazione dopo otto mesi di analisi delle carte. Una decisione contestata dai familiari delle trentadue vittime, soprattutto perché ha sancito il non luogo a procedere per molti degli imputati perché per essi è caduta l’aggravante al comma 2 dell’articolo 589 c.p.p. (quello che appunto regola l’aggravio di pena per il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro).

E quella parola: “Prescrizione” applicata a quasi tutti gli imputatim scatena la rabbia dei parenti e dei loro avvocati che hanno fatto un lavoro enorme per determinare le colpe, fatto di perizie, terstimonianze e tanto materiale forense. Quelle colpe che sono state sancite per legge ma che appunto, per quasi tutti, sono PRESCRITTE.

Marco Piagentini

Un dolore immenso, come quello che ho provato il giorno che mi hanno comunicato che Emanuela era morta. Un dolore immenso che ci darà però nuova forza. Non molleremo. Saremo pronti a una nuova battaglia” ha detto Daniela Rombi, volto simbolo di questa lotta insieme a Marco Piagerntini, che sul volto ha davvero le cicatrici di quella notte del 29 giugno 2009, che ha perso quel giorno moglie e due figli, che ha parlato di: “ritorno al medioevo, quando i signori e i ricchi sfuggivano alle loro responsabilità”.

Insieme a Marco e Daniela ieri, riuniti in Piazza Cavour c’erano tutti i parenti che hanno gridato la loro prostrazione fatta di lacrime e incredulità. Un percorso lunghissimo, il loro, dove come spesso accade nel nostro paese, chi è vittima deve lottare contro tutto e tutti per veder sancito il diritto alla Giustizia dei propri cari innocenti. Un percorso che dopo aver assistito a un balletto feroce fatto di scarico di responsabilità, dopo aver visto in primo grado e appello riconosciute almeno in parte delle colpe per quell’inferno, si è chiuso con quella parola: “Prescrizione”.

Ci sarà un nuovo processo, dunque. E si tornerà in aula per rileggere e cercare di trovare un senso logico a quell’assurdo concorso di responsabilità che hanno portato il treno merci 50325 a deragliare proprio all’ingresso della stazione di Viareggio quella maledetta notte, facendo esplodere il suo carico di GPL coinvolgendo le strade e i caseggiati limitrofi. Facendo strage di corpi e di sogni.

E i principali imputati: Mauro Moretti, all’epoca AD di FSI, Michele Mario Elia, AD di RFI e Vincenzo Soprano, AD di Trenitalia vedranno ricalcolate le pene per disastro ferroviario. Ma per tutti gli altri il reato è confermato, ma PRESCRITTO.

Questa sentenza lascia l’amaro in bocca, perché dopo tanta fatica i due processi svolti avevano stabilito con chiarezza tutta la catena di responsabilità per quella strage. E questo, però, al di là della Cassazione e del ricalcolo delle pene, non potrà esser cancellato. La verità storica c’è!”

Alessandra Valentini, collega giornalista che ha scritto un bellissimo libro sul caso, uscito pochi mesi fa dal titolo: “Viareggio – Il racconto di una strage” (Bibliotheka edizioni) esprime la sua sensazione a caldo dopo aver ascoltato la lettura della sentenza. Lei che ha seguito per anni tutta la vicenda giudiziaria, non può non pensare a loro: ai familiari delle vittime, che lei ha visto lottare con grande dignità in questo iter processuale: “Queste famiglie, che da undici anni lottano per i loro parenti, sonostati capaci con tre sole parole: – Verità, Giustizia e Sicurezza – di sintetizzare quello che va oltre l’aspetto prettamente giudiziario legato ai fatti. Essi con il loro esempio e il loro impegno pretendono che siano applicate norme di sicurezza più stringenti affinché non ci siano altre Viareggio. La loro quindi è una lotta civile per tutti, non di parte”.

Più sicurezza quindi… Come non tornare allora ancora una volta alle parole di Marco Piagentini e Daniela Rombi, che nella puntata di novembre scorso di “Che ci faccio qui” con Domenico Iannacone per Rai Tre, avevano ricordato che sarebbe bastato rispettare il protocollo che prevedeva una cisterna vuota in testa e una in coda alle altre piene di GPL, perché tutto non accadesse. Perché per il profitto non si può accettare una strage come questa, una strage Prescritta.

Perché qualcosa dovrà pur insegnarci questa storia che, per dirla con le parole dello stesso Iannacone: “è una cicatrice colettiva che ci portiamo addosso come popolo.”

Mauro Valentini

La cena degli dei – Marino Bartoletti ci invita nell’Olimpo

Una favola dolce e colta, una lettura che commuove narrando di eroi senza tempo, tutti attorno a un tavolo in Paradiso

Chi se non Marino Bartoletti, testimone appassionato di mezzo secolo di sport e cultura in Italia, avrebbe potuto organizzare una cena così?
Chi se non lui, avrebbe potuto ideare un incontro piacevole e goliardico tra miti e campioni che prima di tutto facesse ordine nelle leggende di questie autentiche leggendedel secolo passato, scelte con il criterio del cuore, non solo per meriti quindi ma anche e soprattutto per amore.

Questa è “La cena degli Dei” (Gallucci editore) un libro scritto da Bartoletti che per l’occasione, lasciando la narrazione in prima persona, con la riconosciuta umiltà di chi tutto conosce (e nulla ostenta) di questo mondo fatto di arti e sport, consegna idealmente al “Grande Vecchio” Enzo Ferrari l’onere e l’onore di una rimpatriata di anime forti e belle, per una cena in Paradiso che metterà seduti a banchetto e  in conversazione, alcuni personaggi che ognuno di noi avrebbe voluto avere anche solo una volta come commensali.

