Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

«Ich bin ein Berliner!» In memoria di Fabrizia Di Lorenzo

Tre anni fa la strage di Berlino e Sulmona ricorda Fabrizia con una scultura

Berlino è la città europea che ho visitato più volte. Da quando è caduto quel muro che ne deturpava i viali e l’anima, tante sono stati i miei passaggi. E la mia estasi.

Una città veramente poliedrica, colorata nella gioventù sfacciata d’aspetto e rigorosa nel rispetto, che vedi percorrere allegra quel viale alberato, quell’ Unter den Linden che li porta da quel grigio Est eppur così magico al verde che si staglia oltre la Porta di Brandeburgo, quello del Tiergarten con al centro la statua della vittoria di Wendersiana memoria.

«Ich bin ein Berliner» gridò da lì, da quella Porta, il 26 giugno 1963 un certo JFK, e così riecheggia il grido oggi, dentro tutti quelli che amano la libertà e questa libera Berlino.

Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo

Riecheggiava anche quella sera di dicembre di 3 anni fa, quando un Tir a fari spenti, nero come la morte si è abbattuto in un mercatino famosissimo, in uno dei tanti luoghi simbolo della città, seminando decine di morti e feriti. In quel quartiere che è un angolo ruvido eppure così accecante di bellezza, tra lo Zoologischer garten, il Ku’damm viale alberato pieno di energia visiva e poi, quella che, soltanto in un paese attento alla memoria potresti trovare, solo in una nazione che sconta il suo debito di memoria proprio con i simboli continui che lo testimoniano: la Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo. Rimasta così com’era nel 1945, travolta dal bombardamento finale su Berlino. Accanto ad essa, la nuova chiesa, un ottagono luccicante e trasparente di luce blu. E sotto di esse, un pullulare di giovani e turisti che seppur con un freddo cane come quello di quel 19 dicembre 2016, curiosava nelle bancarelle alla ricerca dell’oggetto giusto che accendesse l’atmosfera natalizia in casa, in famiglia.

E lì sotto quelle mura che resistettero alle bombe del 1945, una strage. E in quella strage tra gli altri, una vittima italiana: Fabrizia Di Lorenzo.

Era in quel mercatino per fare dei regali da portare a Sulmona. Fabrizia Di Lorenzo dal paese arroccato nel fondovalle tra la Majella e il Morrone era andata via più di dieci anni fa, ma ci tornava due volte l’anno. Tutti la definiscono ora “una figlia dell’Erasmus” ed in verità quella sua esperienza formativa alla “Freie Universitat Berlin” l’aveva così rapita che appena finiti i suoi studi era lì che si era accasata. (http://www.fu-berlin.de/index.html )

La città più europea d’Europa” come Fabrizia stessa amava definirla, l’aveva accolta a braccia aperte e le aveva dato un lavoro presso una società di trasporti. Non proprio quello per cui aveva studiato Fabrizia, ma intanto la dignità dello stipendio tutti i mesi, poi il resto sarebbe venuto. Ma qualcuno, un disgraziato che era stato plurisegnalato da tutte le polizie d’Europa ma che continuava a girare imperterrito tra la Germania e l’Italia, ha interrotto i suoi sogni.

Il Tir assassino

Proprio in questi giorni, nella sua Sulmona, è stata posta la prima pietra per un monumento che ricorderà il sacrificio di Fabrizia. Una scultura che rappresenterà due mani che si incrociano ed insieme sorreggono il mondo, simbolo di unione e fraternità tra tutti gli uomini, opera dello scultore molisano Alessandro Caetani

A me ora, anche a distanza di tre anni, rimane una sensazione intima e di memoria, mi rimane il sorriso di mio figlio mentre usciamo dalla birreria Hans am Zoo divertito e stordito dalla sua prima Berliner Weisse. L’odore delle salsicce addosso, le risate e le cianciate in dieci lingue diverse delle scolaresche di tutta Europa che si affacciano ridendo al quartiere a luci rosse poco distante quel luogo che qualche mese dopo sarà teatro di tragedia. E quel blu della memoria, della chiesa della memoria, che tre anni fa vidi circondata da ambulanze, macchie di sangue e di disperazione.

“Ich bin ein Berliner”

Mauro Valentini

 

Daniela Roveri non avrà giustizia

Archiviazione per il terribile delitto di Colognola. Eppure…

Il PM Fabrizio Gaverini ha ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta sul caso Roveri, la manager uccisa il 20 dicembre del 2016 nell’androne del palazzo dove viveva con la mamma. Una brutale aggressione da parte di qualcuno che ha colpito per uccidere e che la farà franca.

Un coltellata alla gola così precisa e violenta che non le ha lasciato scampo ma che ha al contrario reso impossibile allo stato attuale una spiegazione.

