Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Il Supremo – Ovvero: l’origine del male

In libreria il True Crime di Giuseppe Lumia e Andrea Galli che racconta l’ascesa criminale di uno dei boss più temuti della storia del crimine in Italia

Ci sono tante guerre che si combattono nel nostro paese. Guerre contro le mafie. Guerre contro quelle menti criminali che si mangiano tanta ricchezza che produce il territorio e tante energie di uomini e donne di buona volontà che lavorano e che sono vessati e aggrediti nei commerci e finanche nella vita di tutti i giorni da queste piovre che tutto distruggono e nulla creano.

Ci sono uomini e donne dalla parte dello Stato che combattono queste guerre tutti i giorni. Combattono per neutralizzare questi criminali.

Questo libro è una storia di guerra, una lunga guerra contro la ‘ndrangheta e le sue ramificazioni.

Pasquale Condello

Il Supremo (Edizioni Piemme) è un racconto a quattro mani scritto da Giuseppe Lumia e Andrea Galli, che narra l’ascesa criminale di Pasquale Condello, alias il supremo appunto, ma che attraverso questa scia di sangue e (finto) onore offre uno spaccato quasi didattico e prezioso (seppur tutto scritto con un’ottima penna narrativa) di quella che è stata e che speriamo non sarà mai più la criminalità organizzata italiana.

Una ascesa, quella di Condello, partita con il contrabbando di sigarette negli anni Settanta in Calabria, per poi procedere senza ostacoli verso il narcotraffico internazionale, contaminando imprenditoria, società civile e politica.

E dunque l’irresistibile ascesa di Condello scorre pagina dopo pagina a coprire trent’anni di Repubblica italiana, con una sequenza di delitti e di ingiustizie che lascerà il lettore sconvolto e indignato.

Ma sbaglia chi pensa che Il Supremo sia un saggio senz’anima ricco soltanto di una lista di fatti collegati tra loro

Andrea Galli e Giuseppe Lumia tratteggiano con una scrittura avvincente, colorata e colorita, un perfetto quadro storico del fenomeno, non si fermano in superficie e del resto, Lumia ha esperienza sul campo essendo un ufficiale dei Carabinieri da sempre impegnato contro le mafie e Galli, giornalista di fama ormai mondiale, tanto ha scritto e tanto conosce degli orrori e degli orrendi attori di questa guerra.

Una guerra che lascia una scia di dolore mai rassegnato. Una guerra che, questo è il messaggio che si coglie leggendo le pagine di questo True Crime, si può e si deve vincere.

Mauro Valentini

Giuseppe Lumia – è ufficiale dei Carabinieri. Ha vissuto a Palermo, Milano e Roma, partecipando a indagini antimafia tra le più importanti degli ultimi vent’anni e alle catture di noti latitanti di Cosa nostra e ‘ndrangheta.

Andrea Galli – è cronista del «Corriere della Sera». Nel gennaio 2021 ha avviato un’inchiesta sui cold case nella Milano degli anni Settanta. Tra i suoi libri: Cacciatori di mafiosi (Rizzoli, 2012), Il patriarca (Rizzoli, 2014), Carabinieri per la libertà (Mondadori, 2016), Dalla Chiesa (Mondadori, 2017), Sicario (Rizzoli, 2020, in corso di traduzione all’estero). È stato consulente per la serie televisiva Kings of Crime di Roberto Saviano.

Non c’è pace per Yara

Una vicenda chiusa e il paradosso  del dubbio

Anche stavolta un buco nell’acqua. L’ennesimo di questa tragica storia chiusa da anni per tutti meno che per i legali dell’assassino di Yara Gambirasio.

I giudici della Corte d’Assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di aver accesso ai reperti del processo conclusosi con la condanna all’ergastolo del muratore di Mapello per l’omicidio della povera ragazzina. La difesa aveva avanzato l’istanza in vista di una possibile revisione della sentenza.

Una revisione che ha contorni quasi grotteschi se non ci fosse di mezzo la morte di una giovane vita, una morte così orribile da riuscir difficile anche scriverne.
Un processo che aveva basi di prova contro Bossetti così schiaccianti da renderlo quasi una formalità.

Yara

Un lavoro quello della Procura, durissimo e obiettivamente iniziato in maniera sfortunata, proprio per la singolare storia di quel DNA di difficile comparazione, non tanto per il degrado dello stesso, quanto per la originale posizione dei genitori naturali dell’imputato, anzi, del colpevole. Che era figlio di Guerinoni e non del suo papà ufficiale. Una casualità incredibile che tanto è costata in termini di tempo e di impegno.
Ma che poi, trovato l’uomo del DNA, riconosciuto con le telecamere di sicurezza il suo furgone nei pressi della palestra, ultimo luogo frequentato da viva da Yara e raccolte le altre prove, ha portato a una condanna all’ergastolo inevitabile.

Eppure… Abbiamo assistito a un altro girotondo degli avvocati di Bossetti che avrebbero potuto e dovuto invece convincere il loro assistito alla collaborazione e alla confessione.

Avrebbero potuto e dovuto limitare così anche i danni da un punto di vista processuale, e restituire finanche dignità a quest’uomo che quella sera chissà cosa gli è saltato nel cervello di fare di quella povera ragazzina. Di quella giovane vita abbandonata alla morte.

