Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

A Bologna le calciatrici hanno smesso di sognare

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” trema davanti al calcio femminile?

Il calcio femminile sembra esser all’anno zero della sua storia, felice come è stato l’impatto della nazionale sul mondiale appena concluso e con l’esplosione di un campionato che ha conquistato la visibilità del grande pubblico. Trasmesso dalle piattaforme a pagamento, con grandi Club come Juventus, Fiorentina e Roma che sono scese in campo per contendersi il primato nazionale anche tra le donne.

La nazionale di calcio femminile.

Ma in una città che è vanto mondiale dell’emancipazione, della cultura e dell’uguaglianza e che anzi ne è da sempre bandiera, ecco che mi arriva una lettera da chi tifa per il Bologna femminile e conosce bene cosa sta accadendo.

È una lettera delicata, piena d’amore per la città, per il calcio e per lo sport.

E io ho deciso di pubblicarla, proteggendo l’anonimato della protagonista di questo sfogo.

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” c’è scritto sulla maglia da gioco del Bologna. E possibile che questo squadrone non abbia voglia di mettersi in gioco anche con il calcio femminile? Tremi davanti a queste ragazze appassionate?

Ecco la lettera che ricevo e che volentieri pubblico.

“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’.  E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Da quando sei partito, c’è una grossa novità. L’anno vecchio è finito ormai. Ma qualcosa ancora qui non va”

Con queste parole il Dall’Ara saluta il Bologna ogni domenica al termine della propria partita casalinga. Ma proprio queste parole possono essere utilizzate per descrivere lo stato d’animo di un’altra squadra di Bologna.

Nonostante il successo del Mondiale di calcio femminile conclusosi in Francia appena un mese fa, c’è qualcosa che ancora qui non va appunto. Nonostante l’indiscutibile ascesa che il calcio femminile sta vivendo,  Bologna rimane una delle poche società italiane a non credere in questo movimento.

Eppure una squadra femminile a Bologna c’è, partecipa al campionato di Serie C era in B prima della rivoluzione dei campionati del 2018 e fino all’anno scorso ha lottato per le prime posizioni della sua categoria.

Il Bologna femminile

La collaborazione con il settore maschile è nata da pochi anni ma i reali vantaggi sono davvero pochi: la prima squadra femminile infatti non ha dimora fissa per allenamenti e partite, l’abbigliamento messo a disposizione per il femminile viene recuperato dalle squadre maschili degli anni precedenti (con alcune situazione al limite per taglie e dimensioni) per non parlare delle tutele mediche che non ci crederete ma sono spesso a carico delle giocatrici stesse.

Negli anni la società femminile ha provato con le sue forze a sostenere il movimento a Bologna ma proprio ora che i tempi sembrano maturi per una definitiva svolta (si parla addirittura di professionismo per le donne) la proprietà maschile ha optato per un ridimensionamento in termini di investimenti ed obiettivi sportivi.

A Bologna ci sono tante ragazze che vorrebbero portare avanti la propria passione per rappresentare al meglio i colori rossoblu e per trasmettere a chi vuol venire a giocare in questa città che Bologna è una regola, come canta Luca Carboni.

Purtroppo però questo non gli è permesso, perché a Bologna, per le calciatrici di Bologna, non c’è spazio per poter sognare.

Via Poma: 29 anni dopo – Il ricordo di Igor Patruno

Ricevo e volentieri pubblico il pensiero di chi più di altri ha studiato a fondo la triste vicenda di Simonetta Cesaroni

Lui è Igor Patruno, grande giornalista e scrittore. Qualche anno fa ha pubblicato il libro che secondo me è il più completo riguardo questo avvenimento che ha sconvolto il paese: “La ragazza con l’ombrellino rosa” (Edizioni Ponte Sisto). Ecco la sua riflessione riguardo al destino di Simonetta:

Lo scrittore Igor Patruno

Oggi sono ventinove anni dalla morte assurda di Simonetta Cesaroni, la ragazza di periferia uccisa in un palazzo della Roma “bene”.
E in questi ventinove anni l’identità dell’assassino è rimasta inviolata!
Alcuni dei personaggi coinvolti nelle inchieste se ne sono andati, portando nel silenzio assoluto della morte reticenze e omissioni.
Se n’è andato Ermanno Bizzocchi, socio insieme a Volponi, della Reli sas dove la vittima lavorava (in “nero” come è stato stabilito da una sentenza).