«Sembrava che gli ospiti, anche quelli che si erano incontrati da pochi minuti, si conoscessero da sempre. Sic accanto a Marco e ad Ayrton pareva un bimbo affamato di favole. […] E Tazio che chiedeva a Lucio se veramente avesse cantato un intero disco chiamato Automobili; e Luciano che ripercorreva con Lady D le serate passate insieme nel nome della solidarietà; e il commendatore che faceva il galante con la divina Maria, chiedendole della sua Norma e della sua Violetta…»

Pavarotti, Lucio Dalla, Lady D, Simoncelli, Pantani, Nuvolari, Francesco Baracca, Maria Callas e Ayrton Senna… ve li immaginate a cena tutti insieme? Beh, Marino Bartoletti non solo li ha immaginati, ma ce li ha pure raccontati con grande dolcezza e simpatia, presentandoci con questo escamotage geniale e narrativo, anche aspetti poco noti e taciuti, debolezze e passioni di queste donne e questi uomini che hanno scritto la storia del secolo con i loro pensieri, le loro parole e soprattutto con le loro gesta.

Un romanzo che si legge come una favola, con lo stesso animo puro e incantato dall’incanto che ognuno di noi cela dentro nel ricordo di questi eroi, di questi Dei appunto. Un libro dolce e tanto ricco di cultura e di aneddotica, che davvero riempie il cuore.

Un libro, quello di Marino, che andrebbe letto ad alta voce in famiglia davanti al camino o in cucina dopo cena, pieno di parole che legano magicamente generazioni e passioni. Un libro in una parola: imperdibile.

Mauro Valentini

Natale in casa Castellitto

Il presepe che fu di Eduardo divide il pubblico e dimostra quanto il Teatro sia lontano dalla TV (e dai suoi spettatori)

C’era molta attesa e prevenuto scetticismo nei confronti di questa volatile e pindarica transposizione dell’opera di Eduardo più famosa (e tutt’altro che la migliore) regalata al pubblico in semi-lockdown l’antivigilia di Natale.
Attesa perché le qualità liriche e iconoclaste del regista Edoardo De Angelis facevano presagire una rilettura di quello scritto dissimile e originale rispetto alla prima teatrale di 90 anni fa e delle due rappresentazioni televisive del 1962 e del 1977. E poi c’era lui, Sergio Castellitto, alle prese con un ruolo che è stato di colui che fu il più grande dramaturgo del secolo passato e con una macchia per molti gravissima: essere nato a Roma.

Come se poi un’opera così intensa e intima nella costruzione e nei ruoli dei protagonisti, si potesse in qualche modo relegare a macchietta locale e non volare oltre. Come quel teatro meritava e meriterà ancora per secoli.

Eppure…

Il cast al completo

De Angelis non riesce a emozionare fino in fondo, rimane forse troppo riverente nei confronti del Maestro e non fa esplodere quella sua riconosciuta capacità di sorprendere con cui era riuscito in opere precedenti e prettamente cinematografiche come Perez e soprattutto Indivisibili , con cui aveva vinto David e Venezia nel 2017.
La regia è troppo pulita, manca di quel guizzo che dovrebbe esser mezzo televisivo, evidenziando la differenza tra il Teatro, quello vero, e la Televisione, che è sempre troppo stretta anche a 65 pollici.

E che soprattutto non è palcoscenico, non crea quella magia tra spettatore e attore che lo rende unico.

Lo sapeva bene Eduardo che tanto ci lavorò per adattare le sue opere alla divulgazione televisiva, e lo sa benissimo anche Castellitto che, in un prologo prima dell’inizio, aveva pregato tutti di non paragonare, di non sovrapporre il suo Luca Cupiello a quello vero. A quello del Maestro.

Sergio Castellitto è Luca Cupiello

Gli attori ce la mettono tutta, e bravissimi sono tutti, dallo stesso Castellitto a Marina Confalone e seppur con qualche limite a Adriano Pantaleo, apparso troppo elettrico e macchiettistico nel suo Tommasino. Ce la mettono tutta ma rimane l’amaro in bocca, la sotterranea sensazione di qualcosa di incompiuto, di non definitivo, dimostrando ancora una volta che la televisione è proprio la casa più stretta e malsana della rappresentazione teatrale.

E del resto, Eduardo, in una sua intervista, si era espresso in modo bonario e accogliente nei confronti del mestiere dell’attore, dicendo che in fondo: Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato, quello, è il teatro”

Buon Natale a tutti i Cupiello del mondo.

Mauro Valentini

30 anni fa la strage alla scuola Salvemini di Casalecchio

dodici morti e nessun colpevole. Per la Giustizia solo una fatalità

Un Aermacchi MB 326 pesa 3760 chilogrammi quando ha il serbatoio pieno.

Quella mattina del 6 dicembre del 1990 il sottotenente Bruno Viviani, di soli 24 anni e già 750 ore di esperienza sta volando con uno di questi gioielli della nostra aviazione, per una missione in solitaria che avrebbe dovuto esser utile alla calibrazione di non meglio precisati sistemi di difesa. Solo che quella mattina, l’aereo ha qualche problema. Decollato da Villafranca da una mezzoretta, mentre sorvola Rovigo si pianta con il motore. Il pilota decide di virare verso Bologna dove c’è un aeroporto che potrebbe farlo atterrare in sicurezza. Ma l’aereo non è più in grado di colmare quei pochi chilometri che lo separano dalla pista. E allora, Viviani si eietta con il suo seggiolino fuori da quel missile ormai in fiamme e con il paracadute riesce a salvarsi.

