Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Quel 7 febbraio che ha restituito Giustizia

Un anno fa in Cassazione… (Dedicato a chi è vicino a Marina e Valerio)

Sono passati dodici mesi da quel giorno, da quel pomeriggio del 7 febbraio 2020, quando la Presidente della Prima Corte di Cassazione Maria Stefania di Tomassi leggeva il dispositivo che inchiodava i primi due processi per l’omicidio di Marco Vannini all’inutilità e all’errore. All’evidenza dei fatti.

Quei fatti, quelle incredibili azioni commesse dalla famiglia Ciontoli che apparivano così evidenti nel loro svolgersi a tutti, fuorchè alle due giurie presiedute dai Giudici Anna Argento in primo grado e Andrea Calabria in secondo grado. 

Due sentenze che avevano acceso uno tsunami di indignazione tra i tanti cittadini che quel 7 febbraio di un anno fa erano presenti a Piazza Cavour per sostenere la famiglia Vannini e per chiedere semplicemente Giustizia.

Nel libro che ho scritto con Marina, la mamma di Marco, ho raccontato la cronaca di quel giorno in cui l’orologio della verità è stato riportato al punto di partenza, alle 23:15 del 17 maggio quando Antonio Ciontoli, per motivi che solo lui avrebbe dovuto spiegare, ha sparato a Marco

Ne riporto qualche stralcio, preso proprio dal capitolo chiamato appunto “7 febbraio 2020” del libro: Mio figlio Marco – La Verità sul caso Vannini (Armando Editore) che dedico al “popolo di Marco” che manifestava con amore la vicinanza a Marina e Valerio:

***

Sono lì con uno striscione grande con scritto: “#noninmionome – Giustizia per Marco”. E poi: “Giustizia e Verità per Marco” e ancora un altro e un altro ancora. Il traffico spietato e disordinato di quel tratto di LungoTevere che fuoriesce dal sottopassaggio difronte al palazzo della Protezione civile di via Ulpiano alla vista di quel numeroso gruppo di uomini e di donne venute da tutta Italia per manifestare la vicinanza alla famiglia Vannini rallenta, si allinea e suona il clacson in segno di partecipazione. Quello a cui assisto ipnotizzato è un vero e proprio abbraccio della città a Marco, suonano, dai finestrini gridano: «Bravi! Giustizia! Siamo con voi! Non mollate!» C’è chi si ferma e scende per informarsi sull’andamento della sentenza, chi abbraccia quelli che sono in prima fila. Una donna parcheggia, scende e mi si avvicina piano piano, guardando tutto quel tumulto di uomini e di donne con le magliette con il volto di Marco stampato sul petto, mi stringe la mano e mi guarda con occhi pieni di lacrime: «Sono sicura che la Cassazione darà un’altra opportunità a mamma Marina. Lei la conosce vero? Glielo dica la prego, le dica che io la penso sempre. Che sono con lei.»