E invece … hanno rincorso l’assurdo tutto a favore di telecamera. Solo in tv infatti certe teorie complottiste hanno potuto trovare albergo e accoglienza. E questo ha anche inquinato il popolo dei social, chiamiamolo così, pronto a urlare al complotto appunto, ma pigro e poco incline a legger con pazienza non dico le sentenze, ma almeno gli articoli e le dichiarazioni di chi, tra i colleghi giornalisti, ha fatto un ottimo lavoro di informazione. Non di investigazione, perché quella non serviva. era tutto chiaro. Chiarissimo purtroppo.

Ho la sensazione che Bossetti, tradito quella notte dai suoi sensi e dalla ragione, sia stato poi illuso e in un certo senso tradito in tutti questi anni da chi avrebbe dovuto, per ruolo e posizione, indurlo ad una presa di coscienza di quanto sia evidentemente accaduto. E non alimentare inutilmente speranze buone solo per una comparsata TV e senza nessun costrutto giuridico e giudiziario. E fermare soprattutto tutto questo paradosso del dubbio, che non fa che continuare ad offendere la memoria di Yara.

Che meriterebbe dopo anni di indagini e tre processi, dopo tanto rumore per nulla, almeno il silenzio della ragione attorno al suo nome e alla sua famiglia, violata per sempre da una notte di follia di Massimo Bossetti, detto il Favola.

Mauro Valentini

Quel 7 febbraio che ha restituito Giustizia

Un anno fa in Cassazione… (Dedicato a chi è vicino a Marina e Valerio)

Sono passati dodici mesi da quel giorno, da quel pomeriggio del 7 febbraio 2020, quando la Presidente della Prima Corte di Cassazione Maria Stefania di Tomassi leggeva il dispositivo che inchiodava i primi due processi per l’omicidio di Marco Vannini all’inutilità e all’errore. All’evidenza dei fatti.

Quei fatti, quelle incredibili azioni commesse dalla famiglia Ciontoli che apparivano così evidenti nel loro svolgersi a tutti, fuorchè alle due giurie presiedute dai Giudici Anna Argento in primo grado e Andrea Calabria in secondo grado. 

Due sentenze che avevano acceso uno tsunami di indignazione tra i tanti cittadini che quel 7 febbraio di un anno fa erano presenti a Piazza Cavour per sostenere la famiglia Vannini e per chiedere semplicemente Giustizia.

Nel libro che ho scritto con Marina, la mamma di Marco, ho raccontato la cronaca di quel giorno in cui l’orologio della verità è stato riportato al punto di partenza, alle 23:15 del 17 maggio quando Antonio Ciontoli, per motivi che solo lui avrebbe dovuto spiegare, ha sparato a Marco

Ne riporto qualche stralcio, preso proprio dal capitolo chiamato appunto “7 febbraio 2020” del libro: Mio figlio Marco – La Verità sul caso Vannini (Armando Editore) che dedico al “popolo di Marco” che manifestava con amore la vicinanza a Marina e Valerio:

***

Sono lì con uno striscione grande con scritto: “#noninmionome – Giustizia per Marco”. E poi: “Giustizia e Verità per Marco” e ancora un altro e un altro ancora. Il traffico spietato e disordinato di quel tratto di LungoTevere che fuoriesce dal sottopassaggio difronte al palazzo della Protezione civile di via Ulpiano alla vista di quel numeroso gruppo di uomini e di donne venute da tutta Italia per manifestare la vicinanza alla famiglia Vannini rallenta, si allinea e suona il clacson in segno di partecipazione. Quello a cui assisto ipnotizzato è un vero e proprio abbraccio della città a Marco, suonano, dai finestrini gridano: «Bravi! Giustizia! Siamo con voi! Non mollate!» C’è chi si ferma e scende per informarsi sull’andamento della sentenza, chi abbraccia quelli che sono in prima fila. Una donna parcheggia, scende e mi si avvicina piano piano, guardando tutto quel tumulto di uomini e di donne con le magliette con il volto di Marco stampato sul petto, mi stringe la mano e mi guarda con occhi pieni di lacrime: «Sono sicura che la Cassazione darà un’altra opportunità a mamma Marina. Lei la conosce vero? Glielo dica la prego, le dica che io la penso sempre. Che sono con lei.»