Aermacchi_MB-326

Solo che quell’aereo abbandonato a se stesso punta verso il basso, verso Casalecchio  sul Reno, verso l’Istituto Tecnico Salvemini. Verso la classe 2° A che in quel momento, sono le 10:33, è immersa in una lezione di Tedesco con la professoressa Germani.
Il muso dell’aereo senza controllo sfonda la parete della classe e uccide dodici alunni, e ferirà in modo permanente più di settanta persone tra alunni e corpo docente, dato che l’impatto e l’invendio generato dal cherosene esploso con esso, genera danni non solo in quella classe.

E poi, come in tante, troppe tragedie italiane, inizia il balletto delle responsabilità.
A raccontare il calvario delle famiglie, il solito calvario delle associazioni vittime di queste tragedie, dopo trent’anni, al quotidiano La Repubblica è Roberto Alutto, che a causa di quel volo impazzito ha perso sua figlia Debora: “Uno Stato che per noi non c’è stato”. E l’accusa ha un suo drammatico riscontro nel balletto processuale dove due Ministeri si trovano uno contro l’altro: Quello della Difesa contro quello della Pubblica Istruzione a cui sarà impedito di presentarsi parte civile.

E in quel processo la Giustizia divenne un orpello, un “di più” da sacrificare in nome delle ragioni dello Stato. In primo grado furono condannati per disastro colposo sia il pilota che il suo comandante e il controllore della Torre di Bologna. Ma poi, in appello, il colpo di spugna. “Il fatto non costiuisce reato” è stata una fatalità, nessuno ne ha colpa… E chiusa la vicenda.

La classe colpita

Eppure, il PM prima e il PG poi in appello avevano sostenuto che Viviani operò “con la massima negligenza ed imprudenza”. Parole dure che descrivono come il suo primo obiettivo era stato quello di salvare l’ aereo, non di risparmiare vite umane. Perché se avesse pensato a loro, al rischio di colpire quella scuola o un centro abitato, si sarebbe diretto verso il mare, non sull’Aeroporto. 

E poi le solite, drammatiche e sanguinanti dichiarazioni di tutti i familiari colpiti da queste ingiuste sentenze: “E’ uno schifo, hanno ammazzato i nostri figli per la seconda volta”. E lo Stato maggiore dell’Aeronautica militare che al contrario dichiara appena chiuso l’iter giudiziario: “Non proviamo nè esultanza, nè gioia. Questa assoluzione ci fa piacere solo perché una conferma della sentenza di primo grado avrebbe comportato la progressiva paralisi dell’attività dei nostri piloti”.
Il volo quindi è salvo. Però quei ragazzi non avranno il ricnoscimento della Giustizia. Neanche formale. Fatalità. Ragazzi, è stata solo una fatalità. Fatevene una ragione.
I loro nomi sono scolpiti in una stele che li ricorda, davanti a dove, quella mattina di trenta anni fa, un aereo senza pilota e senza controllo portò via i loro quindci anni.

  • Deborah Alutto di Bologna
  • Laura Armaroli di Sasso Marconi
  • Sara Baroncini di Casalecchio di Reno
  • Laura Corazza di Sasso Marconi
  • Tiziana de Leo di Casalecchio di Reno
  • Antonella Ferrari di Zola Predosa
  • Alessandra Gennari di Zola Predosa
  • Dario Lucchini di Bologna
  • Elisabetta Patrizi di Casalecchio di Reno
  • Elena Righetti di Sasso Marconi
  • Carmen Schirinzi di Sasso Marconi
  • Alessandra Venturi di Monteveglio

Mauro Valentini

Sentenza Vannini – “Crudeltà – Depistamenti – Ripetute menzogne”

Le severe motivazioni dei Giudici puntano il dito su Martina, Viola e le mancate prime indagini

Sono arrivate finalmente le motivazioni della sentenza che il 30 settembre 2020 ha condannato tutta la famiglia Ciontoli per omicidio. E sono parole durissime, lucide e che finalmente fanno chiarezza su tutto quello che non doveva accadere ma è accaduto quella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015.

Almeno quella verità processuale a cui si è potuto arrivare, nonostante,  scrive l’estensore della sentenza la “lacunosità delle prime indagini”. Lacune che come sappiamo hanno privato di verifiche tecnico scientifiche le dichiarazioni rese dagli imputati, unici testimoni dell’omicidio.

Il Giudice inizia con una stizzita replica a chi, tra gli avvocati difensori di Ciontoli, aveva bollato questo processo come già scritto. A pagina 19 infatti si legge che: “Nessuna decisione può considerarsi assunta sino al momento in cui la Corte abbandona la camera di consiglio per dare lettura del dispositivo. Opinare diversamente significa non nutrire particolare rispetto né nei confronti della magistratura togata e ancor meno nei confronti dei giudici popolari, dovendo ricordare come a decidere siano otto persone.” 

Marco Vannini (Foto dal libro Mio figlio Marco – Armando Editore)

E i giudici puntano dritto al punto, senza girarci troppo intorno. e lo fanno con chiarezza e con parole che raramente avevo letto così severe nei confronti dell’ “ Incredibile è il comportamento assunto dai componenti della famiglia Ciontoli” 

Nulla sfugge alle analisi del Giudice Gianfranco Garofalo e ai giudici al suo fianco sia riguardo alle mancate tracce di sangue nel bagno e delle impronte sul bosso, finanche alla strana dichiarazione di Antonio Ciontoli che, nell’ultimo giorno prima della Sentenza aveva parlato di un orario diverso dello sparo. E infatti essi scrivono e puntualizzano a pagina 21: “Può considerarsi un semplice tentativo quello messo in atto dalla difesa di spostare tale momento di inizio di circa quindici minuti, quindi alle 23:30 per ridurre così il tempo dell’omesso intervento decisivo in favore della vittima come se tale lasso di tempo potesse incidere in maniera determinante sulla responsabilità degli imputati.” 