Rilievi sul corpo di Daniela Roveri

Viveva con la mamma Daniela, con cui apparentemente aveva un rapporto simbiotico, strettissimo, fatto di cene fuori Bergamo e di viaggi esotici. Aveva un ruolo importante in un’azienda del bergamasco, pochi hobby, pochissima vita mondana. E una mania: la cura del corpo. Sempre in palestra, con annessa SPA e centro estetico, luogo questo molto più frequentato dalla vittima che lo preferiva di gran lunga alle lezioni di aerobica e ai pesi.

«Lampade, trattamenti relax e massaggi, fino ad un mese prima della morte era sempre qui» avevano riferito le amiche e le dipendenti della palestra.  Specie da quando aveva stretto una particolare amicizia con un massaggiatore del centro, un’amicizia che si era trasformata in una relazione. Clandestina, perché l’uomo era sposato.

I PM Davide Palmieri prima e Fabrizio Gaverini, che ha ereditato l’inchiesta e che ha poi chiesto l’archiviazione, avevano escluso la pista passionale solo pochi giorni dopo, convinti com’erano che la soluzione ruotasse attorno a questioni professionali, stanno facendo un passo indietro. O in avanti forse. Il furto della borsa e dei cellulari della donna lascia pensare che l’azione era premeditata, non come si era detto a scopo di rapina. Un colpo secco, fortissimo e deciso alla gola con un coltello mai ritrovato, un colpo che le ha lesionato finanche la vertebra posteriore. Un colpo dato da chi nutriva un rancore possente nei confronti di Daniela.

Eppure… In mano agli inquirenti c’erano due elementi, uno di natura scientifica ed uno investigativa forse più importante:

1 – L’elemento biologico è dato da un capello, isolato sulla scena del crimine con abilità dalla Scientifica di Milano che potrebbe esser quello dell’assassino. Certo sembrerebbe una carta importante per la soluzione del caso ma è pur vero che l’omicidio è avvenuto in un androne di un palazzo, esposto tra l’altro a passaggi frequenti da parte degli abitanti degli stabili vicini, essendo difronte all’ingresso di un giardino comunale. C’erano stati dei forti attriti con i vicini di casa ultimamente per questioni condominiali, qualcuno lo aveva sussurrato senza indugio ai PM la notte stessa dell’omicidio. E qualche nome è stato fatto. Ma qualora anche dai riscontri già in fase di ultimazione con il DNA si fosse scoperto che quel capello è di uno dei vicini di casa, sarebbe stato difficile portarlo come capo d’accusa, perché la logica direbbe che chi vive lì e ci passa tutti i giorni le tracce le lascia sicuramente in maniera accidentale. Differente però sarebbe se quel capello fosse di persona conosciuta alla vittima ma non del luogo, come un collega per esempio, un fornitore o un familiare. E se fosse un frequentatore della palestra?

Il luogo del delitto

2 – Ed ecco l’altro elemento: si ritorna alla palestra per logica: Daniela quella sera aveva con se proprio la borsa della palestra, eppure erano più di dieci giorni che non andava. Come mai? Aveva deciso di andare ma poi qualcosa o qualcuno che è intervenuto o che l’aspettava proprio all’ingresso l’avevano fatta desistere? L’amante della donna, il massaggiatore, era a casa, certo non in compagnia della moglie perché qualche minuto prima che Daniela venga uccisa è al telefono proprio con lei. Cosa si sono detti? Qual era lo stato della loro relazione? L’ultima telefonata, dopo quella al suo amante Daniela la fa alla mamma. Le parla praticamente fin sotto casa. Chiude per dirle semplicemente: «sono arrivata ora salgo» e pochi secondi dopo muore. Con la borsa della palestra in mano. L’altra, quella con gli effetti personali e i telefoni le viene sottratta. Quella borsa sportiva serviva a nascondere alla mamma i suoi movimenti? Anche se adulta ed indipendente, può Daniela aver “depistato” con una borsa da mostrare come giustificazione per le sue assenze alla mamma, per un incontro particolare, inventando in quegli ultimi giorni di andare in palestra mentre invece era da tutt’altra parte? Con chi? C’entra qualcosa quella borsa con la sua morte?

Non lo sapremo forse mai: La morte di Daniela per la Giustizia è da archiviare.

Mauro Valentini

El Mimo e l’orrore

Il sacrificio di Daniela Carrasco

Era scomparsa dalle strade di Santiago del Cile il 19 ottobre, testimone silenziosa e determinata delle proteste di piazza.

L’hanno arrestata (perché?) e il giorno dopo ritrovata impiccata. Indovinate cosa si è affrettato a dichiarare il magistrato che ha seguito il caso? «Un caso chiarissimo di suicidio.)

Solo che i familiari non si sono rassegnati e hanno potuto far eseguire una autopsia sul corpo della 36enne artista.