#noninmionome

[…] E poi… Tutto accadde in fretta. Entriamo e un attimo dopo qualcuno grida: «La Corte!» Marina non c’è. È rimasta fuori, mi sussurra Lorella, la sua amica di sempre. Immobili assistiamo all’entrata della dottoressa Di Tomassi e degli altri quattro componenti della Giuria. La Presidente ha un foglio in mano. Lì c’è scritto l’esito del ricorso. Alza lo sguardo e in quell’aula così grande e gremita cade un silenzio che quasi stordisce. Un silenzio che dura un attimo e che racchiude un’attesa lunga 357 giorni. «In nome del Popolo italiano.
La Prima Corte di Cassazione, in accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale e delle Parti Civili, annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Assise di Appello di Roma.
Rigetta il ricorso di Antonio Ciontoli, che condanna alla rifusione delle spese sostenute dalle Parti Civili limitatamente alla posizione di resitenti avversi al ricorso…» Alzo gli occhi e vedo zio Roberto che esce seguendo suo figlio Alessandro, incrocia il mio sguardo e alza le braccia al cielo in segno di gioia. Non resisto e penso a Marina che è fuori ed esco dietro di loro senza attendere la fine della lettura. E corro, corro per il corridoio per raggiungerla. Ma Alessandro le ha già dato la notizia e un grido echeggia tra le mura altissime del Palazzaccio. L’urlo di Marina, un misto di dolore e liberazione, un grido che raccoglie quasi cinque anni di sofferenza. E di speranza.
In un attimo sono lì insieme a tutti, Marina accenna ad alzarsi ma si rimette seduta: «Non mi sento bene…» sussurra. Vicino a lei Valerio che la sostiene. Tutti sono con gli occhi pieni di pianto e il sorriso incredulo stampato sulla faccia. Incontro Liviana Greoli che mi fa una carezza sulla guancia e mi dice: «Si ricomincia.» Un applauso ai due genitori di Marco scoppia fragoroso e i Carabinieri attorno sorridono anche loro, provano a far cenni per riportare alla calma ma non riescono a imporre un silenzio che a quel punto è impossibile da ottenere e che sembra neanche loro voler per davvero. Vedo le lacrime di commozione di tutti, anche di chi come Anna Boiardi e Giulio Golia dovrebbe esser lì per raccontare gli eventi ma la partecipazione emotiva e il dolore per la sorte di Marco li rendono fragili come tutti in quel momento che sembrava impensabile solo cinque minuti prima.
Scambio due parole con Alessio Vellarga, il direttore di Terzobinario.it, anche lui come me e come gli altri in preda all’emozione. Il suo pensiero raccoglie e si confonde con il mio: «Abbiamo vissuto tutti insieme un momento quasi religioso. Una funzione solenne… Per Marco. Un giudizio che in quei pochi secondi ha raccolto cinque anni di attesa e di richiesta di giustizia. Il momento dei momenti vero? Onestamente non pensavo sarebbe potuto accadere. Temevo non potesse accadere e invece…» .

***

Marina

Un anno è passato. Ora Marco, Marina e Valerio aspettano la seconda sentenza di Cassazione, che chiuderà questa dolorosa Via Crucis di Giustizia. Glielo avevano promesso davanti al sudario che lo avvolgeva senza vita: “Lotteremo per restituirti Giustizia”.

E Marco, Marina e Valerio solo all’ultima Stazione di questo viaggio di Verità.

Mauro Valentini

Sentenza Vannini – “Crudeltà – Depistamenti – Ripetute menzogne”

Le severe motivazioni dei Giudici puntano il dito su Martina, Viola e le mancate prime indagini

Sono arrivate finalmente le motivazioni della sentenza che il 30 settembre 2020 ha condannato tutta la famiglia Ciontoli per omicidio. E sono parole durissime, lucide e che finalmente fanno chiarezza su tutto quello che non doveva accadere ma è accaduto quella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015.

Almeno quella verità processuale a cui si è potuto arrivare, nonostante,  scrive l’estensore della sentenza la “lacunosità delle prime indagini”. Lacune che come sappiamo hanno privato di verifiche tecnico scientifiche le dichiarazioni rese dagli imputati, unici testimoni dell’omicidio.

Il Giudice inizia con una stizzita replica a chi, tra gli avvocati difensori di Ciontoli, aveva bollato questo processo come già scritto. A pagina 19 infatti si legge che: “Nessuna decisione può considerarsi assunta sino al momento in cui la Corte abbandona la camera di consiglio per dare lettura del dispositivo. Opinare diversamente significa non nutrire particolare rispetto né nei confronti della magistratura togata e ancor meno nei confronti dei giudici popolari, dovendo ricordare come a decidere siano otto persone.” 