Lo scritto poi, oltre a demolire punto dopo punto le ricostruzioni degli imputati addirittura raccogliendole in un capitolo a parte titolato : CONTRADDIZIONI, si esprime con durezza prima nei confronti di Viola Giorgini, una teste ammessa a quest’ultimo processo, sia nei confronti di Martina.

Per Viola infatti si legge: “… si evince come la deposizione della Giorgini abbia dimostrato una assoluta assenza di credibilità della stessa e della sua propensione alla reticenza su fatti certamente a sua conoscenza per avervi preso parte”.  Può bastare? per il Giudice evidentemente no, perchè nella pagina successiva scrive: “Su una cosa la Giorgini ha però contribuito forse involontariamente, a fare chiarezza: Secondo la sua testimonianza sollecitata più volte sul punto, non appena lei e Federico ebbero a sentire il forte rumore che proveniva dal bagno della sua abitazione ed erano usciti subito dalla stanza dove si trovavano e avvicinati al bagno e aveva sentito provenire dall’interno la voce sia di Antonio che di Martina che, quindi, si trovava all’interno del bagno nell’immediatezza dello sparo”.  

E su Martina quindi che la giuria e la sentenza puntano il dito. Perché il nodo di tutto è sempre quello: Martina era presente allo sparo, come lei stessa dice e mima a gesti nelle intercettazioni ambientali di poche ore dopo il fatto sul divano della Caserma di Civitavecchia?

Questa sentenza bolla come “parte più inverosimile della sentenza di primo grado” proprio la parte in cui si afferma che Martina non sia presente. No, per la Corte di Appello di Roma non c’è certezza, smontando in tre pagine la prova della assenza di particelle di polvere da sparo e spiegando che, come affermato nel primo processo dai RIS, essa non sia affatto una prova di assenza, dato che la stessa era stata repertata troppe ore dopo lo sparo stesso.

Ma non solo, per Martina e per la sua famiglia si usano parole di fuoco quando, a pagina 48 si scrive: “Orbene, ove si abbia riguardo; alle spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti da loro assunti, che in taluni casi rasentano una vera e propria crudeltà nei confronti di un ragazzo ferito che urla di dolore e che viene rimproverato per questo motivo, un ragazzo che è stato ed è il fidanzato di Martina e che il Ciontoli afferma di tenerlo in considerazione come un figlio”. Ma non è finita: ” Ed allora è da chiedersi come sia possibile che il rumore prodotto da un colpo di arma da fuoco calibro 9 soprattutto in un ambiente ristretto come quello del bagno in casa Ciontoli (…) venga da tutti colto come – Un tonfo – come un rumore di un oggetto che cade e soprattutto, una volta sentita l’esplosione, accertato che Marco risulta ferito e viste le pistole in bagno, qualcuno di media intelligenza possa credere alla versione del – Colpo d’aria – propinata a dire di tutti da Antonio. Colpo d’aria che poi diventa un buco procuratosi con un pettine a punta!”

No, per i giudici non ci sono dubbi, e quello che la famiglia Vannini e i suoi legali Celestino Gnazi e Franco Coppi hanno sempre affermato in punta di logica, appare per la prima volta scritto in una sentenza: “Martina Ciontoli è in bagno ed assiste allo sparo del padre, quindi: ha sentito una forte esplosione, la reazione di Marco al ferimento e la fuoriuscita di sangue per cui non può ignorare cosa sia successo; Eppure, invece di intervenire per aiutare quello che sino a pochi minuti prima è stato il suo fidanzato, aiuta il padre a depistare le indagini …(…) e alle domande dell’infermiera Bianchi che le domanda cosa sia successo risponde che non lo sa perchè non era presente, passando da una condotta passiva consistita nel tacere a una attiva consistita nel fornire false informazioni sulla sua presenza in modo da non dover raccontare la verità”. 

Le ultime pagine appaiono quasi di rammarico nel non poter infliggere una pena più severa ai tre componenti della famiglia oltre Antonio, proprio per le attenuanti generiche inattaccabili in questo processo concesse a Ciontoli padre nel primo grado. Si legge infatti che per Martina, Federico e Mery: “è vero che il mutamento del titolo di reato (da colposo a volontario con dolo) … consentirebbe di procedere ad una loro valutazione ex novo, ma non può esser valutato un trattamento sanzionatorio più punitivo ai tre imputati a fronte di quello inflitto ad Antonio Ciontoli, chiamato a rispondere di condotte più gravi e persistenti”. 

Se la Cassazione nella prossima estate non stravolgerà questa sentenza, potremmo metter fine pur con tanti punti oscuri alla storia processuale di Marco e dei suoi assassini. Resteranno negli occhi e nelle orecchie le battaglie per la Giustizia di Marina e Valerio, che questa sentenza almeno sembra aver concesso seppur, e (lo dicono quasi tra le righe gli estensori) soltanto in parte, tanto solo state lacunose indagini e tanti gli errori dei precedenti processi.

Io, per conto mio, a Marina e Valerio dedico questa frase della poetessa bulgara Blaga Dimitrova, che riguardo alle dure lotte per la verità scriveva: “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa sentiero”.

Mauro Valentini

 

Maradona a Roma – 28 aprile 1985

IO C’ERO

Quella mattina eravamo impazienti. Abbonati da cinque anni in Curva Sud. Avevamo 18 anni. Più o meno. Impazienti quella mattina. Con la partita che iniziava alle 15:30, con un sole già caldo alle 10:00. E noi già pronti ad andare.
Impazienti di vederlo per la prima volta dal vivo.