Se n’è andato Cesare Valle, l’architetto che abitava ai piani alti della Palazzina B di via Carlo Poma, 2.  
Se n’è andato Pierino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida in mare, in circostanze quanto meno sconcertanti; se n’è andato per cause naturali Salvatore Sibilia, impiegato dell’associazione degli Ostelli (AIAG) e marito di Anita Baldi, che dell’associazione dove Simonetta si recava per lavoro, da circa un mese due volte a settimana, era all’epoca dirigente amministrativo.
Se n’è andato Francesco Caracciolo di Sarno, discusso presidente regionale degli Ostelli, allontanato qualche tempo dopo l’omicidio dalla dirigenza nazionale (come risulta dagli atti dell’inchiesta) per una sospetta gestione di fondi pubblici!
Scomparsi nelle pieghe del tempo altri personaggi che all’epoca fecero parlare molto di sé stessi, primo tra tutti quel tal Roland Voller, ufficialmente commerciante d’auto austriaco, quasi certamente informatore della Polizia, che “suggerì” agli inquirenti la pista Federico Valle (nipote dell’architetto Valle).
Scomparsi anche i due massimi dirigenti della Polizia di Stato, quel Vincenzo Parisi che fece molte pressioni sui suoi sottoposti affinché risolvessero il caso, e quel Umberto Improta che sul finire del 1990 apparve in televisione per chiedere a l’assassino di consegnarsi alla giustizia (perché – disse – ormai sappiamo chi sei).
Scomparso infine il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, che per la verità ha lottato fino alla fine, talvolta sostituendosi agli inquirenti (come quando, di fronte all’assurda mancanza di foto ufficiali della stanza dove la figlia aveva lavorato quel 7 agosto del 1990, andò con il fido avvocato Lucio Molinaro in via Poma e della stanza fece uno schizzo a penna su un foglio a quadretti).
Nonostante i tanti scomparsi io credo che il responsabile del delitto sia ancora in vita! Assicurarlo alla giustizia è – in una società civile – un atto doveroso.
Di lui sappiamo che aveva quasi certamente sangue di gruppo A, che uccidendo si è ferito (o ha avuto comunque una perdita di sangue per epistassi), che ha avuto una ragione, o meglio una occasione, per trovarsi a via Poma e che conosceva la vittima!

La copertina del libro di Patruno

Ho seguito il delitto di via Poma dal 1990.
Ricordo bene quei giorni di agosto, così lontani nel tempo.
Molti anni dopo, mentre ero alle prese con il manoscritto di La ragazza con l’ombrellino rosa, Gianni Borgna, che abitava poco distante dal luogo dell’omicidio, mi raccontò che nel pomeriggio del 7 agosto si era recato al mare, ad Ostia, e che, facendo il bagno, aveva notato su Roma, una lugubre coltre di nubi. Il mattino successivo apprese dell’omicidio leggendo il giornale.
Quando i quotidiani pubblicarono le foto di Simonetta Cesaroni (foto trovate dagli inquirenti nella sua borsetta, insieme a quattro strisce di negativi) si propagò un vero e proprio effetto estraniante.
Provate a pensarci. Le immagini di una bella e giovane ragazza in costume, nel mentre l’estate è al suo apice temporale, suggeriscono situazioni rassicuranti, addirittura piacevoli, poi leggendo i titoli che accompagnano le fotografie tutte le percezioni mutano in un istante. L’alito della morte raggela l’anima.
Da quel momento il delitto di via Poma è divenuto mediatico (o meglio, ha iniziato a divenirlo). E nella mediaticità la figura della vittima – Simonetta Cesaroni – è lentamente impallidita, sopraffatta dalle ipotesi, dai particolari raccapriccianti, dagli sviluppi delle indagini, dai fallimenti delle indagini, dalle tante riaperture delle indagini, dai processi, dalle perizie, dalle superperizie…


Anche per questo, nei miei interventi pubblici, ho spesso cercato di ricordare la figura di questa ragazza, nel pieno della giovinezza, forse delusa dal comportamento del suo fidanzato, forse preoccupata per la precarietà del suo lavoro, ma affamata di vita.
Anche per questo, pur avendo scritto un libro che ha avuto un incredibile successo e che a distanza di dieci anni (è uscito nel 2009) continua ad essere ristampato e venduto, mi sono spesso tenuto in disparte, prediligendo solo quegli incontri, quegli inviti (come ad esempio quello a Chi l’ha visto? e Storie) dove fosse possibile approfondire con il rispetto dovuto ad una giovane vita spezzata, cancellata dal tempo per chissà quale assurdo movente.
Igor Patruno

 

L’ennesima di Alì il killer

Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi: «Agca la smetta di arrecare dolore!»

Appena si riaprono scenari importanti che riguardano la sorte di Emanuela Orlandi, ecco che tornano le inutili esternazioni di un killer. Di quel killer che, dal 1981 a oggi, ha trovato una ribalta mediatica che nessuno gli avrebbe mai potuto garantire. Se non l’Italia.

Laura Sgrò con Pietro Orlandi

Siamo in una fase cruciale della vicenda, siamo alla prima apertura di credito e d’indagine da parte della Gendarmeria Vaticana verso la scomparsa della loro cittadina Emanuela. Quelle tombe vuote sembrano lanciare segnali che qualcuno potrebbe cogliere. Ci sono ossa umane, le ennesime dopo quelle trovate nella cripta di Sant’Apollinaire e dopo quelle della Nunziatura di via Po. Ci sono fragili rapporti che si stanno ritessendo e che forse potrebbero portare a una verità…  E lui cosa fa? Arriva puntuale come il cannone del Gianicolo a mezzogiorno e ne spara un’altra.