Marco Vannini (Foto dal libro Mio figlio Marco – Armando Editore)

E i giudici puntano dritto al punto, senza girarci troppo intorno. e lo fanno con chiarezza e con parole che raramente avevo letto così severe nei confronti dell’ “ Incredibile è il comportamento assunto dai componenti della famiglia Ciontoli” 

Nulla sfugge alle analisi del Giudice Gianfranco Garofalo e ai giudici al suo fianco sia riguardo alle mancate tracce di sangue nel bagno e delle impronte sul bosso, finanche alla strana dichiarazione di Antonio Ciontoli che, nell’ultimo giorno prima della Sentenza aveva parlato di un orario diverso dello sparo. E infatti essi scrivono e puntualizzano a pagina 21: “Può considerarsi un semplice tentativo quello messo in atto dalla difesa di spostare tale momento di inizio di circa quindici minuti, quindi alle 23:30 per ridurre così il tempo dell’omesso intervento decisivo in favore della vittima come se tale lasso di tempo potesse incidere in maniera determinante sulla responsabilità degli imputati.” 

Lo scritto poi, oltre a demolire punto dopo punto le ricostruzioni degli imputati addirittura raccogliendole in un capitolo a parte titolato : CONTRADDIZIONI, si esprime con durezza prima nei confronti di Viola Giorgini, una teste ammessa a quest’ultimo processo, sia nei confronti di Martina.

Per Viola infatti si legge: “… si evince come la deposizione della Giorgini abbia dimostrato una assoluta assenza di credibilità della stessa e della sua propensione alla reticenza su fatti certamente a sua conoscenza per avervi preso parte”.  Può bastare? per il Giudice evidentemente no, perchè nella pagina successiva scrive: “Su una cosa la Giorgini ha però contribuito forse involontariamente, a fare chiarezza: Secondo la sua testimonianza sollecitata più volte sul punto, non appena lei e Federico ebbero a sentire il forte rumore che proveniva dal bagno della sua abitazione ed erano usciti subito dalla stanza dove si trovavano e avvicinati al bagno e aveva sentito provenire dall’interno la voce sia di Antonio che di Martina che, quindi, si trovava all’interno del bagno nell’immediatezza dello sparo”.  

E su Martina quindi che la giuria e la sentenza puntano il dito. Perché il nodo di tutto è sempre quello: Martina era presente allo sparo, come lei stessa dice e mima a gesti nelle intercettazioni ambientali di poche ore dopo il fatto sul divano della Caserma di Civitavecchia?

Questa sentenza bolla come “parte più inverosimile della sentenza di primo grado” proprio la parte in cui si afferma che Martina non sia presente. No, per la Corte di Appello di Roma non c’è certezza, smontando in tre pagine la prova della assenza di particelle di polvere da sparo e spiegando che, come affermato nel primo processo dai RIS, essa non sia affatto una prova di assenza, dato che la stessa era stata repertata troppe ore dopo lo sparo stesso.

Ma non solo, per Martina e per la sua famiglia si usano parole di fuoco quando, a pagina 48 si scrive: “Orbene, ove si abbia riguardo; alle spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti da loro assunti, che in taluni casi rasentano una vera e propria crudeltà nei confronti di un ragazzo ferito che urla di dolore e che viene rimproverato per questo motivo, un ragazzo che è stato ed è il fidanzato di Martina e che il Ciontoli afferma di tenerlo in considerazione come un figlio”. Ma non è finita: ” Ed allora è da chiedersi come sia possibile che il rumore prodotto da un colpo di arma da fuoco calibro 9 soprattutto in un ambiente ristretto come quello del bagno in casa Ciontoli (…) venga da tutti colto come – Un tonfo – come un rumore di un oggetto che cade e soprattutto, una volta sentita l’esplosione, accertato che Marco risulta ferito e viste le pistole in bagno, qualcuno di media intelligenza possa credere alla versione del – Colpo d’aria – propinata a dire di tutti da Antonio. Colpo d’aria che poi diventa un buco procuratosi con un pettine a punta!”