Non era stata una grande annata per la Roma. E neanche per il Napoli. Si lottava a stento per un piazzamento in Coppa Uefa, appaiate al settimo posto. Due squadre in ricostruzione.
Ma noi quel giorno eravamo lì per lui. Per Diego.

Della partita ho un vago ricordo, pareggio 1-1, ma il ricordo più forte fu quella discesa di quel numero dieci pieno di capelli e che si muoveva nel campo come non si era mai visto in nessun campo prima di lui. Quella discesa sulla fascia destra, quella danza in corsa con un pallone tra i piedi che quasi non guardavi più tanto bello era il suo incedere. E poi quel tocco contro ogni logica balistica verso il centro dell’area, dove un certo signor Daniel Bertoni da Bahia Blanca la spinge in rete. L’urlo della Curva Nord tutta piena che esplode e noi che ci guardiamo negli occhi: “Hai visto come l’ha messa in mezzo Umbè?”

Diego e Bruno

Lo rividi altre cinque volte dal vivo : il 26 gennaio e il 26 ottobre del 1986. il 25 ottobre 1987, l’ultimo dell’anno 1988 e l’8 ottobre 1989. Ci ha fatto gol, ha perso e ha vinto. Ma non ho visto mai da lui un gesto di insofferenza ai calci che subiva, ho sempre visto sorrisi e pacche sulle spalle dagli avversari. Sempre con un saluto con la mano a noi che in teoria gli dovevamo esser ostili… In teoria.

“Hai visto Umbè che passaggio? Hai visto Robbè che palla je ha dato? Hai visto Già che dribbling?”

Sì. Io c’ero. HO VISTO MARADONA. E non lo dimenticherò mai.

Eraldo Pecci, commentando tra le lacrime la morte di Diego ha detto: “Quando un grande calciatore smette di giocare si ritira la maglia con il suo numero. Oggi tutti dovremmo ritirare il pallone. Perché Maradona non c’è più”.

In ricordo di Diego Armando Maradona (Lanus, 30 ottobre 1960 – Tigre, 25 novembre 2020)

Mauro Valentini

Diego e Tonino

 

 

PSYCHO – Come nasce un capolavoro

60 anni fa il libro di Robert Bloch che diede vita al più geniale film della storia del cinema

“Quella scena dura solo 45 secondi, ma occorsero sette giorni di lavorazione, 72 posizioni della macchina da presa. L’accoltellamento dura 22 secondi per un totale di 35 inquadrature e in nessuna di queste si può vedere il coltello affondare nel corpo di Marion; è il montaggio serrato che fa supporre allo spettatore quello che non si vede, ogni coltellata è un taglio del montaggio, in questo senso un “taglio” vero e proprio!”

Janet Leigh così raccontava quella scena, quell’urlo dietro la tenda che è forse la scena più famosa della storia del cinema.

La scena principe del film

Quell’agosto del 1959 Sir Alfred aveva il contratto in scadenza con la Paramaount a cui doveva un ultimo film. Prima di partire per l’Inghilterra per le vacanze, la sua segretaria Dolores gli regalò un libro di cui si diceva un gran bene, un Horror di Robert Bloch: Psycho, che si ispirava ad un fatto realmente accaduto nel Wisconsin qualche anno prima.

Il viaggio era lungo e Hitchcock era un allenato lettore, quando arrivò a Londra telefonò alla Paramount e disse “ Abbiamo la storyline per il film!”.

In realtà il libro di Bloch era davvero cruento, la donna sotto la doccia veniva addirittura decapitata. No, non era lo stile di “Hitch”, ci voleva uno sceneggiatore che riscrivesse la storia, la modellasse per lo stile del Maestro e che potesse passare la dura censura americana, che in quella scena avrebbe storto il naso per due motivi, il sangue rosso avrebbe avuto zero possibilità di passare la censura e il fatto che la doccia Janet Leigh doveva farla logicamente nuda.

Hitch spiega la scena a Janet Leigh sul set

Lo faremo in bianco e nero” spiazzò tutti Alfred. Si pensò soltanto al fatto che il sangue sarebbe stato più soft, ma in realtà l’idea del bianco e nero in epoca di grande entusiasmo per il colore nascondeva nell’artista una sua visione gotica, espressionista.

Del resto Hitchcock a Berlino prima della guerra fu o non fu l’assistente niente di meno che di Murnau in “ L’ultima risata”?

E le nudità? “ troveremo una soluzione”.

Per la sceneggiatura fu scartato James Canavagh, proposto dalla Paramount ma che Hitchcock e signora (assistente occulta del Maestro) definirono noioso, per questo “Hitch” scovò il giovanissimo Joseph Stefano, che non si lasciò sfuggire l’occasione della vita. Stefano spiazza il Maestro, lesse il libro e al primo incontro gli disse che questo film aveva una protagonista, cioè la vittima! Rovesciare il plot narrativo quindi, questa la sfida e scriverlo dal punto di vista di Marion e non del suo assassino; Marion, che ha una relazione complicata, in un attimo di follia ruba i soldi al lavoro, Marion che scappa, si perde, incontra Norman si rende conto di quanto può esser brutta la vita in solitudine e allora decide di restituire i soldi. Deciderlo la rasserena, si sente meglio, fa una doccia purificatrice e allora… Ecco che entra la morte dietro quella tenda a sconvolgere tutto e a trasferire la scena verso “l’altro”. A Hitchcock piacque cosi tanto che le sue prime parole fu” dobbiamo farla fare ad una vera Star” .

Alfred Hitchcock

Stefano lo aveva convinto, la protagonista era la vittima non l’assassino. Una novità incredibile per l’epoca. Il rapporto con lo sceneggiatore fu subito speciale, si vede da come poi il film fu scritto, non si parlò più del libro da cui si era preso spunto, i personaggi agivano secondo altri impulsi, che venivano in mente a loro due.