Alì il killer, scrive una lettera che consegna alla stampa attraverso il suo legale per raccontare la sua. E la cantilena è sempre la stessa:

“Emanuela Orlandi è viva e sta bene da 36 anni. Emanuela Orlandi non ha mai subito nessuna violenza. Anzi è stata trattata bene sempre. Papa Francesco ha detto a Pietro Orlandi: ‘Se Emanuela si trova in cielo dobbiamo pregare per Lei’ – aggiunge, a proposito di un breve incontro tra il Pontefice e il fratello di Emanuela -. Questa dichiarazione normalissima del Papa fu manipolata e fatto un film di menzogna intitolato ‘Verità è in cielo'”. “Basta con menzogne e calunnie contro i morti come il prelato Marcinkus e Enrico de Pedis e altre persone innocenti. Io invito la CIA a rivelare i suoi documenti segreti sull’intrigo Emanuela Orlandi, confessando anche la responsabilità diretta della CIA su quel complesso di intrighi internazionali degli anni 1980. Ci sono molte cose da dire ma per adesso devo limitare il discorso”.

Il Papa e Alì

Rassegniamoci quindi all’ennesima puntata. La prima fu a luglio 1983: La ricordate?  L’ho contestualizzata nel mio libro su Mirella Gregori. E ve la riporto: «Sono contro questa azione criminosa! Sono per la ragazza innocente, sono con la famiglia che sente dolore, sono con il Vaticano e sono con l’Italia. Ammiro l’Italia, sto bene qui, liberate la ragazza senza condizioni!»

L’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, da me contattata in questi minuti, giudica duramente questa ennesima sortita: «Alì Agca dovrebbe smetterla di arrecare dolore alla gente. Credo che lo abbia già fatto abbastanza. Riteniamo Agca assolutamente inattendibile e reputiamo che la stampa avrebbe dovuto ignorare dichiarazioni di tale portata che portano alla ribalta un personaggio quantomeno discutibile. Se poi» chiosa la legale: «Agca ha delle prove concrete sulle sorti di Emanuela le metta a disposizione dell’autorità giudiziaria. In caso contrario abbia la decenza di tacere!»

Tacerà? “Ci saranno altre cose da dire” scrive in quella sua lettera. Molto bene … Sappiamo che non lo farà

Si accomodi dunque signor Alì il killer. Troverà ancora qualcuno disposto a pubblicare le sue parole. Ora come allora.

Mauro Valentini

In memoria di Ustica (di Fabio Mundadori)

La storia di un viaggio

Un viaggio lungo ventisei anni, un viaggio che all’improvviso assume le sembianze di in un incubo.
E negli incubi le cose non appaiono mai come sono davvero: gli eventi non sembrano mai così reali, i suoni sono sempre distorti, poco riconoscibili.
Gli incubi sono sogni come tutti gli altri: mosaici prodotti dal nostro inconscio che tenta di comunicarci qualcosa, a volte lo capiamo altre no, in ogni caso restano chiusi nella nostra mente.
Poi succede che alcuni incubi vengano a cercarci ed entrino nella nostra vita e per quanto possiamo desiderarlo non siamo sul set di un film.
Il viaggio inizia il 27 giugno 1980.
Alle 20 e 08, il volo IH 870 decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna, destinazione Palermo; non vi giungerà mai: il DC9 della ITAVIA scomparirà improvvisamente dai radar cinquantuno minuti dopo. I suoi resti verranno ritrovati al largo dell’isola di Ustica.
Da quel momento in poi, come in un incubo, nulla sarà come sembra.
E sembra un disastro aereo come tanti, una tragedia voluta dal destino, l’effetto un cedimento strutturale che ha spezzato in due il velivolo: crude definizioni che con il passare delle ore appaiono sempre meno aderenti alla realtà.
Ricordo distintamente le immagini mandate in onda dal TG1 a ridosso della tragedia: quelle della calca dei parenti in attesa all’aeroporto di Punta Raisi, quelle del corpo di una delle vittime più giovani che fuoriuscita dalla carlinga riaffiorava sul pelo dell’acqua.
Nei giorni immediatamente successivi si aggiungono al quadro complessivo nuovi inquietanti elementi: nel giorno del funerale delle vittime Gheddafi commissiona la pubblicazione di un necrologio in favore delle vittime sul giornale di Sicilia, ventuno giorni dopo il disastro un Mig libico viene ritrovato sull’altopiano della Sila; nonostante queste circostanze al termine dell’inchiesta aperta dalla magistratura il responso sarà comunque: disastro aereo.
Un responso che rimarrà incontrovertito per nove lunghi anni quando per la prima volta, a seguito della relazione del primo collegio peritale nominato solo quattro anni prima, viene pronunciata la parola strage.
Il verdetto della Corte di Cassazione che stabilisce che a distruggere il DC9 non fu un cedimento strutturale, ma un missile aria-aria è storia dei giorni nostri.
Come per la strage del 2 agosto la giustizia ha ottenuto un risultato solo parziale condannando i colpevoli istituzionali, i Ministeri dei trasporti e della difesa, non ha saputo però dare un nome agli “esecutori materiali”: a oggi su chi abbia sganciato quel missile abbiamo solo ipotesi, vaghe ammissioni mai surrogate da prove.
L’unica cosa che ci rimane sono i resti di un incubo.
Al tempo, come per tutti i disastri aerei, la notizia tenne banco sulle prime pagine solo a ridosso dell’accaduto per scivolare in fretta nelle pagine interne nei mesi successivi. Un unico sussulto si ebbe in occasione del ritrovamento del caccia libico: chi in quei giorni tentò di mettere in relazione i due fatti, fu tacciato nel migliore dei casi di eccessiva fantasia.
Una cortina di silenzio e dissimulazione calò sul disastro e per, me come per molti, quella tragedia restò a lungo solo un fatto di cronaca, uno dei tanti misteri irrisolti.
Sempre attraverso la cronaca, negli anni ho assistito agli sforzi tenaci profusi da esponenti di spicco della cultura, della politica e soprattutto dall’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per dissipare quella cortina.
Poi è venuto il giorno in cui giorno ho messo piede nel Museo della memoria per la strage di Ustica.
Dal 1987 al 1991 i frammenti del DC9 precipitato vengono recuperati dal fondale del Tirreno e successivamente assemblati in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di mare, dove resteranno fino al 2006 quando terminerà l’istruttoria condotta dal giudice Priore.
Sarà proprio grazie alle perizie effettuate su quei resti che verrà smascherato il depistaggio più reiterato della storia d’Italia.
A quel punto il relitto cessa la sua funzione di prova oggettiva, ma per l’associazione parenti delle vittime è impensabile che venga smaltito come un normale rifiuto: per ognuno di loro è la manifestazione tangibile di una verità ritrovata, per ognuno di loro è un simbolo.
Il relitto viene smontato e il volo ITAVIA IH 870 inizia, 26 lunghi anni dopo, il suo viaggio di ritorno.