E Ora sappiamo da loro, che Daniela è stata violentata e brutalizzata. Fino a morirne.

Zittire El Mimo. Sembra un paradosso ma il potere non ha solo paura delle parole ma anche degli sguardi. Potenti, profondi e malinconici. Come quelli di Daniela. Come quelli delle donne che si oppongono. Che lottano. Che vivono.

Un artista la piange così…

La lezione di Sandro Provvisionato

Nel ricordo del grande giornalista scomparso un incontro dal titolo: Il Giornalismo Consapevole

L’indipendenza dai poteri, che non sempre sono visibili, la responsabilità del mestiere come impegno civile. L’approfondimento, la ricerca delle fonti e lo studio. La memoria. La conservazione dei documenti. Conservare il passato per renderlo accessibile e riflettere sul presente.

Questi i temi che verranno trattati nell’incontro dedicato a Sandro Provvisionato, Maestro e amico carissimo a due anni dalla sua scomparsa.

La Locandina del convegno

IL GIORNALISMO CONSAPEVOLE, questo il titolo dell’incontro che si svolgerà il 23 novembre alle 18 presso l’Auditorium Sirena di Francavilla al Mare. Occasione che, patrocinata dal Comune della cittadina adriatica, coinvolgerà, nel ricordo e nella lezione lasciata da Sandro, grandi firme dell’informazione che si confronteranno con il pubblico su un tema quanto mai attuale in questi tempi dove la divulgazione delle news via social e la precarietà mette in serio pericolo un mestiere fondamentale nell’equilibrio tra potere e società civile.

Interverranno:

PRIMO DI NICOLA, senatore, giornalista dell’Espresso, già direttore del Centro. Il giornale d’Abruzzo, che aprirà l’incontro con una riflessione sul futuro del giornalismo.

ENRICO MENTANA, direttore del TG la7, fondatore di OPEN, il giornale ONLINE, parlerà della sfida di un quotidiano fatto direttamente sul web da giovani, ma non solo per i giovani

SABINA FEDELE E ANNA MIGOTTO, giornaliste televisive e inviate di cronaca nazionale e internazionale, parleranno del giornalismo di inchiesta, attraverso l’esperienza de settimanale Terra! Hanno scritto e diretto il docu-film ora presentato #Anne Frank, Vite parallele.

CLAUDIO LAZZARO, giornalista, regista di documentari politici indipendenti, inviato di guerra, che metterà in evidenza, come in pace e in guerra, il giornalista indipendente deve “combattere” per la libertà di informazione.

L’onorevole GERO GRASSI, che ha fatto parte della Commissione Parlamentare Moro 2, ha studiato e approfondito il caso che ha cambiato l’Italia, come impegno civile.

ILARIA MORONI, che è direttrice dell’Archivio Flamigni, che acquisirà il materiale di Studio e ricerca di Sandro Provvisionato, fondatore e direttore del sito MISTERI D’ITALIA, l’archivio storico-giornalisti che raccoglie documentazione sulle vicende più oscuri dell’Italia repubblicana.

Coordina l’incontro STEFANIA LIMITI, giornalista e scrittrice che ha scritto insieme a Sandro Provvisionato diverse pubblicazioni.

Appuntamento quindi per sabato 23 novembre alle ore 18 Auditorium Sirena di Via Aldo Moro a Francavilla al Mare.

(per informazioni Laura Lisci 335.6495222)

Mauro Valentini

La fortuna di Rudy Guede

Sulla scena del crimine le uniche tracce biologiche sono le sue . Eppure…

Da poche ore i giudici hanno concesso la semilibertà all’unico colpevole della morte di Meredith, consentendogli di collaborare con il Centro studi criminologici di Viterbo per alcune ore al giorno rientrando in carcere la sera.

Una pena, la sua, che finirà nel 2024. E che i suoi legali, tre anni fa, avevano addirittura provato senza riuscirci a ribaltare, avendo chiesto la revisione del processo che lo vede unico condannato per il terribile omicidio di Meredith. Una revisione che è stata respinta e che forse, avrebbe potuto riaprire scenari nuovi, sorprendenti. E tutt’altro che scontati.

Meredith

Rudy Guede è stato condannato con rito abbreviato a 16 anni (dopo una prima condanna a 30 anni in primo grado) per omicidio in concorso presupposto con altri. Che non essendo per sentenza definitiva più esser indicati in Amanda e Raffaele, stringerebbero il cerchio di molto.  E proprio attorno a lui, a Guede.

Sulla scena del crimine infatti, le uniche tracce biologiche erano tutte riconducibili al giovane ivoriano, che ha raccontato dal momento dell’arresto fino al processo diverse versioni riguardo a quella notte di Halloween del 2007, ma che di fondo tornano tutte al fatto che lui è arrivato sulla scena soltanto quando ormai Meredith era agonizzante. Ha detto poi  di aver visto due figure fuggire dalla casa, una riconducibile ad Amanda Knox e l’altra ad un “biondino” che per deduzione logica era stato indicato in Raffaele Sollecito, almeno fino all’ultima sentenza della Cassazione che ha invece scagionato entrambi.