Nel libro Norman Bates è un uomo di mezza età, sovrappeso e senza nessuna qualità, Stefano riuscì a creare un uomo diverso, vulnerabile triste e di cui nonostante tutte le sue misteriose azioni presagio di follia se ne potesse provare compassione.

E dopo aver letto il personaggio Hitch disse ” che ne dite di Tony Perkins?”

Janet Leigh invece fu scelta tra le grandi star solo perché lei era cosi felice di lavorare con Hitchcock che non si preoccupò di morire nel primo tempo…E fu la sua fortuna.

Janet Leigh

Il resto del Cast fu scelto con cura, ma il difficile fu mantenere il segreto sul fatto che la mamma di Norman non esistesse in realtà, qualcuno si sarebbe potuto vendere la notizia, rovinando di fatto tutta la storia e il genio di Sir Alfred decise di spargere la voce che cercava una attrice per il ruolo della madre di Bates, cosi che nell’ambiente e tra i giornalisti nessuno sospettò di nulla.

Saul Bass era il “Picture assistant” di Hitchcock, i titoli di testa e di coda furono suoi, ma soprattutto disegnò benissimo tutta la scena della doccia, suggerì ogni inquadratura tanto che si sparse la voce ( o la fece spargere lui apposta) che l’avesse materialmente diretta. Ma Alfred Hitchcock mai avrebbe fatto dire un “ciack azione” a nessuno, in nessun film. Figuriamoci in una scena come quella!

La scena girata in uno spazio di quattro metri per quattro, con una controfigura completamente nuda soltanto per esser usata nel controluce della tenda, in cui Janet Leigh coperta di un pareo di seta bianco aderentissimo che copriva le parti intime non poteva fare. Fu scelta una certa Marli Renfro, che era una spogliarellista famosissima, che girò nuda per una settimana nel set, per la gioia di tutti i cameramen e i tecnici, beccandosi una mezza polmonite visto che

Anthony Perkins

l’acqua della doccia era sempre aperta.

Si diceva del segreto del film (la Signora Bates che è in realtà già morta ma che si scopre solo alla fine), ebbene, come salvaguardare la sorpresa a tutti?

Hitchcock aveva una risposta per tutto: pretese di non far entrare nessuno al cinema a film iniziato, perché diceva “chi entra dopo la scena della doccia non trovando Janet Leigh si chiederà dove sia”. E fu un successo, vietare l’ingresso “anche alla Regina d’Inghilterra”, come recitava il cartello della presentazione spingeva la gente ancor più ad andare a vederlo. Non si fecero “prime” per la stampa, neanche quelli che ci avevano lavorato lo videro, se non al Cinema. Lo stesso Joseph Stefano, che pure il film lo aveva scritto, raccontò che per vederlo con la sua famiglia andò al Cinema a Los Angeles, fece la fila come tutti e quando vide quello che erano riusciti a fare in quella scena della doccia gridò di paura come tutti in sala!

Era riuscito a sconvolgere il pubblico e ad entrare nella Storia.

François Truffaut

Francois Truffaut di questo film che adorava diede la spiegazione migliore, che le racchiude tutte! “Il film è fatto talmente bene che può indurre il pubblico a fare qualcosa che ormai non fa più – urlare verso i personaggi, nella speranza di salvarli dal destino che è stato astutamente lasciato intuire li stia attendendo. Il pubblico all’inizio teme per una ladra, poi nelle scene della pulizia della stanza del motel e dell’affondamento della macchina nella stagno teme che l’assassino non riesca a cancellare le tracce della morte della ragazza, nel finale desidera che sia catturato e costretto a confessare per conoscere il segreto della storia.

Lo spettatore suo malgrado parteggia per i colpevoli e prova pietà per quel povero Norman, che (citando la scena finale) non farebbe male nemmeno ad una mosca”.

Mauro Valentini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A proposito delle scarpe di Lidl

Il fenomeno che scatena il web. E una riflessione perfetta della scrittrice Simona Baldelli

Ne abbiamo lette di tutti i colori, abbiamo rimbalzato meme spiritose e riflessioni al vetriolo su questi comportamenti di massa.

Io sono rimasto abbagliato da questa analisi di Simona Baldelli* che pubblico con il suo consenso e che secondo me spiega perfettamente cosa sta accadendo e purtroppo è accaduto.

(*Simona Baldelli è una scrittrice e una drammaturga di Pesaro. Ha pubblicato tra gli altri: “Evelina e le fate” (Giunti) e “Vicolo dell’immaginario” (Sellerio) – Prossima uscita a fine novembre sempre per Sellerio: “Fiaba di Natale”