Il viaggio del DC9

Trasportato a Bologna, quello che fino a quel momento è stato un ammasso di frammenti numerati e catalogati, diviene il nucleo attorno al quale l’artista francese Christian Boltanski realizzerà l’installazione permanente che prende il nome di Museo per la memoria di Ustica.

Quando varchi la soglia del museo e affronti la mole di quel gigante ferito è come se qualcosa mettesse in discussione la realtà stessa, come se la forza emanata dal relitto piegasse il tempo e lo spazio, aprendo un varco verso una dimensione onirica.
Sulla tua testa ottantuno lampade a incandescenza, una per ogni vittima, si accendono e si spengono con il ritmo di un incessante respiro luminoso, perché se la vita può cessare la memoria deve restare per sempre.
Alle pareti del ballatoio sopraelevato, che corre lungo tutto il perimetro della stanza principale, sono invece appese le cornici dedicate alle vittime: nessun volto, nessuna immagine, solo superfici completamente nere, traslucide dove chi guarda può vedere la propria immagine riflessa. Da dietro quelle cornici, la voce che Boltanski ha immaginato per ognuna delle persone scomparse, ci sussurra i propri pensieri di gente comune, pensieri rivolti alla vita, alla quotidianità, ai progetti per un futuro che non è stato concesso.
Quei sussurri sono la colonna sonora che accompagna la tua permanenza all’interno del museo, le guide che conducono per mano le tue emozioni e allora il pensiero torna a loro alle vittime e di loro ci resta solo la memoria, una memoria che parla.

*Fabio Mundadori è nato a Bologna, Scrittore e giallista. Il suo ultimo libro: Occhi Viola – La prima indagine di Luca Sammarchi (Bacchilega editore – Collana Zero) sarà in uscita a luglio 2019  

Mirella Gregori. Vogliamo la verità

36 anni di attese, indagini mai iniziate e truffatori della peggior specie

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?»

Quando ho iniziato il percorso del ricordo insieme ad Antonietta, la sorella di Mirella, quasi un anno fa, questa è stata la frase che mi ha colpito di più, la prima di un diluvio di ricordi e di notizie, di atti   d’indagine (pochi) e di mancanze investigative (troppe).

Tutto quello che ci siamo detti e tutto quello che abbiamo scoperto lo abbiamo trasformato in un libro, in una cronaca piena di dolore, è vero, ma anche di tanto amore per Mirella, per Paolo e per Vittoria, per quella famiglia che era e che da quel 7 maggio non è più stata.

 

Mirella pochi giorni prima di scomparire

Perché non si è cercata subito Mirella? Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria? Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di mamma Vittoria, che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse l’Affaire Orlandi non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni dei pochi amici che Mirella aveva, dei pochissimi che potevano permettersi di chiamarla sotto casa e farla scendere? Di quella manciata di nomi che enunciati al citofono potevano indurla a cadere nella trappola?

Dopo 36 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascerà mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Ed io con lei. Vogliamo la verità. Chi ha commesso questo orrore deve sapere che prima o poi arriveremo da lui. E che un atto di coscienza, un atto di clemenza verso chi ha amato Mirella, seppur tardivo, sarebbe doveroso. Ora!

Antonietta Gregori

Questo libro, questo articolo è dedicato ad Antonietta, perché è lei che con orgoglio ha portato e porta ancora addosso lo sguardo di Mirella, una ragazza come tante, con mille sogni interrotti un pomeriggio di maggio del 1983 per mano di chi ha commesso non un reato ma un sacrilegio. Che non può rimanere impunito.

Cara Mirella, questa è una promessa: Antonietta e con lei noi di Penelope, non ci fermeremo mai.

Come scrive nella postfazione del libro il nostro Presidente Antonio Maria La Scala:

«Questi fascicoli vanno riaperti, e vanno riaperti i sarcofaghi prima che sia troppo tardi. Perché non si possono lasciare nell’oblio migliaia di famiglie. Chi dimentica cancella, e noi non dimentichiamo!»