No, per i giudici non ci sono dubbi, e quello che la famiglia Vannini e i suoi legali Celestino Gnazi e Franco Coppi hanno sempre affermato in punta di logica, appare per la prima volta scritto in una sentenza: “Martina Ciontoli è in bagno ed assiste allo sparo del padre, quindi: ha sentito una forte esplosione, la reazione di Marco al ferimento e la fuoriuscita di sangue per cui non può ignorare cosa sia successo; Eppure, invece di intervenire per aiutare quello che sino a pochi minuti prima è stato il suo fidanzato, aiuta il padre a depistare le indagini …(…) e alle domande dell’infermiera Bianchi che le domanda cosa sia successo risponde che non lo sa perchè non era presente, passando da una condotta passiva consistita nel tacere a una attiva consistita nel fornire false informazioni sulla sua presenza in modo da non dover raccontare la verità”. 

Le ultime pagine appaiono quasi di rammarico nel non poter infliggere una pena più severa ai tre componenti della famiglia oltre Antonio, proprio per le attenuanti generiche inattaccabili in questo processo concesse a Ciontoli padre nel primo grado. Si legge infatti che per Martina, Federico e Mery: “è vero che il mutamento del titolo di reato (da colposo a volontario con dolo) … consentirebbe di procedere ad una loro valutazione ex novo, ma non può esser valutato un trattamento sanzionatorio più punitivo ai tre imputati a fronte di quello inflitto ad Antonio Ciontoli, chiamato a rispondere di condotte più gravi e persistenti”. 

Se la Cassazione nella prossima estate non stravolgerà questa sentenza, potremmo metter fine pur con tanti punti oscuri alla storia processuale di Marco e dei suoi assassini. Resteranno negli occhi e nelle orecchie le battaglie per la Giustizia di Marina e Valerio, che questa sentenza almeno sembra aver concesso seppur, e (lo dicono quasi tra le righe gli estensori) soltanto in parte, tanto solo state lacunose indagini e tanti gli errori dei precedenti processi.

Io, per conto mio, a Marina e Valerio dedico questa frase della poetessa bulgara Blaga Dimitrova, che riguardo alle dure lotte per la verità scriveva: “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa sentiero”.

Mauro Valentini

 

Processo Vannini – Cosa dirà Viola?

Il 9 settembre inizia il secondo processo d’Appello per la morte di Marco con un’unica teste chiamata a rispondere

Ricomincia il processo Vannini. L’assurda morte di Marco avrà quindi un ulteriore passaggio giudiziario, come ha deciso la Cassazione nella sua pronuncia del 7 febbraio 2020.

Unica teste ammessa Viola Giorgini, presente in quella casa quando tutto quello che non doveva accadere è accaduto e scagionata dai reati a lei ascritti sia in primo che in secondo grado.

Non sappiamo (e forse non si comprenderà neanche durante il processo) quale siano state le motivazioni degli avvocati della difesa dei Ciontoli che li hanno indotti a rimetter al centro della scena Viola, che era uscita indenne da tutto. Cosa possa averli spinti a farle ripercorrere tutto l’iter giudiziario seppur da teste. Magari ci sorprenderà, magari racconterà un’altra verità?

Nel libro che ho scritto insieme a Marina, dal titolo: Mio figlio Marco – La verità sul caso Vannini  (Armando Editore) riporto due frasi che Viola pronuncia durante l’intercettazione ambientale del 18 maggio in caserma a Civitavecchia. Sono passate poche ore dalla tragedia e lei, parlando con Federico e Martina dice: “… Se fosse rimasto vivo sarebbe rimastro handicappato”. E subito dopo, incalzata da Martina, dirà ancora: “Secondo me sarebbe rimasto con qualche ritardo. Quindi Marti, una cosa bruttissima te la immagini la sua vita con qualche ritardo? Si sarebbe ucciso lo stesso”. 