Meme tra le tante del Web

Se fossi il responsabile della comunicazione di una nota rete di supermercati, assai popolare, come i suoi prezzi, e dovessi farmi venire in mente una campagna pubblicitaria a costo zero, o quasi (perché se investissi tanti soldi in pubblicità non mi potrei più permettere i prezzi popolari dei miei prodotti), dovrei trovare il modo di fare le nozze coi fichi secchi, come si dice dalle mie parti.
Poniamo quindi che l’azienda metta sul mercato, per esempio, delle scarpe da ginnastica di qualità medio bassa, ma con un prezzo appetibile, soprattutto per la clientela di riferimento e, come ogni articolo ben pubblicizzato sui suoi volantini, e per di più con i colori del logo (che fanno simpatia fra i clienti fidelizzati), vendessero bene.
Quelle scarpe, così come altri articoli di quell’azienda, andrebbero esaurite in pochi giorni.
Il responsabile della comunicazione potrebbe, allora, suggerire ai negozi della catena:
“Ehi, li avete un po’ di amici disposti a farsi fotografare in fila all’ingresso e poi davanti allo scaffale di quelle scarpe?”
“Vanno bene anche i parenti?”
“Certo”.
“Posso dirlo anche a zia Adelina? Sai, ha otto figli…”
“Ottimo”.
Poniamo, a questo punto, che il responsabile della comunicazione si faccia mandare quelle foto, e intenda pubblicarle sui social della catena di supermercati.
“Sai che novità” obietterebbe l’amministratore delegato. “Sui nostri profili non facciamo altro che mettere foto dei nostri articoli e della clientela… e dovrei pagarti (quei due spicci che ti do) per questa bella pensata?”
“Aspetta e lasciami fare” risponderebbe il responsabile della comunicazione. “Piuttosto dite ai direttori delle filiali di togliere dagli scaffali le scarpe che rimangono”.
“Ma perché? Il nostro scopo è vendere. Sta’ a vedere che ti riduco lo stipendio e di quei pochi spicci che ora prendi, te ne do la metà” insisterebbe l’amministratore delegato.
“Aspetta, ti dico”.
A quel punto, se fossi il responsabile della comunicazione, attraverso account farlocchi (chi non li ha?) comincerei a pubblicare offerte delle suddette scarpe sulle varie piattaforme di commercio online. E a prezzi altissimi. Le trasformerei in un oggetto di culto, quasi irraggiungibile.
Che rischio correrei? Nessuno, tutt’al più non le vendo ma, confidando nella religiosa meticolosità con cui tutti condividono qualsiasi cosa purché un po’ bizzarra, e nella tendenza dell’utente medio di comportarsi da gaggiotto (i gaggiotti, sempre dalle mie parti, sono gli uccellini ancora implumi che aspettano a becco aperto il cibo premasticato dai genitori) come minimo otterrei che i colori e il logo dell’azienda venissero spammati urbi et orbi. Pure se, chi condivide, ci ride su (nel bene o nel male, purché se ne parli, diceva il buon Oscar).
“Ma tu guarda la gente come abbocca!” direbbero, infatti, gli spammatori.
In ogni caso, se fossi il responsabile della comunicazione di quella catena, avrei portato a casa un bel po’ di pubblicità, (visibilità, se preferiamo) e a costo zero. E quei due spicci, me li sarei più che guadagnati.
Se fossi il responsabile della comunicazione di una catena di supermercati, appunto.
Ma non lo sono, io mi limito a inventare storie.
A proposito, il logo di quella catena, anche oggi è “trend topic”?

Scritto di Simona Baldelli pubblicato su Facebook

 

Il caso Davide Cervia diventa un libro

 

Valentino Maimone racconta il calvario lungo 30 anni di una famiglia perbene alla ricerca della verità

 

Ci sono storie che ti entrano dentro e che una volta che le hai conosciute attraverso gli occhi di chi le ha vissute e subite non ti abbandonano più.

Anni fa ho avuto la fortuna di conoscere la famiglia Cervia: Marisa, la moglie di Davide, i loro due figli e Alberto Gentile, papà di Marisa, colonna portante e memoria storica di quel calvario che è stato l’iter processuale e di ricerca vana di quell’uomo buono che era Davide Cervia.

Una scomparsa assurda, un intrigo internazionale a cui nessuno a voluto credere o peggio ha fatto finta di non credere, lasciando alla deriva in una lotta impari e ingiusta una moglie e due figli rimasti senza marito e padre. Questo è stato il percorso di chi è rimasto a casa a cercare. Un percorso condito di depistaggi, telefonate minacciose e finanche attentati.

La copertina del libro

Un calvario che Valentino Maimone, collega giornalista e scrittore ha voluto raccogliere tutto in un libro di fresca uscita ma che già ha avuto un’eco mediatico importante, tanta è ancora evidentemente la rabbia e la passione che la gente comune prova per il destino ingiusto di Davide, Un brav’uomo che aveva soltanto la colpa di esser stato un militare, di aver servito la marina con passione e con lealtà e di aver conosciuto proprio in funzione di quel lavoro dei sistemi missilistici che forse sarebbe stato meglio non conoscere.

 

Il libro dal titolo : “Il caso Davide Cervia – trent’anni di depistaggi e omissioni per coprire una verità indicibile” (in vendita solo su Amazon) raccoglie proprio tutti i documenti e le vicende che sono accadute dal quel maledetto 12 settembre 1990 quando Davide fu rapito con violenza davanti al cancello della sua villetta a Velletri, fino a oggi. Un lavoro certosino e pieno di risultanze anche inedite che si legge d’un fiato ed è come uno schiaffo sul volto dello Stato che Davide ha servito prima con la divisa e poi come semplice cittadino onesto lavoratore.

Maimone restituisce giorno dopo giorno questa vicenda tenebrosa esplorandone sia la parte giudiziaria che quella umana, con un ritmo avvincente e sofisticato.

 

Un libro che si apre con la prefazione scritta dal mio compianto amico Sandro Provvisionato, grande Maestro di giornalismo di inchiesta, che con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto scriveva descrivendo l’inerzia e i depistaggi operati dagli uomini che avevano il dovere di ritrovare Davide: “Da loro nessuna collaborazione, perché la verità non è prevista nei manuali operativi. Il dovere e la lealtà non si insegna nelle scuole di guerra.”  