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro: Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa (Sovera)

Marco Vannini e quel “colpo d’aria” che ha indignato l’Italia

Un Giorno in Pretura racconta il processo contro la famiglia Ciontoli

Atteso e molto criticato già nella presentazione, è iniziato il nuovo percorso della trasmissione di servizio di Rai Tre che analizza i casi di cronaca nera del paese attraverso la cronaca dentro le aule dei tribunali.

31 anni di trasmissioni, e tanti, tantissimi elogi per la conduttrice e autrice Roberta Petrelluzzi, sempre attenta a rimanere in equilibrio tra narrazione e obiettività.

Foto Rai Tre

Io personalmente ricordavo finora (perché me ne occupai anni fa per il mio libro Cianuro a San Lorenzo)  soltanto una concessione da parte della conduttrice a tale rigore quando, commentando la sentenza che assolveva Daniela Stuto dall’accusa di esser stata l’assassina di Francesca Moretti, si lasciò sfuggire un augurio sincero alla ragazza assolta e una vicinanza che sorprese tutti. Altrimenti, sempre equilibrio narrativo, lasciando sempre parlare l’Aula di Tribunale, le vittime, gli accusati, i Giudici. Del resto è questa la missione de “Un Giorno in Pretura“.

Eppure… Questa stagione numero 30 è iniziata con un taglio che a molti è apparso di rottura con il passato. Sigla nuova, studio nuovo e con una sensazione di grandezza immotivata per una sola persona seduta alla scrivania, e poi soprattutto la prima serata della domenica su Rai Tre, con un numero medio di ascolti di circa un milione e mezzo contro i 600mila circa del dopo mezzanotte (fonti dati auditel).

Rottura soprattutto, ed è questo che ha spiazzato e indignato i fedelissimi telespettatori, anche nel coinvolgimento verso gli attori della storia che è stata raccontata nella prima puntata: il Caso Vannini.

Innanzitutto iniziando dal titolo: Il caso Ciontoli. Strana scelta, forse corretta in punta di logica giuridica, ma certo scelta di “rottura” nei confronti della stampa nazionale e dei programmi televisivi che hanno preso coscienza dell’enorme ingiustizia perpetrata alla famiglia di Marco. Una scelta direi non compresa dall’opinione pubblica che infatti si è scatenata sui social e ai centralini della Rai.

Io vi propongo due elementi tratti da Facebook, uno della Petrelluzzi in persona che il 26 aprile così scriveva con una sorta di lettera aperta a Martina Ciontoli e poi la risposta sulla pagina a Marco dedicata da parte del cugino di Marco, Alessandro.

Li pubblico lasciando stavolta a Voi il commento. Che potete scrivere qui sotto.

 

Mauro Valentini

 

Emanuela Orlandi – Parla Pietro

Siamo a una svolta? Ho chiesto a Pietro Orlandi quali sono le sue sensazioni

L’amicizia che ci unisce mi ha sempre imposto discrezione. Tanto è il legame e la stima per Pietro. Legame che sento fortemente reciproco.

Ma la notizia battuta ieri da tutte le agenzie sembra porre le basi per una nuova epoca nella triste storia che riguarda il destino di Emanuela Orlandi. E allora l’ho chiamato, gli ho chiesto cosa pensa. Cosa sente. Ed ecco le sue parole.

Pietro

«Forse dopo tanta insistenza e istanze presentate hanno capito che e’ il momento di fare chiarezza e mi auguro che questa volontà sia onesta e volta solo a far emergere la verità.»

Ma come si è arrivati dal nulla questo cimitero teutonico? Cos’è questo luogo di cui ora tanto si parla?

«Il camposanto teutonico è interno al Vaticano, non legato alle nostre frequentazioni. Questa pista nasce da indicazioni di fonti non anonime interne al Vaticano e questa lettera anonima arrivata all’avvocata Sgrò  è solo l’ultima riguardo le segnalazioni che ci erano arrivate. Non si poteva restare nel dubbio e per questo abbiamo fatto una nuova richiesta al Vaticano per indagare su questa circostanza per poter verificare. L’ingresso al camposanto comunque è’ sempre stato accessibile a tutti, non sono richiesti particolari permessi. Non si tratta quindi di un luogo misterioso.»

Una svolta, una novità assoluta questa che consente, dopo 36 anni ormai, di aprire all’interno del Vaticano un fascicolo che riguarderà la scomparsa di Emanuela. Finalmente. Un cambio di passo che ha come protagonista Laura Sgrò, il legale che sta seguendo da qualche tempo Pietro Orlandi e la sua famiglia: «

Sì. l’avvocato Sgrò conosce molto bene l’ambito del Vaticano, sa come procedere e certamente questa sua capacità di interloquire all’interno dello Stato Pontificio può esser determinante.»

Pietro, che sensazione hai stavolta?

«Noi lo sai, siamo sempre speranzosi. Ho verificato in questi anni tutte le possibili piste e voci. Questa però per me è una grandissima novità. Perché viene da dentro il Vaticano. Spero sia quella giusta.»