#noninmionome

[…] E poi… Tutto accadde in fretta. Entriamo e un attimo dopo qualcuno grida: «La Corte!» Marina non c’è. È rimasta fuori, mi sussurra Lorella, la sua amica di sempre. Immobili assistiamo all’entrata della dottoressa Di Tomassi e degli altri quattro componenti della Giuria. La Presidente ha un foglio in mano. Lì c’è scritto l’esito del ricorso. Alza lo sguardo e in quell’aula così grande e gremita cade un silenzio che quasi stordisce. Un silenzio che dura un attimo e che racchiude un’attesa lunga 357 giorni. «In nome del Popolo italiano.
La Prima Corte di Cassazione, in accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale e delle Parti Civili, annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Assise di Appello di Roma.
Rigetta il ricorso di Antonio Ciontoli, che condanna alla rifusione delle spese sostenute dalle Parti Civili limitatamente alla posizione di resitenti avversi al ricorso…» Alzo gli occhi e vedo zio Roberto che esce seguendo suo figlio Alessandro, incrocia il mio sguardo e alza le braccia al cielo in segno di gioia. Non resisto e penso a Marina che è fuori ed esco dietro di loro senza attendere la fine della lettura. E corro, corro per il corridoio per raggiungerla. Ma Alessandro le ha già dato la notizia e un grido echeggia tra le mura altissime del Palazzaccio. L’urlo di Marina, un misto di dolore e liberazione, un grido che raccoglie quasi cinque anni di sofferenza. E di speranza.
In un attimo sono lì insieme a tutti, Marina accenna ad alzarsi ma si rimette seduta: «Non mi sento bene…» sussurra. Vicino a lei Valerio che la sostiene. Tutti sono con gli occhi pieni di pianto e il sorriso incredulo stampato sulla faccia. Incontro Liviana Greoli che mi fa una carezza sulla guancia e mi dice: «Si ricomincia.» Un applauso ai due genitori di Marco scoppia fragoroso e i Carabinieri attorno sorridono anche loro, provano a far cenni per riportare alla calma ma non riescono a imporre un silenzio che a quel punto è impossibile da ottenere e che sembra neanche loro voler per davvero. Vedo le lacrime di commozione di tutti, anche di chi come Anna Boiardi e Giulio Golia dovrebbe esser lì per raccontare gli eventi ma la partecipazione emotiva e il dolore per la sorte di Marco li rendono fragili come tutti in quel momento che sembrava impensabile solo cinque minuti prima.
Scambio due parole con Alessio Vellarga, il direttore di Terzobinario.it, anche lui come me e come gli altri in preda all’emozione. Il suo pensiero raccoglie e si confonde con il mio: «Abbiamo vissuto tutti insieme un momento quasi religioso. Una funzione solenne… Per Marco. Un giudizio che in quei pochi secondi ha raccolto cinque anni di attesa e di richiesta di giustizia. Il momento dei momenti vero? Onestamente non pensavo sarebbe potuto accadere. Temevo non potesse accadere e invece…» .

***

Marina

Un anno è passato. Ora Marco, Marina e Valerio aspettano la seconda sentenza di Cassazione, che chiuderà questa dolorosa Via Crucis di Giustizia. Glielo avevano promesso davanti al sudario che lo avvolgeva senza vita: “Lotteremo per restituirti Giustizia”.

E Marco, Marina e Valerio solo all’ultima Stazione di questo viaggio di Verità.

Mauro Valentini

Viareggio – Prescrizione di una strage

La Cassazione ordina un nuovo processo e cancella l’aggravante del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro

Tutto da rifare. E molto di quello che si rifarà dovrà esser considerato prescritto.

Così ha deciso la Corte di Cassazione dopo otto mesi di analisi delle carte. Una decisione contestata dai familiari delle trentadue vittime, soprattutto perché ha sancito il non luogo a procedere per molti degli imputati perché per essi è caduta l’aggravante al comma 2 dell’articolo 589 c.p.p. (quello che appunto regola l’aggravio di pena per il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro).

E quella parola: “Prescrizione” applicata a quasi tutti gli imputatim scatena la rabbia dei parenti e dei loro avvocati che hanno fatto un lavoro enorme per determinare le colpe, fatto di perizie, terstimonianze e tanto materiale forense. Quelle colpe che sono state sancite per legge ma che appunto, per quasi tutti, sono PRESCRITTE.

Marco Piagentini

Un dolore immenso, come quello che ho provato il giorno che mi hanno comunicato che Emanuela era morta. Un dolore immenso che ci darà però nuova forza. Non molleremo. Saremo pronti a una nuova battaglia” ha detto Daniela Rombi, volto simbolo di questa lotta insieme a Marco Piagerntini, che sul volto ha davvero le cicatrici di quella notte del 29 giugno 2009, che ha perso quel giorno moglie e due figli, che ha parlato di: “ritorno al medioevo, quando i signori e i ricchi sfuggivano alle loro responsabilità”.

Insieme a Marco e Daniela ieri, riuniti in Piazza Cavour c’erano tutti i parenti che hanno gridato la loro prostrazione fatta di lacrime e incredulità. Un percorso lunghissimo, il loro, dove come spesso accade nel nostro paese, chi è vittima deve lottare contro tutto e tutti per veder sancito il diritto alla Giustizia dei propri cari innocenti. Un percorso che dopo aver assistito a un balletto feroce fatto di scarico di responsabilità, dopo aver visto in primo grado e appello riconosciute almeno in parte delle colpe per quell’inferno, si è chiuso con quella parola: “Prescrizione”.

Ci sarà un nuovo processo, dunque. E si tornerà in aula per rileggere e cercare di trovare un senso logico a quell’assurdo concorso di responsabilità che hanno portato il treno merci 50325 a deragliare proprio all’ingresso della stazione di Viareggio quella maledetta notte, facendo esplodere il suo carico di GPL coinvolgendo le strade e i caseggiati limitrofi. Facendo strage di corpi e di sogni.

E i principali imputati: Mauro Moretti, all’epoca AD di FSI, Michele Mario Elia, AD di RFI e Vincenzo Soprano, AD di Trenitalia vedranno ricalcolate le pene per disastro ferroviario. Ma per tutti gli altri il reato è confermato, ma PRESCRITTO.

Questa sentenza lascia l’amaro in bocca, perché dopo tanta fatica i due processi svolti avevano stabilito con chiarezza tutta la catena di responsabilità per quella strage. E questo, però, al di là della Cassazione e del ricalcolo delle pene, non potrà esser cancellato. La verità storica c’è!”

