Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Hitchcock – Truffaut – L’incontro che fece la storia

A 40 anni dalla scomparsa il Maestro del Brivido rivive in un docufilm

“Un’artista che scriveva con la Cinepresa”. La definizione perfetta per il cinema di Sir Alfred Hitchcock è quella che esce dalla voce di Francois Truffaut, in quella che rimarrà alla storia come la più bella chiacchierata sulla settima arte di tutti i tempi.

Siamo ad Hollywood, è il 1963, Hitch ha appena finito di girare “Gli uccelli”, Truffaut parte da Parigi con un registratore, una interprete e la voglia di capire l’idea di cinema di colui che la rivista “Cahiers du Cinema” ha sempre difeso dai puristi della critica, che lo reputavano (la storia dirà poi a torto) un semplice imbonitore commerciale che sforna grandi incassi e nulla più.

Ma per il regista francese non fu mai così, egli tradusse in un libro straordinario quest’intervista lunga otto giorni. Un libro che uscirà nel 1966 dal titolo appunto di “ Truffaut intervista Hitchcock”.

La Sacra Bibbia di ogni cinefilo dirà uno che di cinema se ne intende come Martin Scorsese.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma in anteprima a ottobre 2015, l’opera è costruita come un epico racconto e realizzato da Kent Jones, direttore del NY Film Fest. Ne viene fuori un documentario ricchissimo di voci e immagini, con al centro l’audio originale di tanti brani di quella maratona di parole tra i due registi. Una maratona ricca di humour tutto inglese, da parte di un divertito e divertente Sir Alfred che gioca con quel giovane e adorato suo collega francese, svelando mille e più trucchi del suo cinema. E mostrando con pochi gesti come si realizza un capolavoro. Un film “alla Hitchcock”.

Da “Vertigo” a Psycho” è un susseguirsi narrativo che incanta e che tracima spesso in nostalgia. “I miei film sono sempre pensati per una sala da 2000 posti piena, non per la visione di uno soltanto”. Ecco forse a distanza di così tanti anni la magistrale lezione che se ne trae da questo bellissimo docu-film è proprio tutta racchiusa nelle parole di Hitchcock.

“Con questo film, non ho intenzione di compiacere i cinefili. Voglio che lo spettatore abbia la viscerale rivelazione di cosa sia il cinema nella sua più potente bellezza”. Le parole del regista non saprebbero spiegare meglio questo capolavoro per appassionati divertente ed emozionante, assolutamente non celebrativo. Ma indimenticabile.

Mauro Valentini

PSYCHO – Come nasce un capolavoro

60 anni fa il libro di Robert Bloch che diede vita al più geniale film della storia del cinema

“Quella scena dura solo 45 secondi, ma occorsero sette giorni di lavorazione, 72 posizioni della macchina da presa. L’accoltellamento dura 22 secondi per un totale di 35 inquadrature e in nessuna di queste si può vedere il coltello affondare nel corpo di Marion; è il montaggio serrato che fa supporre allo spettatore quello che non si vede, ogni coltellata è un taglio del montaggio, in questo senso un “taglio” vero e proprio!”

Janet Leigh così raccontava quella scena, quell’urlo dietro la tenda che è forse la scena più famosa della storia del cinema.

La scena principe del film

Quell’agosto del 1959 Sir Alfred aveva il contratto in scadenza con la Paramaount a cui doveva un ultimo film. Prima di partire per l’Inghilterra per le vacanze, la sua segretaria Dolores gli regalò un libro di cui si diceva un gran bene, un Horror di Robert Bloch: Psycho, che si ispirava ad un fatto realmente accaduto nel Wisconsin qualche anno prima.

Il viaggio era lungo e Hitchcock era un allenato lettore, quando arrivò a Londra telefonò alla Paramount e disse “ Abbiamo la storyline per il film!”.

In realtà il libro di Bloch era davvero cruento, la donna sotto la doccia veniva addirittura decapitata. No, non era lo stile di “Hitch”, ci voleva uno sceneggiatore che riscrivesse la storia, la modellasse per lo stile del Maestro e che potesse passare la dura censura americana, che in quella scena avrebbe storto il naso per due motivi, il sangue rosso avrebbe avuto zero possibilità di passare la censura e il fatto che la doccia Janet Leigh doveva farla logicamente nuda.

Hitch spiega la scena a Janet Leigh sul set

Lo faremo in bianco e nero” spiazzò tutti Alfred. Si pensò soltanto al fatto che il sangue sarebbe stato più soft, ma in realtà l’idea del bianco e nero in epoca di grande entusiasmo per il colore nascondeva nell’artista una sua visione gotica, espressionista.

Del resto Hitchcock a Berlino prima della guerra fu o non fu l’assistente niente di meno che di Murnau in “ L’ultima risata”?

E le nudità? “ troveremo una soluzione”.