Una confusione mediatica e investigativa che però ha pochi punti certi e probanti: Le tracce di Rudy Guede. Che sono evidentissime nel bagno e anche sul corpo della vittima, oltre alle sue impronte lasciate con il sangue di Meredith contro il muro. Questi due elementi soprattutto lo hanno inchiodato come partecipante attivo all’omicidio. Certo è anche che la spiegazione che Guede ha rilasciato proprio riguardo a quell’impronta è stata ritenuta (dalla Corte che lo ha giudicato) al limite del paradossale, avendo affermato di aver tentato di scrivere un nome che la ragazza in fin di vita gli stava dicendo: «ho pensato di scriverlo sul muro utilizzando il sangue di Meredith per paura di dimenticarmene.»

Rudy è un ragazzo fortunato. Lo è perché tracce di Raffaele non ne sono state trovate e anche quella microtraccia sul gancetto di un reggiseno è stata ritenuta non acquisibile, mentre il DNA di Amanda c’è, ma certo è che non può ritenersi una sorpresa dal momento che la ragazza americana divideva quell’appartamento con Meredith.

Amanda e Raffaele

“È evidente la assoluta mancanza di tracce biologiche riferibili a Sollecito a alla Knox nella stanza dell’omicidio e sul corpo della vittima, mentre si rilevano sul luogo del delitto e sul corpo di Meredith numerose tracce riferibili al Guede”. Così recitano le motivazioni di assoluzione dei due accusati, motivazioni che, nel caso ci fosse stata una revisione del processo, avrebbero potuto costituire un elemento di forte accusa verso il richiedente più che di discolpa. E stando a queste tracce evidenti, al racconto di Rudy che la Corte giudicante ha definito: “Contraddittorio e inattendibile” la richiesta avrebbe potuto tramutarsi in un clamoroso boomerag giudiziario, facendo cadere per paradosso quella correità definita nella sentenza e che avrebbe potuto lasciare solo lui, Rudy, quella sera, con la povera Meredith.

Ma la revisione che lui e i suoi legali chiedevano non c’è stata. Allora sì, non c’è che dire: Rudy Guede è un ragazzo fortunato.

Tra poco sarà un uomo libero. Tra pochissimo.

Mauro Valentini

 

Davide Cervia – ” Il caso C.” diventa un racconto d’immagini

il 12 settembre giorno dell’anniversario del rapimento una mostra per non dimenticare

Davide Cervia, l’esperto di guerra elettronica è stato rapito. Questo è ormai una certezza, come certo è che qualcuno in ambito ministeriale e militare ha depistato le indagini che cercavano di far luce su questo crimine. Certo perché stabilito da un Tribunale pochi mesi fa, a risultato di una dura battaglia legale che la moglie di Davide, Marisa, ha combattuto contro tutto e tutti insieme alla sua famiglia e ai figli per veder riconosciuto il diritto se non alla verità almeno alla dignità.

Locandina dell’evento del 12 settembre

Una storia quella della famiglia Cervia che mi ha sempre viaggiato nella mente e nel cuore da quel 12 settembre del 1990, quando un commando rimasto nei nomi sconosciuto (ma di cui è chiarissima la provenienza e la motivazione)rapì quest’uomo buono davanti casa sua a Velletri. Un rapimento brutale, così definito dai testimoni, che non furono mai ascoltati.

Un rapimento terribile non solo per l’evento in se ma anche per il silenzio e la solitudine in cui sono stati lasciati i suoi familiari. Ma chi sperava di far cadere nell’oblio questa infamia non conosceva evidentemente Marisa Gentile, la moglie di Davide.

E non conosceva Alberto, il papà di Marisa. E non poteva conoscere chiaramente i figli di Davide, allora piccolissimi, che hanno combattuto e combattono per conoscere la verità.

Alfredo Covino (Foto dal sito ufficiale)

Questo percorso, questa ricerca e questa durissima battaglia per aver giustizia è diventata un’idea editoriale visiva, dal titolo “Il Caso C.” presentata a Roma presso le Officine Fotografiche di via Libetta 1 proprio il 12 settembre alle ore 18:30. Un progetto di Alfredo Covino, una mostra di foto e documenti curata da Chiara Capodici che ripercorrerà tutta la vicenda.

All’incontro interverranno oltre a Marisa Gentile, l’avvocato della famiglia Licia D’Amico e il collega Gianluca Cicinelli che ha seguito con cura e attenzione il caso e scritto un libro.

La mostra sarà fruibile fino al 13 settembre presso le Officine Fotografiche con orari: 10:00 – 13:30 e 15:30 – 19:00.