Vedi l’intervista di Andrea Purgatori con l’avvocata Laura Sgrò per Atlantide (La7)

Antonella Di Veroli – 25 anni fa Il caso della donna nell’armadio

Nel mio libro, tutto gli errori nelle indagini.  Un solo sospettato, un caso semplice eppure rimasto insoluto

Antonella Di Veroli vive sola, praticamente da sempre. Ha 47 anni e da poco ha acquistato un appartamento a Talenti, un quartiere tra i più “in” di Roma dove liberi professionisti e la nuova borghesia romana si sono insediata da anni qui, in questa collina a due passi da Villa Torlonia. Antonell

Via Domenico Oliva 8 quel giorno

a è una donna sola. Non ha tanti amici, non ha un marito e a 47 anni non ha neanche un fidanzato. Ne ha avuti due negli ultimi anni, ma avevano un difetto. Erano sposati e non avevano intenzione di lasciare la moglie.

Quella seconda domenica di aprile del 1994, Antonella la trascorre fuori Roma in casa di amici. Le hanno anche proposto di rimanere a cena tanto che fretta c’era di tornare a casa ma lei aveva declinato l’invito: «ho un impegno» si era lasciata sfuggire e chi la ospitava sapeva che di più non avrebbe detto. Donna riservata, fin troppo.

Antonella quella sera torna a Roma alle 20:30, mette la macchina in garage, percorre quei 40 passi che la separano dal portone di casa immergendosi in un gorgo che rimarrà un mistero.

Sappiamo solo che si strucca, si mette in pigiama, sistema sul tavolo del salone dei documenti di lavoro perché Antonella è una commercialista e l’indomani deve sbrigare alcune pratiche. Alle 22:45 fa una telefonata ad una amica e una alla mamma. E poi?

Il giorno dopo, nessuno la sente e la vede. Al lavoro non si presenta. La chiamano a casa ma c’è soltanto la segreteria telefonica. Qualcosa non torna: «deve esserle accaduto qualcosa» dice subito la mamma, che allerta le due sorelle di Antonella che corrono in quell’appartamento nel primo pomeriggio, si fanno aprire da Ninive, la vicina di casa che ha le chiavi e che aiuta Antonella nelle faccende di casa, una donna che le colora con la sua compagnia un poco la vita. Ma la casa è vuota, la luce è accesa e i vestiti ordinatamente riposti sulla sedia accanto al letto. Antonella, non c’è. Arriva anche Umberto, l’ex amante e collega di lavoro da una vita. Umberto è un uomo anziano: «ormai siamo soltanto amici» dice agli amici e con Antonella ha un rapporto che dice esser solo di lavoro. Erano stati amanti fino a che Antonella aveva conosciuto Vittorio, un fotografo bello, simpatico, sposato. Si sposato anche lui. ma stavolta a lei era sembrata una storia diversa. Ci aveva creduto. Gli aveva anche prestato dei soldi, si era fidata. «Che scema!» si era poi detta: «che scema a fidarmi di uno così.» Uno che appena la moglie lo aveva scoperto era scappato. Con i soldi.

Antonella

Ma Antonella dov’è? Che fine ha fatto. Passano due giorni insonni e pieni di paure. La mamma chiama “Chi l’ha visto?” e dalla redazione le dicono: «magari è partita per un viaggio. Controllate se in casa c’è tutto. I vestiti, le valigie…» E allora ritornano in quella casa, la sorella di Antonella, Carla, con suo marito, un’amica e poi Umberto, sempre presente, che ormai ha preso a cuore quella scomparsa. Anche troppo dicono i familiari di Antonella infastiditi.

Cercano nell’armadio, ma l’anta centrale non si apre, è chiusa, ma non con la chiave, è incollata. La forzano e lì dentro giace da tre giorni il corpo di Antonella, con un sacchetto in testa e due colpi di pistola nella fronte. Uccisa e chiusa nell’armadio.

Chi le ha sparato, le ha sparato con una pistola calibro 22 attraverso un cuscino e poi, credendo d’averla uccisa le ha messo la testa in un sacchetto di quelli che si usano per fare la spesa. E inconsapevolmente l’ha soffocata.

Le indagini iniziano come sempre in questi casi partendo dalle conoscenze della vittima. Già ma quali sono le frequentazioni di una donna come Antonella, di cui in fondo nessuno conosce molto? Ai carabinieri i familiari fanno soltanto due nomi: Vittorio Biffani e l’onnipresente Umberto Nardinocchi, gli unici due uomini che Antonella aveva lasciato trapelare nelle pieghe dei suoi silenzi.

E su questi due, su Umberto e Vittorio, che si concentrano da subito le indagini.

Indagini infarcite di errori così grossolani da sembrare grotteschi, errori e dimenticanze che iniziano subito nella casa di via Domenico Oliva dove Antonella è stata uccisa, quando ci si perde gettandolo tra i rifiuti il sacchetto con cui la testa di Antonella era stata avvolta. Un sacchetto che avrebbe portato subito ad isolare le impronte dell’assassino. Ma non è finita qui perché non vengono repertate neanche le impronte della vittima in fase di primo sopralluogo e di autopsia, rendendo impossibile una valutazione attenta sui reperti trovati (bicchieri, piatti ecc.) e non permettendo di agire “per sottrazione” nella determinazione di quelle dell’omicida.

Ai due sospettati però viene fatto il test dello STUB, anche se ormai dal momento dello sparo sono passati già tre giorni. E tutti e due risulteranno positivi. Ma Umberto, che fortuna, proprio pochi giorni prima della morte di Antonella era andato a sparare in un poligono, mentre Vittorio non ha nessuna giustificazione da portare. Lui ha un alibi sostenuto dai suoi due figli ormai maggiorenni e dalla moglie, come del resto lo ha Umberto, ma non può spiegare perché quello stick di cera che gli hanno strofinato sulla mano sinistra, lui che è destrorso, contenga delle particelle di polvere da sparo.