Alessandra Valentini, collega giornalista che ha scritto un bellissimo libro sul caso, uscito pochi mesi fa dal titolo: “Viareggio – Il racconto di una strage” (Bibliotheka edizioni) esprime la sua sensazione a caldo dopo aver ascoltato la lettura della sentenza. Lei che ha seguito per anni tutta la vicenda giudiziaria, non può non pensare a loro: ai familiari delle vittime, che lei ha visto lottare con grande dignità in questo iter processuale: “Queste famiglie, che da undici anni lottano per i loro parenti, sonostati capaci con tre sole parole: – Verità, Giustizia e Sicurezza – di sintetizzare quello che va oltre l’aspetto prettamente giudiziario legato ai fatti. Essi con il loro esempio e il loro impegno pretendono che siano applicate norme di sicurezza più stringenti affinché non ci siano altre Viareggio. La loro quindi è una lotta civile per tutti, non di parte”.

Più sicurezza quindi… Come non tornare allora ancora una volta alle parole di Marco Piagentini e Daniela Rombi, che nella puntata di novembre scorso di “Che ci faccio qui” con Domenico Iannacone per Rai Tre, avevano ricordato che sarebbe bastato rispettare il protocollo che prevedeva una cisterna vuota in testa e una in coda alle altre piene di GPL, perché tutto non accadesse. Perché per il profitto non si può accettare una strage come questa, una strage Prescritta.

Perché qualcosa dovrà pur insegnarci questa storia che, per dirla con le parole dello stesso Iannacone: “è una cicatrice colettiva che ci portiamo addosso come popolo.”

Mauro Valentini

Sentenza Vannini – “Crudeltà – Depistamenti – Ripetute menzogne”

Le severe motivazioni dei Giudici puntano il dito su Martina, Viola e le mancate prime indagini

Sono arrivate finalmente le motivazioni della sentenza che il 30 settembre 2020 ha condannato tutta la famiglia Ciontoli per omicidio. E sono parole durissime, lucide e che finalmente fanno chiarezza su tutto quello che non doveva accadere ma è accaduto quella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015.

Almeno quella verità processuale a cui si è potuto arrivare, nonostante,  scrive l’estensore della sentenza la “lacunosità delle prime indagini”. Lacune che come sappiamo hanno privato di verifiche tecnico scientifiche le dichiarazioni rese dagli imputati, unici testimoni dell’omicidio.

Il Giudice inizia con una stizzita replica a chi, tra gli avvocati difensori di Ciontoli, aveva bollato questo processo come già scritto. A pagina 19 infatti si legge che: “Nessuna decisione può considerarsi assunta sino al momento in cui la Corte abbandona la camera di consiglio per dare lettura del dispositivo. Opinare diversamente significa non nutrire particolare rispetto né nei confronti della magistratura togata e ancor meno nei confronti dei giudici popolari, dovendo ricordare come a decidere siano otto persone.” 

Marco Vannini (Foto dal libro Mio figlio Marco – Armando Editore)

E i giudici puntano dritto al punto, senza girarci troppo intorno. e lo fanno con chiarezza e con parole che raramente avevo letto così severe nei confronti dell’ “ Incredibile è il comportamento assunto dai componenti della famiglia Ciontoli” 

Nulla sfugge alle analisi del Giudice Gianfranco Garofalo e ai giudici al suo fianco sia riguardo alle mancate tracce di sangue nel bagno e delle impronte sul bosso, finanche alla strana dichiarazione di Antonio Ciontoli che, nell’ultimo giorno prima della Sentenza aveva parlato di un orario diverso dello sparo. E infatti essi scrivono e puntualizzano a pagina 21: “Può considerarsi un semplice tentativo quello messo in atto dalla difesa di spostare tale momento di inizio di circa quindici minuti, quindi alle 23:30 per ridurre così il tempo dell’omesso intervento decisivo in favore della vittima come se tale lasso di tempo potesse incidere in maniera determinante sulla responsabilità degli imputati.” 

Lo scritto poi, oltre a demolire punto dopo punto le ricostruzioni degli imputati addirittura raccogliendole in un capitolo a parte titolato : CONTRADDIZIONI, si esprime con durezza prima nei confronti di Viola Giorgini, una teste ammessa a quest’ultimo processo, sia nei confronti di Martina.

Per Viola infatti si legge: “… si evince come la deposizione della Giorgini abbia dimostrato una assoluta assenza di credibilità della stessa e della sua propensione alla reticenza su fatti certamente a sua conoscenza per avervi preso parte”.  Può bastare? per il Giudice evidentemente no, perchè nella pagina successiva scrive: “Su una cosa la Giorgini ha però contribuito forse involontariamente, a fare chiarezza: Secondo la sua testimonianza sollecitata più volte sul punto, non appena lei e Federico ebbero a sentire il forte rumore che proveniva dal bagno della sua abitazione ed erano usciti subito dalla stanza dove si trovavano e avvicinati al bagno e aveva sentito provenire dall’interno la voce sia di Antonio che di Martina che, quindi, si trovava all’interno del bagno nell’immediatezza dello sparo”.  

E su Martina quindi che la giuria e la sentenza puntano il dito. Perché il nodo di tutto è sempre quello: Martina era presente allo sparo, come lei stessa dice e mima a gesti nelle intercettazioni ambientali di poche ore dopo il fatto sul divano della Caserma di Civitavecchia?