Per informazioni e approfondimenti:

https://www.alfredocovino.com/

https://roma.officinefotografiche.org/appuntamenti/il-caso-c-un-progetto-di-alfredo-covino/

Mauro Valentini

Marisa Gentile in una intervista per il programma “Chi l’ha Visto?”

 

A Bologna le calciatrici hanno smesso di sognare

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” trema davanti al calcio femminile?

Il calcio femminile sembra esser all’anno zero della sua storia, felice come è stato l’impatto della nazionale sul mondiale appena concluso e con l’esplosione di un campionato che ha conquistato la visibilità del grande pubblico. Trasmesso dalle piattaforme a pagamento, con grandi Club come Juventus, Fiorentina e Roma che sono scese in campo per contendersi il primato nazionale anche tra le donne.

La nazionale di calcio femminile.

Ma in una città che è vanto mondiale dell’emancipazione, della cultura e dell’uguaglianza e che anzi ne è da sempre bandiera, ecco che mi arriva una lettera da chi tifa per il Bologna femminile e conosce bene cosa sta accadendo.

È una lettera delicata, piena d’amore per la città, per il calcio e per lo sport.

E io ho deciso di pubblicarla, proteggendo l’anonimato della protagonista di questo sfogo.

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” c’è scritto sulla maglia da gioco del Bologna. E possibile che questo squadrone non abbia voglia di mettersi in gioco anche con il calcio femminile? Tremi davanti a queste ragazze appassionate?

Ecco la lettera che ricevo e che volentieri pubblico.

“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’.  E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Da quando sei partito, c’è una grossa novità. L’anno vecchio è finito ormai. Ma qualcosa ancora qui non va”

Con queste parole il Dall’Ara saluta il Bologna ogni domenica al termine della propria partita casalinga. Ma proprio queste parole possono essere utilizzate per descrivere lo stato d’animo di un’altra squadra di Bologna.

Nonostante il successo del Mondiale di calcio femminile conclusosi in Francia appena un mese fa, c’è qualcosa che ancora qui non va appunto. Nonostante l’indiscutibile ascesa che il calcio femminile sta vivendo,  Bologna rimane una delle poche società italiane a non credere in questo movimento.

Eppure una squadra femminile a Bologna c’è, partecipa al campionato di Serie C era in B prima della rivoluzione dei campionati del 2018 e fino all’anno scorso ha lottato per le prime posizioni della sua categoria.

Il Bologna femminile

La collaborazione con il settore maschile è nata da pochi anni ma i reali vantaggi sono davvero pochi: la prima squadra femminile infatti non ha dimora fissa per allenamenti e partite, l’abbigliamento messo a disposizione per il femminile viene recuperato dalle squadre maschili degli anni precedenti (con alcune situazione al limite per taglie e dimensioni) per non parlare delle tutele mediche che non ci crederete ma sono spesso a carico delle giocatrici stesse.

Negli anni la società femminile ha provato con le sue forze a sostenere il movimento a Bologna ma proprio ora che i tempi sembrano maturi per una definitiva svolta (si parla addirittura di professionismo per le donne) la proprietà maschile ha optato per un ridimensionamento in termini di investimenti ed obiettivi sportivi.

A Bologna ci sono tante ragazze che vorrebbero portare avanti la propria passione per rappresentare al meglio i colori rossoblu e per trasmettere a chi vuol venire a giocare in questa città che Bologna è una regola, come canta Luca Carboni.

Purtroppo però questo non gli è permesso, perché a Bologna, per le calciatrici di Bologna, non c’è spazio per poter sognare.

Via Poma: 29 anni dopo – Il ricordo di Igor Patruno

Ricevo e volentieri pubblico il pensiero di chi più di altri ha studiato a fondo la triste vicenda di Simonetta Cesaroni

Lui è Igor Patruno, grande giornalista e scrittore. Qualche anno fa ha pubblicato il libro che secondo me è il più completo riguardo questo avvenimento che ha sconvolto il paese: “La ragazza con l’ombrellino rosa” (Edizioni Ponte Sisto). Ecco la sua riflessione riguardo al destino di Simonetta:

Lo scrittore Igor Patruno

Oggi sono ventinove anni dalla morte assurda di Simonetta Cesaroni, la ragazza di periferia uccisa in un palazzo della Roma “bene”.
E in questi ventinove anni l’identità dell’assassino è rimasta inviolata!
Alcuni dei personaggi coinvolti nelle inchieste se ne sono andati, portando nel silenzio assoluto della morte reticenze e omissioni.
Se n’è andato Ermanno Bizzocchi, socio insieme a Volponi, della Reli sas dove la vittima lavorava (in “nero” come è stato stabilito da una sentenza).