E poi c’è quel debito. Quei 42 milioni che Vittorio aveva ricevuto da Antonella e che non aveva mai restituito, nonostante i solleciti per la verità neanche così pressanti della vittima, che dopo la scoperta della loro relazione si era persa in accese discussioni con Vittorio e con la moglie di lui più sentimentali che economiche. Eppure, basta quello per portarlo a processo e sbatterlo con una foto a nove colonne in prima pagina su tutti i giornali. Per i giornali è lui l’omicida della donna nell’armadio. Sui giornali e nelle televisioni campeggia la sua foto e soprattutto sono descritti momento per momento la sua intimità con Antonella. Che leggono tutti, sua moglie, i figli e i suoi committenti di lavoro che infatti non lo faranno più lavorare.

Vittorio biffani (gentile concessione Unita)

Ma è stato Vittorio? Il processo dirà di no, non è stato lui. Lui non c’era in quella casa quella notte. E quello STUB risultato positivo si scoprirà, soltanto anni dopo durante il processo d’appello, che non era neanche il suo. Lo avevano invertito per errore con quello di qualcun altro.

E allora se non è stato Vittorio, chi è stato?

Analizzando le carte, le testimonianze e i pochi segni che Antonella ha lasciato nella sua vita ci si chiede da subito perché non si è indagato anche su Umberto, che frequentava Antonella con assiduità, che era stato in qualche modo estromesso sentimentalmente dai pensieri della vittima e che comunque con lei continuava ad avere un rapporto morboso e sempre troppo invadente, tanto da gestirle lavoro amicizie interessi economici e finanche i rapporti con il condominio. Eppure, lui, come altre due figure misteriose e reticenti che affiorarono nel buio della vita di Antonella durante le indagini non furono mai coinvolti. Il colpevole per il PM Nicola Maiorano che condusse quell’indagine poteva esser solo Vittorio Biffani.

E poi ci sono le sorprese: per esempio, mancano due reperti fondamentali:

1 – il pianale dove Antonella è stata adagiata e dove c’era un’impronta e del sangue.

2 – L’anta con lo stucco utilizzato per sigillarla in quella maniera così macabra, anta che aveva conservato certamente molte tracce dell’assassino.

Ma questi due reperti sono stati smarriti nel deposito atti giudiziari! Spariti come era sparito quel sacchetto che ha ucciso Antonella e che avrebbe probabilmente consegnato il giorno dopo il nome dell’omicida evitando questa indagine sbagliata che ha logorato i familiari di Antonella Di Veroli e rovinato per sempre il nome di Vittorio Biffani.

Chi ha ucciso dunque Antonella?

Una donna sola, che quella notte ha aperto a qualcuno con cui era molto in confidenza, tanto da aprirgli in pigiama. Qualcuno di cui Antonella si fidava, ma il cui nome si era tenuta per sé. Dopo tante delusioni stavolta non lo aveva detto a nessuno. E questa sua riservatezza le è stata fatale.

Antonella quella notte ha aperto la porta ad un assassino che l’ha uccisa, l’ha chiusa nell’armadio senza pietà e poi è uscito senza far rumore, sparendo da quel palazzo per sempre, percorrendo quei 40 passi a ritroso e spegnendo la vita di una donna tradita soltanto dalla sua voglia di amare.

Mauro Valentini

Il mio libro che racconta questo caso è: “40 passi – l’omicidio di Antonella Di Veroli – Edizioni Sovera

 

 

Giuliana Perrotta è il nuovo Commissario Straordinario per le persone scomparse

Il nuovo commissario straordinario per il fenomeno delle persone scomparse è Giuliana Perrotta. Succede a Mario Papa, diventato capo segreteria del dipartimento di pubblica sicurezza. L’avvicendamento è stato deciso dal Consiglio dei Ministri.

Nata a Campobasso, Giuliana Perrotta è entrata al ministero dell’Interno nel 1981 e ha ricoperto numerosi incarichi. Commissario prefettizio in numerosi Comuni di Campania, Calabria e Puglia, nel 2008 fu nominata prefetto, incarico che ha svolto a Enna, a Lecce e Cagliari. Da maggio 2017 era a capo dell’Ispettorato generale dell’amministrazione a Roma.

Il Commissario straordinario del governo per le persone scomparse è stato istituito nel 2007, esso è delegato tra le altre cose ai rapporti con i familiari degli scomparsi e con le associazioni più rappresentative a livello nazionale, come PENELOPE ITALIA ONLUS.

Ecco il saluto della nuova Prefetto ai familiari e alle loro associazioni (dal sito del Ministero dell’Interno)

Giuliana Perrotta

“Nell’assumere da oggi il delicato incarico di Commissario per le persone scomparse, desidero rivolgere il mio primo pensiero ed affettuoso saluto ai familiari e alle loro associazioni, che spero di incontrare presto per assicurare loro, in continuità con quanto fatto sensibilmente dai miei predecessori, la vicinanza ed il sostegno dell’Ufficio.