Questa sentenza bolla come “parte più inverosimile della sentenza di primo grado” proprio la parte in cui si afferma che Martina non sia presente. No, per la Corte di Appello di Roma non c’è certezza, smontando in tre pagine la prova della assenza di particelle di polvere da sparo e spiegando che, come affermato nel primo processo dai RIS, essa non sia affatto una prova di assenza, dato che la stessa era stata repertata troppe ore dopo lo sparo stesso.

Ma non solo, per Martina e per la sua famiglia si usano parole di fuoco quando, a pagina 48 si scrive: “Orbene, ove si abbia riguardo; alle spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti da loro assunti, che in taluni casi rasentano una vera e propria crudeltà nei confronti di un ragazzo ferito che urla di dolore e che viene rimproverato per questo motivo, un ragazzo che è stato ed è il fidanzato di Martina e che il Ciontoli afferma di tenerlo in considerazione come un figlio”. Ma non è finita: ” Ed allora è da chiedersi come sia possibile che il rumore prodotto da un colpo di arma da fuoco calibro 9 soprattutto in un ambiente ristretto come quello del bagno in casa Ciontoli (…) venga da tutti colto come – Un tonfo – come un rumore di un oggetto che cade e soprattutto, una volta sentita l’esplosione, accertato che Marco risulta ferito e viste le pistole in bagno, qualcuno di media intelligenza possa credere alla versione del – Colpo d’aria – propinata a dire di tutti da Antonio. Colpo d’aria che poi diventa un buco procuratosi con un pettine a punta!”

No, per i giudici non ci sono dubbi, e quello che la famiglia Vannini e i suoi legali Celestino Gnazi e Franco Coppi hanno sempre affermato in punta di logica, appare per la prima volta scritto in una sentenza: “Martina Ciontoli è in bagno ed assiste allo sparo del padre, quindi: ha sentito una forte esplosione, la reazione di Marco al ferimento e la fuoriuscita di sangue per cui non può ignorare cosa sia successo; Eppure, invece di intervenire per aiutare quello che sino a pochi minuti prima è stato il suo fidanzato, aiuta il padre a depistare le indagini …(…) e alle domande dell’infermiera Bianchi che le domanda cosa sia successo risponde che non lo sa perchè non era presente, passando da una condotta passiva consistita nel tacere a una attiva consistita nel fornire false informazioni sulla sua presenza in modo da non dover raccontare la verità”. 

Le ultime pagine appaiono quasi di rammarico nel non poter infliggere una pena più severa ai tre componenti della famiglia oltre Antonio, proprio per le attenuanti generiche inattaccabili in questo processo concesse a Ciontoli padre nel primo grado. Si legge infatti che per Martina, Federico e Mery: “è vero che il mutamento del titolo di reato (da colposo a volontario con dolo) … consentirebbe di procedere ad una loro valutazione ex novo, ma non può esser valutato un trattamento sanzionatorio più punitivo ai tre imputati a fronte di quello inflitto ad Antonio Ciontoli, chiamato a rispondere di condotte più gravi e persistenti”. 

Se la Cassazione nella prossima estate non stravolgerà questa sentenza, potremmo metter fine pur con tanti punti oscuri alla storia processuale di Marco e dei suoi assassini. Resteranno negli occhi e nelle orecchie le battaglie per la Giustizia di Marina e Valerio, che questa sentenza almeno sembra aver concesso seppur, e (lo dicono quasi tra le righe gli estensori) soltanto in parte, tanto solo state lacunose indagini e tanti gli errori dei precedenti processi.

Io, per conto mio, a Marina e Valerio dedico questa frase della poetessa bulgara Blaga Dimitrova, che riguardo alle dure lotte per la verità scriveva: “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa sentiero”.

Mauro Valentini

 

Il caso Davide Cervia diventa un libro

 

Valentino Maimone racconta il calvario lungo 30 anni di una famiglia perbene alla ricerca della verità

 

Ci sono storie che ti entrano dentro e che una volta che le hai conosciute attraverso gli occhi di chi le ha vissute e subite non ti abbandonano più.

Anni fa ho avuto la fortuna di conoscere la famiglia Cervia: Marisa, la moglie di Davide, i loro due figli e Alberto Gentile, papà di Marisa, colonna portante e memoria storica di quel calvario che è stato l’iter processuale e di ricerca vana di quell’uomo buono che era Davide Cervia.

Una scomparsa assurda, un intrigo internazionale a cui nessuno a voluto credere o peggio ha fatto finta di non credere, lasciando alla deriva in una lotta impari e ingiusta una moglie e due figli rimasti senza marito e padre. Questo è stato il percorso di chi è rimasto a casa a cercare. Un percorso condito di depistaggi, telefonate minacciose e finanche attentati.

La copertina del libro

Un calvario che Valentino Maimone, collega giornalista e scrittore ha voluto raccogliere tutto in un libro di fresca uscita ma che già ha avuto un’eco mediatico importante, tanta è ancora evidentemente la rabbia e la passione che la gente comune prova per il destino ingiusto di Davide, Un brav’uomo che aveva soltanto la colpa di esser stato un militare, di aver servito la marina con passione e con lealtà e di aver conosciuto proprio in funzione di quel lavoro dei sistemi missilistici che forse sarebbe stato meglio non conoscere.