E a Maimone ho chiesto quale fosse per lui l’elemento più evidente che dimostra che quello fu un rapimento, dato che le autorità in un primo momento avevano evidentemente con cinico calcolo trattato come allontanamento volontario: “Ci sono due testimoni oculari che si confermano l’uno con l’altro: il vicino di casa e l’autista dell’Acotral. Il primo descrive il sequestro nei dettagli, parla di Davide cloroformizzato e portato via con la forza in auto, ricorda addirittura il numero delle persone coinvolte in quell’operazione; il secondo ricorda l’auto (marca, colore, addirittura caratteristiche somatiche delle persone alla guida e nei sedili posteriori) che gli tagliò la strada uscendo dal vialetto che porta a casa Cervia per poi dileguarsi a tutta velocità.”

Perché quindi Davide è stato rapito? Quale è stato il suo destino? La risposta di Maimone è drammaticamente semplice:  “Davide è stato venduto a un Paese straniero come un pacchetto” “chiavi in mano”, con una partita di quegli armamenti che solo lui sapeva far funzionare e per i quali solo lui avrebbe potuto formare il personale militare sul posto.” 

Scomparso dunque perché indifeso e perché capace di fare quello che era diventato ormai il suo ex lavoro. Un lavoro che gli aveva dato soddisfazioni ma che lui aveva lasciato per amore, per Marisa e per quei suoi due angeli che lo hanno avuto come papà e che lui non ha potuto veder crescere perché una maledetta mano lorda di sangue ha deciso che lui serviva come un manuale di istruzioni vivente per azionare macchine costruite per uccidere.

 

La memoria del destino di Davide Cervia ora è tutta in questo libro. A futura memoria, come solo i libri sanno restituire.

Mauro Valentini

per informazioni e acquisto : https://www.amazon.it/caso-Davide-Cervia-depistaggi-indicibile/dp/B08HG7TX86/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=davide+cervia&qid=1605102681&sr=8-1

 

 

 

Pasolini – Il poeta ucciso dal potere

45 anni fa l’omicidio dell’artista più controverso del secolo. Un omicidio premeditato

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno. Il poeta dovrebbere essere sacro!”

Alberto Moravia così salutava, in una orazione funebre diventata un pezzo di storia della letteratura italiana, l’amico e l’artista Pasolini. Il caro Pierpaolo, che era stato poche ore prima non soltanto ucciso ma vilipeso nel corpo e nella dignità da una ricostruzione giornalistica e giudiziaria infamante e evidentemente falsa già a rileggerla con gli occhi dell’epoca. Anche senza le carte processuali e l’autopsia e le perizie che si susseguiranno poi.

Troppo assurdo eppur troppo comodo per molti chiuderla così. Infangare Pasolini lasciandolo nel fango di quel campo schifoso dell’Idroscalo.

Una vita, quella del poeta, che in tutti questi anni si è calcolata con il metro della sua morte tragica. Disperdendo purtroppo quello che Pasolini è stato per la cultura e il sapere italiano. Quel suo saper esser tratto di unione tra la orgogliosa stagione del Neorealismo del dopoguerra e l’espressione più alta e lirica della delusione sociale, politica e m0rale degli anni del post boom economico.

Un testimone attivo, non soltanto un narratore di quel disfacimento morale e di quei rigurgiti autoritaristi che legano con un filo nero le trame che partono dall’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, passanndo per le bombe di Milano e di Brescia, fino ad arrivare all’omicidio eccellente, necessario a chi di quella strategia del terrore e del rovesciamento dello stato democratico ne teneva le fila.

Perchè a distanza di qurantacinque anni, la convinzione che Pier Paolo Pasolini fosse un pericolo non solo politico ma giudiziario per qualcuno è forte. Logica e direi evidente.

Si è parlato di Mattei, e certo non può esser un caso se l’ultim opera incompiuta di Pasolini si intitola Petrolio. E che dentro questa opera sontuosa e accusatoria di quel potere feroce e senza scrupoli manchi quello che l’artista aveva titolato: Appunto 21 – Lampi sull’ENI. Quei lampi che, con molta probabilità, gli sono costati la morte.

Perché quella notte si è perpetrato un omicidio. Un omicidio premeditato. Possiamo davvero credere che abbia fatto tutto uno come Pino Pelosi detto la rana?  Possiamo credere alla storia di un Pasolini che, con le disponibilità e le possibilità che aveva, decide di far venti chilometri quella notte per andare ad appartarsi proprio lì, all’Idroscalo, in quel viaggio senza senso. Insensato come insensata fu la ricostruzione del suo “assassino” e degli inquirenti che gli hanno addirittura creduto.

Qualcuno aveva deciso che questo lucido analista lirico e dolente dello scempio che si stava perpretando nella società italiana andava fatto tacere per sempre, facendolo tacere anche da morto insozzandolo con l’onta di una morte immorale.

E invece, io penso che Pier Paolo sia stato rapito quella notte a Roma da qualcuno che lo ha costretto sotto minaccia ad arrivare con la sua macchina fino a quel campo di calcio melmoso e lurido. Che con l’esca Pelosi a far da spettatore lo si sia pestato a morte chissà in quanti. Che lo abbiano spogliato di dignità e senza nessuna pietà si siano accaniti sul suo corpo vigoroso e coraggioso. E che poi ci abbiano raccontato questa sciocchezza della prestazione sessuale e del rifiuto e di tutte quelle scemenze che abbiamo letto in quegli anni e che ancora sono storia purtroppo.

Lo hanno ucciso così. E conoscerne l’evidenza e non vederla riconosciuta ancora dopo tanti anni almeno dalla storia se non dalla Giustizia, rende ancora più doloroso il sacrificio di un uomo che guardava al futuro e cercava di raccontarlo con le sue opere e che scriveva, all’indomani delle stragi nere del 1974, queste parole che suonano ancora intatte come allora:

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 
Io so. Ma non ho le prove.”

Mauro Valentini