Per la sceneggiatura fu scartato James Canavagh, proposto dalla Paramount ma che Hitchcock e signora (assistente occulta del Maestro) definirono noioso, per questo “Hitch” scovò il giovanissimo Joseph Stefano, che non si lasciò sfuggire l’occasione della vita. Stefano spiazza il Maestro, lesse il libro e al primo incontro gli disse che questo film aveva una protagonista, cioè la vittima! Rovesciare il plot narrativo quindi, questa la sfida e scriverlo dal punto di vista di Marion e non del suo assassino; Marion, che ha una relazione complicata, in un attimo di follia ruba i soldi al lavoro, Marion che scappa, si perde, incontra Norman si rende conto di quanto può esser brutta la vita in solitudine e allora decide di restituire i soldi. Deciderlo la rasserena, si sente meglio, fa una doccia purificatrice e allora… Ecco che entra la morte dietro quella tenda a sconvolgere tutto e a trasferire la scena verso “l’altro”. A Hitchcock piacque cosi tanto che le sue prime parole fu” dobbiamo farla fare ad una vera Star” .

Alfred Hitchcock

Stefano lo aveva convinto, la protagonista era la vittima non l’assassino. Una novità incredibile per l’epoca. Il rapporto con lo sceneggiatore fu subito speciale, si vede da come poi il film fu scritto, non si parlò più del libro da cui si era preso spunto, i personaggi agivano secondo altri impulsi, che venivano in mente a loro due.

Nel libro Norman Bates è un uomo di mezza età, sovrappeso e senza nessuna qualità, Stefano riuscì a creare un uomo diverso, vulnerabile triste e di cui nonostante tutte le sue misteriose azioni presagio di follia se ne potesse provare compassione.

E dopo aver letto il personaggio Hitch disse ” che ne dite di Tony Perkins?”

Janet Leigh invece fu scelta tra le grandi star solo perché lei era cosi felice di lavorare con Hitchcock che non si preoccupò di morire nel primo tempo…E fu la sua fortuna.

Janet Leigh

Il resto del Cast fu scelto con cura, ma il difficile fu mantenere il segreto sul fatto che la mamma di Norman non esistesse in realtà, qualcuno si sarebbe potuto vendere la notizia, rovinando di fatto tutta la storia e il genio di Sir Alfred decise di spargere la voce che cercava una attrice per il ruolo della madre di Bates, cosi che nell’ambiente e tra i giornalisti nessuno sospettò di nulla.

Saul Bass era il “Picture assistant” di Hitchcock, i titoli di testa e di coda furono suoi, ma soprattutto disegnò benissimo tutta la scena della doccia, suggerì ogni inquadratura tanto che si sparse la voce ( o la fece spargere lui apposta) che l’avesse materialmente diretta. Ma Alfred Hitchcock mai avrebbe fatto dire un “ciack azione” a nessuno, in nessun film. Figuriamoci in una scena come quella!

La scena girata in uno spazio di quattro metri per quattro, con una controfigura completamente nuda soltanto per esser usata nel controluce della tenda, in cui Janet Leigh coperta di un pareo di seta bianco aderentissimo che copriva le parti intime non poteva fare. Fu scelta una certa Marli Renfro, che era una spogliarellista famosissima, che girò nuda per una settimana nel set, per la gioia di tutti i cameramen e i tecnici, beccandosi una mezza polmonite visto che

Anthony Perkins

l’acqua della doccia era sempre aperta.

Si diceva del segreto del film (la Signora Bates che è in realtà già morta ma che si scopre solo alla fine), ebbene, come salvaguardare la sorpresa a tutti?

Hitchcock aveva una risposta per tutto: pretese di non far entrare nessuno al cinema a film iniziato, perché diceva “chi entra dopo la scena della doccia non trovando Janet Leigh si chiederà dove sia”. E fu un successo, vietare l’ingresso “anche alla Regina d’Inghilterra”, come recitava il cartello della presentazione spingeva la gente ancor più ad andare a vederlo. Non si fecero “prime” per la stampa, neanche quelli che ci avevano lavorato lo videro, se non al Cinema. Lo stesso Joseph Stefano, che pure il film lo aveva scritto, raccontò che per vederlo con la sua famiglia andò al Cinema a Los Angeles, fece la fila come tutti e quando vide quello che erano riusciti a fare in quella scena della doccia gridò di paura come tutti in sala!

Era riuscito a sconvolgere il pubblico e ad entrare nella Storia.

François Truffaut

Francois Truffaut di questo film che adorava diede la spiegazione migliore, che le racchiude tutte! “Il film è fatto talmente bene che può indurre il pubblico a fare qualcosa che ormai non fa più – urlare verso i personaggi, nella speranza di salvarli dal destino che è stato astutamente lasciato intuire li stia attendendo. Il pubblico all’inizio teme per una ladra, poi nelle scene della pulizia della stanza del motel e dell’affondamento della macchina nella stagno teme che l’assassino non riesca a cancellare le tracce della morte della ragazza, nel finale desidera che sia catturato e costretto a confessare per conoscere il segreto della storia.

Lo spettatore suo malgrado parteggia per i colpevoli e prova pietà per quel povero Norman, che (citando la scena finale) non farebbe male nemmeno ad una mosca”.

Mauro Valentini