 

Il libro dal titolo : “Il caso Davide Cervia – trent’anni di depistaggi e omissioni per coprire una verità indicibile” (in vendita solo su Amazon) raccoglie proprio tutti i documenti e le vicende che sono accadute dal quel maledetto 12 settembre 1990 quando Davide fu rapito con violenza davanti al cancello della sua villetta a Velletri, fino a oggi. Un lavoro certosino e pieno di risultanze anche inedite che si legge d’un fiato ed è come uno schiaffo sul volto dello Stato che Davide ha servito prima con la divisa e poi come semplice cittadino onesto lavoratore.

Maimone restituisce giorno dopo giorno questa vicenda tenebrosa esplorandone sia la parte giudiziaria che quella umana, con un ritmo avvincente e sofisticato.

 

Un libro che si apre con la prefazione scritta dal mio compianto amico Sandro Provvisionato, grande Maestro di giornalismo di inchiesta, che con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto scriveva descrivendo l’inerzia e i depistaggi operati dagli uomini che avevano il dovere di ritrovare Davide: “Da loro nessuna collaborazione, perché la verità non è prevista nei manuali operativi. Il dovere e la lealtà non si insegna nelle scuole di guerra.”  

E a Maimone ho chiesto quale fosse per lui l’elemento più evidente che dimostra che quello fu un rapimento, dato che le autorità in un primo momento avevano evidentemente con cinico calcolo trattato come allontanamento volontario: “Ci sono due testimoni oculari che si confermano l’uno con l’altro: il vicino di casa e l’autista dell’Acotral. Il primo descrive il sequestro nei dettagli, parla di Davide cloroformizzato e portato via con la forza in auto, ricorda addirittura il numero delle persone coinvolte in quell’operazione; il secondo ricorda l’auto (marca, colore, addirittura caratteristiche somatiche delle persone alla guida e nei sedili posteriori) che gli tagliò la strada uscendo dal vialetto che porta a casa Cervia per poi dileguarsi a tutta velocità.”

Perché quindi Davide è stato rapito? Quale è stato il suo destino? La risposta di Maimone è drammaticamente semplice:  “Davide è stato venduto a un Paese straniero come un pacchetto” “chiavi in mano”, con una partita di quegli armamenti che solo lui sapeva far funzionare e per i quali solo lui avrebbe potuto formare il personale militare sul posto.” 

Scomparso dunque perché indifeso e perché capace di fare quello che era diventato ormai il suo ex lavoro. Un lavoro che gli aveva dato soddisfazioni ma che lui aveva lasciato per amore, per Marisa e per quei suoi due angeli che lo hanno avuto come papà e che lui non ha potuto veder crescere perché una maledetta mano lorda di sangue ha deciso che lui serviva come un manuale di istruzioni vivente per azionare macchine costruite per uccidere.

 

La memoria del destino di Davide Cervia ora è tutta in questo libro. A futura memoria, come solo i libri sanno restituire.

Mauro Valentini

per informazioni e acquisto : https://www.amazon.it/caso-Davide-Cervia-depistaggi-indicibile/dp/B08HG7TX86/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=davide+cervia&qid=1605102681&sr=8-1

 

 

 

Pasolini – Il poeta ucciso dal potere

45 anni fa l’omicidio dell’artista più controverso del secolo. Un omicidio premeditato

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno. Il poeta dovrebbere essere sacro!”

Alberto Moravia così salutava, in una orazione funebre diventata un pezzo di storia della letteratura italiana, l’amico e l’artista Pasolini. Il caro Pierpaolo, che era stato poche ore prima non soltanto ucciso ma vilipeso nel corpo e nella dignità da una ricostruzione giornalistica e giudiziaria infamante e evidentemente falsa già a rileggerla con gli occhi dell’epoca. Anche senza le carte processuali e l’autopsia e le perizie che si susseguiranno poi.

Troppo assurdo eppur troppo comodo per molti chiuderla così. Infangare Pasolini lasciandolo nel fango di quel campo schifoso dell’Idroscalo.

Una vita, quella del poeta, che in tutti questi anni si è calcolata con il metro della sua morte tragica. Disperdendo purtroppo quello che Pasolini è stato per la cultura e il sapere italiano. Quel suo saper esser tratto di unione tra la orgogliosa stagione del Neorealismo del dopoguerra e l’espressione più alta e lirica della delusione sociale, politica e m0rale degli anni del post boom economico.

Un testimone attivo, non soltanto un narratore di quel disfacimento morale e di quei rigurgiti autoritaristi che legano con un filo nero le trame che partono dall’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, passanndo per le bombe di Milano e di Brescia, fino ad arrivare all’omicidio eccellente, necessario a chi di quella strategia del terrore e del rovesciamento dello stato democratico ne teneva le fila.

Perchè a distanza di qurantacinque anni, la convinzione che Pier Paolo Pasolini fosse un pericolo non solo politico ma giudiziario per qualcuno è forte. Logica e direi evidente.

Si è parlato di Mattei, e certo non può esser un caso se l’ultim opera incompiuta di Pasolini si intitola Petrolio. E che dentro questa opera sontuosa e accusatoria di quel potere feroce e senza scrupoli manchi quello che l’artista aveva titolato: Appunto 21 – Lampi sull’ENI. Quei lampi che, con molta probabilità, gli sono costati la morte.