Se n’è andato Cesare Valle, l’architetto che abitava ai piani alti della Palazzina B di via Carlo Poma, 2.  
Se n’è andato Pierino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida in mare, in circostanze quanto meno sconcertanti; se n’è andato per cause naturali Salvatore Sibilia, impiegato dell’associazione degli Ostelli (AIAG) e marito di Anita Baldi, che dell’associazione dove Simonetta si recava per lavoro, da circa un mese due volte a settimana, era all’epoca dirigente amministrativo.
Se n’è andato Francesco Caracciolo di Sarno, discusso presidente regionale degli Ostelli, allontanato qualche tempo dopo l’omicidio dalla dirigenza nazionale (come risulta dagli atti dell’inchiesta) per una sospetta gestione di fondi pubblici!
Scomparsi nelle pieghe del tempo altri personaggi che all’epoca fecero parlare molto di sé stessi, primo tra tutti quel tal Roland Voller, ufficialmente commerciante d’auto austriaco, quasi certamente informatore della Polizia, che “suggerì” agli inquirenti la pista Federico Valle (nipote dell’architetto Valle).
Scomparsi anche i due massimi dirigenti della Polizia di Stato, quel Vincenzo Parisi che fece molte pressioni sui suoi sottoposti affinché risolvessero il caso, e quel Umberto Improta che sul finire del 1990 apparve in televisione per chiedere a l’assassino di consegnarsi alla giustizia (perché – disse – ormai sappiamo chi sei).
Scomparso infine il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, che per la verità ha lottato fino alla fine, talvolta sostituendosi agli inquirenti (come quando, di fronte all’assurda mancanza di foto ufficiali della stanza dove la figlia aveva lavorato quel 7 agosto del 1990, andò con il fido avvocato Lucio Molinaro in via Poma e della stanza fece uno schizzo a penna su un foglio a quadretti).
Nonostante i tanti scomparsi io credo che il responsabile del delitto sia ancora in vita! Assicurarlo alla giustizia è – in una società civile – un atto doveroso.
Di lui sappiamo che aveva quasi certamente sangue di gruppo A, che uccidendo si è ferito (o ha avuto comunque una perdita di sangue per epistassi), che ha avuto una ragione, o meglio una occasione, per trovarsi a via Poma e che conosceva la vittima!

La copertina del libro di Patruno

Ho seguito il delitto di via Poma dal 1990.
Ricordo bene quei giorni di agosto, così lontani nel tempo.
Molti anni dopo, mentre ero alle prese con il manoscritto di La ragazza con l’ombrellino rosa, Gianni Borgna, che abitava poco distante dal luogo dell’omicidio, mi raccontò che nel pomeriggio del 7 agosto si era recato al mare, ad Ostia, e che, facendo il bagno, aveva notato su Roma, una lugubre coltre di nubi. Il mattino successivo apprese dell’omicidio leggendo il giornale.
Quando i quotidiani pubblicarono le foto di Simonetta Cesaroni (foto trovate dagli inquirenti nella sua borsetta, insieme a quattro strisce di negativi) si propagò un vero e proprio effetto estraniante.
Provate a pensarci. Le immagini di una bella e giovane ragazza in costume, nel mentre l’estate è al suo apice temporale, suggeriscono situazioni rassicuranti, addirittura piacevoli, poi leggendo i titoli che accompagnano le fotografie tutte le percezioni mutano in un istante. L’alito della morte raggela l’anima.
Da quel momento il delitto di via Poma è divenuto mediatico (o meglio, ha iniziato a divenirlo). E nella mediaticità la figura della vittima – Simonetta Cesaroni – è lentamente impallidita, sopraffatta dalle ipotesi, dai particolari raccapriccianti, dagli sviluppi delle indagini, dai fallimenti delle indagini, dalle tante riaperture delle indagini, dai processi, dalle perizie, dalle superperizie…


Anche per questo, nei miei interventi pubblici, ho spesso cercato di ricordare la figura di questa ragazza, nel pieno della giovinezza, forse delusa dal comportamento del suo fidanzato, forse preoccupata per la precarietà del suo lavoro, ma affamata di vita.
Anche per questo, pur avendo scritto un libro che ha avuto un incredibile successo e che a distanza di dieci anni (è uscito nel 2009) continua ad essere ristampato e venduto, mi sono spesso tenuto in disparte, prediligendo solo quegli incontri, quegli inviti (come ad esempio quello a Chi l’ha visto? e Storie) dove fosse possibile approfondire con il rispetto dovuto ad una giovane vita spezzata, cancellata dal tempo per chissà quale assurdo movente.
Igor Patruno

 

L’ennesima di Alì il killer

Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi: «Agca la smetta di arrecare dolore!»

Appena si riaprono scenari importanti che riguardano la sorte di Emanuela Orlandi, ecco che tornano le inutili esternazioni di un killer. Di quel killer che, dal 1981 a oggi, ha trovato una ribalta mediatica che nessuno gli avrebbe mai potuto garantire. Se non l’Italia.