I risultati eccellenti sinora raggiunti nelle ricerche, l’interesse manifestato dalla opinione pubblica e dai media, anche internazionali, mi spingono a intensificare ancor di più la collaborazione con i prefetti, le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie nella consapevolezza che la scomparsa è un fenomeno sociale e non è destinato a cessare.

Le iniziative che intraprenderò saranno, dunque, rivolte a introdurre meccanismi di prevenzione e conoscenza del problema, anche perché sono tante le scomparse di genere e quelle dei minori, soprattutto stranieri non accompagnati.

Per fronteggiare la situazione ritengo, pertanto, doveroso prospettare nelle competenti sedi istituzionali la questione della rideterminazione della dotazione organica della struttura organizzativa commissariale per adeguarla alle mutate e gravose esigenze di coordinamento operativo”.

E noi, le auguriamo  buon lavoro dottoressa Perrotta. C’è tanto da fare perché tante sono le famiglie cha attendono una soluzione.

Mauro Valentini

Logo Penelope Italia Onlus

 

#FridaysForFuture – La versione di Lorenzo

La manifestazione per il clima ha acceso le speranze dei giovani di tutto il mondo. Nel nome di Greta Thumberg per fermare il riscaldamento globale. La parola ora deve passare a loro

Un Venerdì 15 marzo che passerà alla storia. Una manifestazione contro un mondo governato da politiche che rimandano, sottovalutano e addirittura negano cosa stia accadendo al clima della Terra.

Greta

Tutto ha inizio questa estate quando Greta Thumberg, una studentessa svedese di 16 anni, ora diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco, decise di non presentarsi più a scuola per venti giorni consecutivi, fino al 9 settembre 2018, giorno delle elezioni politiche svedesi, manifestando in solitaria davanti al parlamento per chiedere di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico. Il resto, lo ha fatto la rete, il coinvolgimento degli studenti di cento paesi nel mondo. Un tam tam digitale e relazionale. Una marea che si è mossa all’alba di questo venerdì per chiedere a gran voce una cosa che sembra quasi un paradosso: Salvare il clima. Salvare il futuro.

1.700 città, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina. In Italia e Francia la mobilitazione più grande. A Roma il corteo è partito dal Colosseo e ha percorso via dei Fori imperiali, arrivando a fianco dell’Altare della Patria, dove hanno parlato tutti ragazzi, tranne il geologo Mario Tozzi, che ha ricordato quali sono i dati che terrorizzano e giustamente le nuove generazioni:

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato da sempre, a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando! Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

Chi sono e cosa pretendono questi giovani, questa marea colorata e decisa a farsi sentire dai governi di tutte le nazioni? Questo milione di studenti italiani che ha sfilato in ogni città dove vuole arrivare? Noi lo abbiamo chiesto a uno di loro, Lorenzo Campanella, rappresentante di istituto al Liceo Ginnasio Francesco Vivona di Roma. Diciotto anni e lo sguardo rivolto al futuro. Alla pretesa di un futuro migliore.

« Purtroppo del clima non si parla mai a scuola. Eppure questa è una questione essenziale. Credo servirebbe un percorso di educazione alla cittadinanza da affiancare alla regolare didattica ma è un tema che non viene dagli insegnanti. Alcuni degli studenti più interessati si sono fatti promotori di questa organizzazione e in generale hanno sottolineato questa problematica rendendola nota a tutti. Nella nostra scuola questo è il secondo anno che, come studenti, organizziamo una giornata Ecologica per la sensibilizzazione e per la partecipazione attiva nel piccolo contesto scolastico. E la manifestazione di venerdì è stata fondamentale per fare un passo in avanti.»

Cosa chiedete ai potenti del mondo e cosa occorre secondo te?

«I problemi ambientali sono noti da anni, oggi non chiedevamo di cercare delle soluzioni ma di applicare le soluzioni che sono note da anni. Indubbiamente mettere in atto questi cambiamenti comporterebbe un impegno maggiore sia a livello economico che organizzativo per le aziende, ma senza questi accorgimenti nel giro di pochi decenni ci ritroveremmo in un mondo invivibile. Non bisogna azzerare il progresso o distruggere le industrie ma rendere sostenibile la loro crescita e garantire che le regole in ambito climatico-ambientale siano rispettate.»

Dove vuole arrivare questo movimento appena nato, e cosa speri per il pianeta nei prossimi dieci anni, quelli che, a dirla con le parole di Mario Tozzi, saranno quelli decisivi?

Roma venerdì 15 marzo 2019

«La mobilizzazione c’è stata, non solo adesso ma va avanti da tempo e penso che continuerà ad esserci. Esistono accordi internazionali, proposte popolari e di alcune organizzazioni, è giunta l’ora di applicarli. Ma la manifestazione di venerdì non avrà alcun senso se non ne seguiranno degli interventi effettivi.
Perché… Non abbiamo altra scelta! Dobbiamo agire proprio nei prossimi dieci anni, è l’ultima occasione che abbiamo. Il pianeta non si salva in piazza, si salva con delle leggi a tutela dell’ambiente a livello globale. Noi abbiamo voluto far capire che questa è una priorità e che queste regolamentazioni devono essere applicate al più presto.»

Fare presto. E fare bene, perché, come scriveva già cinquant’anni fa il precursore del pensiero ecologista, lo scienziato David Brower: “Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli”

Mauro Valentini

Ascolta Greta Thumberg 

Greta Thumberg per Fridays For Future