Perché quella notte si è perpetrato un omicidio. Un omicidio premeditato. Possiamo davvero credere che abbia fatto tutto uno come Pino Pelosi detto la rana?  Possiamo credere alla storia di un Pasolini che, con le disponibilità e le possibilità che aveva, decide di far venti chilometri quella notte per andare ad appartarsi proprio lì, all’Idroscalo, in quel viaggio senza senso. Insensato come insensata fu la ricostruzione del suo “assassino” e degli inquirenti che gli hanno addirittura creduto.

Qualcuno aveva deciso che questo lucido analista lirico e dolente dello scempio che si stava perpretando nella società italiana andava fatto tacere per sempre, facendolo tacere anche da morto insozzandolo con l’onta di una morte immorale.

E invece, io penso che Pier Paolo sia stato rapito quella notte a Roma da qualcuno che lo ha costretto sotto minaccia ad arrivare con la sua macchina fino a quel campo di calcio melmoso e lurido. Che con l’esca Pelosi a far da spettatore lo si sia pestato a morte chissà in quanti. Che lo abbiano spogliato di dignità e senza nessuna pietà si siano accaniti sul suo corpo vigoroso e coraggioso. E che poi ci abbiano raccontato questa sciocchezza della prestazione sessuale e del rifiuto e di tutte quelle scemenze che abbiamo letto in quegli anni e che ancora sono storia purtroppo.

Lo hanno ucciso così. E conoscerne l’evidenza e non vederla riconosciuta ancora dopo tanti anni almeno dalla storia se non dalla Giustizia, rende ancora più doloroso il sacrificio di un uomo che guardava al futuro e cercava di raccontarlo con le sue opere e che scriveva, all’indomani delle stragi nere del 1974, queste parole che suonano ancora intatte come allora:

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 
Io so. Ma non ho le prove.”

Mauro Valentini

Processo Vannini – Cosa dirà Viola?

Il 9 settembre inizia il secondo processo d’Appello per la morte di Marco con un’unica teste chiamata a rispondere

Ricomincia il processo Vannini. L’assurda morte di Marco avrà quindi un ulteriore passaggio giudiziario, come ha deciso la Cassazione nella sua pronuncia del 7 febbraio 2020.

Unica teste ammessa Viola Giorgini, presente in quella casa quando tutto quello che non doveva accadere è accaduto e scagionata dai reati a lei ascritti sia in primo che in secondo grado.

Non sappiamo (e forse non si comprenderà neanche durante il processo) quale siano state le motivazioni degli avvocati della difesa dei Ciontoli che li hanno indotti a rimetter al centro della scena Viola, che era uscita indenne da tutto. Cosa possa averli spinti a farle ripercorrere tutto l’iter giudiziario seppur da teste. Magari ci sorprenderà, magari racconterà un’altra verità?

Nel libro che ho scritto insieme a Marina, dal titolo: Mio figlio Marco – La verità sul caso Vannini  (Armando Editore) riporto due frasi che Viola pronuncia durante l’intercettazione ambientale del 18 maggio in caserma a Civitavecchia. Sono passate poche ore dalla tragedia e lei, parlando con Federico e Martina dice: “… Se fosse rimasto vivo sarebbe rimastro handicappato”. E subito dopo, incalzata da Martina, dirà ancora: “Secondo me sarebbe rimasto con qualche ritardo. Quindi Marti, una cosa bruttissima te la immagini la sua vita con qualche ritardo? Si sarebbe ucciso lo stesso”. 

Come faceva Viola a ipotizzare già in quella sede, senza autopsia (che arriverà un mese dopo) tutti quei danni permanenti su Marco, quando lei pensava fosse soltanto un “COLPO D’ARIA” così come le aveva riferito Ciontoli padre?

Un colpo d’aria. E del resto Viola lo spiega anche alla sua amica al telefono pochi giorni dopo (pagina 111) : “Noi eravamo convinti che fosse un colpo d’aria, perchè sai, resta un’aria nella pistola e quando tu spari esce aria.”

Come è possibile che un colpo d’aria possa lasciare handicappato per sempre un ragazzo forte e sano come Marco? Forse qualcuno in questo processo chiederà a Viola come mai, pur avendo compreso la gravità di quelle condizioni, come lei stessa afferma non sapendo di esser intercettata, poi non si è attivata per i soccorsi? Come mai dichiara poi che quel malessere fosse solo una conseguenza della paura di Marco. Da curare con acqua e zucchero e con le gambe alzate.

Lo spiegherà? Ce lo auguriamo. Per la verità, Per Marina e Valerio.

E per Marco.

A cui va come sempre il mio pensiero più dolce.

Mauro Valentini

 

«Cercherò sempre mia sorella Mirella»

37 anni di assenza. Maria Antonietta Gregori vuole la verità

Era il 7 maggio del 1983. Una citofonata. E Mirella scende di casa per sparire. Sono passati 37 anni e le domande sono sempre quelle. Quelle domande a cui nessuno per pochezza investigativa, per supponenza e presunzione  ha mai risposto. E che ancora risuonano nel vuoto di quel portone da cui Mirella esce quel pomeriggio per non tornare più.

Il primo articolo che parla della scomparsa di Mirella

Perché non si è cercata subito Mirella?
Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria?
Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di Vittoria, la mamma di Mirella Gregori che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse “l’Affaire Orlandi” non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni di quell’Alessandro che Mirella dice esser al citofono in quei momenti che precedono la scomparsa e dei pochi amici che Mirella aveva?
Gli alibi di quella misera manciata di nomi che potevano carpire la fiducia di Mirella e gettarla in una trappola?