Laura Sgrò con Pietro Orlandi

Siamo in una fase cruciale della vicenda, siamo alla prima apertura di credito e d’indagine da parte della Gendarmeria Vaticana verso la scomparsa della loro cittadina Emanuela. Quelle tombe vuote sembrano lanciare segnali che qualcuno potrebbe cogliere. Ci sono ossa umane, le ennesime dopo quelle trovate nella cripta di Sant’Apollinaire e dopo quelle della Nunziatura di via Po. Ci sono fragili rapporti che si stanno ritessendo e che forse potrebbero portare a una verità…  E lui cosa fa? Arriva puntuale come il cannone del Gianicolo a mezzogiorno e ne spara un’altra.

Alì il killer, scrive una lettera che consegna alla stampa attraverso il suo legale per raccontare la sua. E la cantilena è sempre la stessa:

“Emanuela Orlandi è viva e sta bene da 36 anni. Emanuela Orlandi non ha mai subito nessuna violenza. Anzi è stata trattata bene sempre. Papa Francesco ha detto a Pietro Orlandi: ‘Se Emanuela si trova in cielo dobbiamo pregare per Lei’ – aggiunge, a proposito di un breve incontro tra il Pontefice e il fratello di Emanuela -. Questa dichiarazione normalissima del Papa fu manipolata e fatto un film di menzogna intitolato ‘Verità è in cielo'”. “Basta con menzogne e calunnie contro i morti come il prelato Marcinkus e Enrico de Pedis e altre persone innocenti. Io invito la CIA a rivelare i suoi documenti segreti sull’intrigo Emanuela Orlandi, confessando anche la responsabilità diretta della CIA su quel complesso di intrighi internazionali degli anni 1980. Ci sono molte cose da dire ma per adesso devo limitare il discorso”.

Il Papa e Alì

Rassegniamoci quindi all’ennesima puntata. La prima fu a luglio 1983: La ricordate?  L’ho contestualizzata nel mio libro su Mirella Gregori. E ve la riporto: «Sono contro questa azione criminosa! Sono per la ragazza innocente, sono con la famiglia che sente dolore, sono con il Vaticano e sono con l’Italia. Ammiro l’Italia, sto bene qui, liberate la ragazza senza condizioni!»

L’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, da me contattata in questi minuti, giudica duramente questa ennesima sortita: «Alì Agca dovrebbe smetterla di arrecare dolore alla gente. Credo che lo abbia già fatto abbastanza. Riteniamo Agca assolutamente inattendibile e reputiamo che la stampa avrebbe dovuto ignorare dichiarazioni di tale portata che portano alla ribalta un personaggio quantomeno discutibile. Se poi» chiosa la legale: «Agca ha delle prove concrete sulle sorti di Emanuela le metta a disposizione dell’autorità giudiziaria. In caso contrario abbia la decenza di tacere!»

Tacerà? “Ci saranno altre cose da dire” scrive in quella sua lettera. Molto bene … Sappiamo che non lo farà

Si accomodi dunque signor Alì il killer. Troverà ancora qualcuno disposto a pubblicare le sue parole. Ora come allora.

Mauro Valentini

In memoria di Ustica (di Fabio Mundadori)

La storia di un viaggio

Un viaggio lungo ventisei anni, un viaggio che all’improvviso assume le sembianze di in un incubo.
E negli incubi le cose non appaiono mai come sono davvero: gli eventi non sembrano mai così reali, i suoni sono sempre distorti, poco riconoscibili.
Gli incubi sono sogni come tutti gli altri: mosaici prodotti dal nostro inconscio che tenta di comunicarci qualcosa, a volte lo capiamo altre no, in ogni caso restano chiusi nella nostra mente.
Poi succede che alcuni incubi vengano a cercarci ed entrino nella nostra vita e per quanto possiamo desiderarlo non siamo sul set di un film.
Il viaggio inizia il 27 giugno 1980.
Alle 20 e 08, il volo IH 870 decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna, destinazione Palermo; non vi giungerà mai: il DC9 della ITAVIA scomparirà improvvisamente dai radar cinquantuno minuti dopo. I suoi resti verranno ritrovati al largo dell’isola di Ustica.
Da quel momento in poi, come in un incubo, nulla sarà come sembra.
E sembra un disastro aereo come tanti, una tragedia voluta dal destino, l’effetto un cedimento strutturale che ha spezzato in due il velivolo: crude definizioni che con il passare delle ore appaiono sempre meno aderenti alla realtà.
Ricordo distintamente le immagini mandate in onda dal TG1 a ridosso della tragedia: quelle della calca dei parenti in attesa all’aeroporto di Punta Raisi, quelle del corpo di una delle vittime più giovani che fuoriuscita dalla carlinga riaffiorava sul pelo dell’acqua.
Nei giorni immediatamente successivi si aggiungono al quadro complessivo nuovi inquietanti elementi: nel giorno del funerale delle vittime Gheddafi commissiona la pubblicazione di un necrologio in favore delle vittime sul giornale di Sicilia, ventuno giorni dopo il disastro un Mig libico viene ritrovato sull’altopiano della Sila; nonostante queste circostanze al termine dell’inchiesta aperta dalla magistratura il responso sarà comunque: disastro aereo.
Un responso che rimarrà incontrovertito per nove lunghi anni quando per la prima volta, a seguito della relazione del primo collegio peritale nominato solo quattro anni prima, viene pronunciata la parola strage.
Il verdetto della Corte di Cassazione che stabilisce che a distruggere il DC9 non fu un cedimento strutturale, ma un missile aria-aria è storia dei giorni nostri.
Come per la strage del 2 agosto la giustizia ha ottenuto un risultato solo parziale condannando i colpevoli istituzionali, i Ministeri dei trasporti e della difesa, non ha saputo però dare un nome agli “esecutori materiali”: a oggi su chi abbia sganciato quel missile abbiamo solo ipotesi, vaghe ammissioni mai surrogate da prove.
L’unica cosa che ci rimane sono i resti di un incubo.
Al tempo, come per tutti i disastri aerei, la notizia tenne banco sulle prime pagine solo a ridosso dell’accaduto per scivolare in fretta nelle pagine interne nei mesi successivi. Un unico sussulto si ebbe in occasione del ritrovamento del caccia libico: chi in quei giorni tentò di mettere in relazione i due fatti, fu tacciato nel migliore dei casi di eccessiva fantasia.
Una cortina di silenzio e dissimulazione calò sul disastro e per, me come per molti, quella tragedia restò a lungo solo un fatto di cronaca, uno dei tanti misteri irrisolti.
Sempre attraverso la cronaca, negli anni ho assistito agli sforzi tenaci profusi da esponenti di spicco della cultura, della politica e soprattutto dall’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per dissipare quella cortina.
Poi è venuto il giorno in cui giorno ho messo piede nel Museo della memoria per la strage di Ustica.
Dal 1987 al 1991 i frammenti del DC9 precipitato vengono recuperati dal fondale del Tirreno e successivamente assemblati in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di mare, dove resteranno fino al 2006 quando terminerà l’istruttoria condotta dal giudice Priore.
Sarà proprio grazie alle perizie effettuate su quei resti che verrà smascherato il depistaggio più reiterato della storia d’Italia.
A quel punto il relitto cessa la sua funzione di prova oggettiva, ma per l’associazione parenti delle vittime è impensabile che venga smaltito come un normale rifiuto: per ognuno di loro è la manifestazione tangibile di una verità ritrovata, per ognuno di loro è un simbolo.
Il relitto viene smontato e il volo ITAVIA IH 870 inizia, 26 lunghi anni dopo, il suo viaggio di ritorno.

Il viaggio del DC9

Trasportato a Bologna, quello che fino a quel momento è stato un ammasso di frammenti numerati e catalogati, diviene il nucleo attorno al quale l’artista francese Christian Boltanski realizzerà l’installazione permanente che prende il nome di Museo per la memoria di Ustica.

Quando varchi la soglia del museo e affronti la mole di quel gigante ferito è come se qualcosa mettesse in discussione la realtà stessa, come se la forza emanata dal relitto piegasse il tempo e lo spazio, aprendo un varco verso una dimensione onirica.
Sulla tua testa ottantuno lampade a incandescenza, una per ogni vittima, si accendono e si spengono con il ritmo di un incessante respiro luminoso, perché se la vita può cessare la memoria deve restare per sempre.
Alle pareti del ballatoio sopraelevato, che corre lungo tutto il perimetro della stanza principale, sono invece appese le cornici dedicate alle vittime: nessun volto, nessuna immagine, solo superfici completamente nere, traslucide dove chi guarda può vedere la propria immagine riflessa. Da dietro quelle cornici, la voce che Boltanski ha immaginato per ognuna delle persone scomparse, ci sussurra i propri pensieri di gente comune, pensieri rivolti alla vita, alla quotidianità, ai progetti per un futuro che non è stato concesso.
Quei sussurri sono la colonna sonora che accompagna la tua permanenza all’interno del museo, le guide che conducono per mano le tue emozioni e allora il pensiero torna a loro alle vittime e di loro ci resta solo la memoria, una memoria che parla.

*Fabio Mundadori è nato a Bologna, Scrittore e giallista. Il suo ultimo libro: Occhi Viola – La prima indagine di Luca Sammarchi (Bacchilega editore – Collana Zero) sarà in uscita a luglio 2019