Dopo 37 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascia mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Vuole la verità. Vogliamo tutti che chi ha commesso questo orrore paghi una volta per tutte. E vogliamo che chi è a conoscenza del tragico destino di Mirella parli. Finalmente.

Abbiamo girato insieme l’Italia io e Maria Antonietta, portando la sua testimonianza e il mio libro a un pubblico sempre più grande. Sempre attento e partecipe: «Lo devo a mia sorella. E ai miei genitori che finché hanno avuto forza l’hanno cercata come il primo giorno. Come quel 7 maggio 1983. E non mi fermerò mai.»

Maria Antonietta Gregori

Ci sono tra i fascicoli archiviati in Procura molte pagine mai analizzate dagli inquirenti. In quelle pagine, siamo convinti, c’è il tassello mancante che potrebbe portare alla verità.

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?» Questo diceva Maria Antonietta un anno fa. Questo ripete ancora oggi.

La verità. Nient’altro che la verità. Lo dobbiamo a Mirella e lo dobbiamo anche ai tanti volti senza nome che mancano da anni alle loro famiglie.

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro:
Mirella Gregori. Cronaca di una scomparsa

La copertina del libro Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa

 

Emanuela Orlandi – Il Vaticano non ha mai smesso di archiviare

«Una giornata di vergogna, una delle tante.» Il commento dell’avv. Laura Sgrò

Ci risiamo! Il procedimento relativo alla presunta sepoltura della povera Emanuela in Vaticano, presso il cimitero Teutonico, è stato archiviato. Il Giudice Unico dello Stato ha accolto la richiesta dell’Ufficio del Promotore di Giustizia. Lo rende noto un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede riportato da AGI e poi rimbalzato su tutti i quotidiani.

Un procedimento aperto nell’estate scorsa, dopo la denuncia dei familiari di Emanuela, a seguito della quale il Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e il suo aggiunto, Alessandro Diddi, avevano autorizzato l’accesso a due tombe ubicate all’interno del Cimitero Teutonico.

Sembrava una apertura, una prima apertura da parte degli organi di Giustizia della Santa Sede che dopo 36 anni di silenzio si erano forse accorti che Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, era scomparsa per mano di qualcuno. Sembrava… Ma non era così nemmeno stavolta.”I frammenti rinvenuti sono databili ad epoca anteriore alla scomparsa della povera Emanuela: i più recenti risalgono ad almeno cento anni fa”. Una valutazione sbalorditiva, fatta non in laboratorio ma solo per esperienza e che porta immediatamente all’archiviazione, chiudendo alla velocità della luce il loro primo fascicolo aperto sul caso. O almeno l’unico ufficiale perchè appare improbabile che nessuno abbia mai fatto indagini in segreto sulla vicenda, che ha coinvolto a più riprese il Papa e i suoi collaboratori più stretti) e per la quale l’autorità vaticana, spiega la nota con malcelato paradosso: ha offerto, sin dall’inizio, la più ampia collaborazione. E proprio in questo spirito” continua la nota: il provvedimento di archiviazione lascia alla famiglia Orlandi di procedere, privatamente, ad eventuali ulteriori accertamenti su alcuni frammenti già repertati e custoditi, in contenitori sigillati, presso la Gendarmeria”.

Rileggo la nota con Laura Sgrò, la legale che per conto della famiglia Orlandi segue da anni ormai la vicenda e il suo commento è durissimo:

 

Laura Sgrò con Pietro Orlandi (Farodiroma.it)

«Francamente siamo sbalorditi. Si ricorda che il riscontro “analitico” da parte del consulente della Santa Sede è avvenuto solo visivamente, senza applicare alcuna strumentazione, nemmeno in un minimo campione dei resti ossei indicati dalla Parte Offesa. Le indicazioni suggerite dai consulenti della Fam.Orlandi, dottor Giorgio Portera e Laura Donato, non hanno avuto alcun seguito, pur avendo gli stessi indicato protocolli e pubblicazioni riconosciuti a livello internazionale, dove viene indicato il metodo del radio carbonio come unico riscontro certo.»
C’è poi quella “concessione” di valutare privatamente i resti che lascia sgomenti, rimandando quindi all’azione privata della famiglia, lasciandola quindi sola ancora una volta: «Proprio così. Perchè concedere la possibilità di eseguire analisi forensi a spese degli Orlandi non è assolutamente condivisibile ed attuabile. Si tratta di approfondimenti costosi e probabilmente non siamo in presenza di costi sostenibili dalla famiglia stessa. Archiviare un’indagine forense del genere dopo aver visto solamente le ossa è evidentemente non condivisibile.

Peraltro tutto avviene, dopo dieci mesi dalle nostre richieste, in piena emergenza Covid.»
Un’amarezza che non può che esser condivisa da chi in questi anni si è battuto per la verità su quello che è stato in destino tremendo di una ragazzina di soli 15 anni, strappata agli affetti senza che nessuna delle autorità vaticane abbia mai davvero mostrato interesse: «Scrivono “piena collaborazione” da parte della Santa Sede, ma non mi sento di condividere tale affermazione.
È stata scritta una giornata di vergogna, una delle tante. Purtroppo la Giustizia è altra cosa.»

Mauro Valentini

(Grazie all’Avv. Laura Sgrò)

Verità per Emanuela