Come faceva Viola a ipotizzare già in quella sede, senza autopsia (che arriverà un mese dopo) tutti quei danni permanenti su Marco, quando lei pensava fosse soltanto un “COLPO D’ARIA” così come le aveva riferito Ciontoli padre?

Un colpo d’aria. E del resto Viola lo spiega anche alla sua amica al telefono pochi giorni dopo (pagina 111) : “Noi eravamo convinti che fosse un colpo d’aria, perchè sai, resta un’aria nella pistola e quando tu spari esce aria.”

Come è possibile che un colpo d’aria possa lasciare handicappato per sempre un ragazzo forte e sano come Marco? Forse qualcuno in questo processo chiederà a Viola come mai, pur avendo compreso la gravità di quelle condizioni, come lei stessa afferma non sapendo di esser intercettata, poi non si è attivata per i soccorsi? Come mai dichiara poi che quel malessere fosse solo una conseguenza della paura di Marco. Da curare con acqua e zucchero e con le gambe alzate.

Lo spiegherà? Ce lo auguriamo. Per la verità, Per Marina e Valerio.

E per Marco.

A cui va come sempre il mio pensiero più dolce.

Mauro Valentini

 

Marco Vannini – La Cassazione punta il dito su Martina

Depositate le motivazioni della Suprema Corte. Ed ora la verità!

Depositate oggi le motivazioni della sentenza con cui la Suprema Corte di Cassazione ha deciso che quei due processi che hanno indignato l’opinione pubblica e umiliato Marco e la sua famiglia andavano cancellati.

E dalle prime indiscrezioni comparse nelle più importanti agenzie di stampa, potrebbe esser molto diverso l’iter giudiziario della famiglia Ciontoli.

Su AGI (www.agi.it) infatti si legge: Marco Vannini “rimasto ferito in conseguenza di quello che si è ritenuto un anomalo incidente”, osserva la Suprema Corte, “restò affidato alle cure di Antonio Ciontoli e dei di lui familiari”: tutti, si legge nella sentenza, “presero parte alla gestione delle conseguenze dell’incidente: si informarono su quanto accaduto, recuperarono la pistola e provvidero a riporla in un luogo sicuro, rinvennero il bossolo, eliminarono le macchie di sangue con strofinacci e successivamente composero una prima volta il numero telefonico di chiamata dei soccorsi”. Questa sequenza di azioni “rende chiaro”, osservano i giudici di piazza Cavour, che “Antonio Ciontoli e i suoi familiari assunsero volontariamente, rispetto a Marco Vannini, rimasto ferito nella loro abitazione, un dovere di protezione e quindi un obbligo di impedire conseguenze dannose per i suoi beni, anzitutto la vita”.

Gli imputati di nuovo a processo

Ma non è tutto. Perché in un altro passaggio, sempre secondo AGI, tutto sembra concentrarsi sul comportamento di Martina, la fidanzata di Marco all’epoca dei fatti. Su di lei i giudici sembrano puntare il dito: “Si coglie anche più della reticenza” nel comportamento di Martina Ciontoli in relazione a un punto che emerge dalla ricostruzione investigativa sull’omicidio del suo fidanzato Marco Vannini. Infatti:  “All’infermiera”, le cui dichiarazioni “sono state confermate da quelle dell’autista” dell’ambulanza, “una ragazza bionda, poi riconosciuta in Martina Ciontoli, non appena ella giunse presso l’abitazione della famiglia Ciontoli, disse di non sapere cosa fosse successo, perché lei non era stata presente”

Ma non basta:  “In ogni caso, presente o meno che fu al momento dello sparo, è certo che accorse subito sul luogo” e che quindi “ebbe sul fatto le stesse informazioni degli altri suoi familiari”.

Sempre secondo le prime indiscrezioni, è proprio l’elemento di reticenza che ha colpito la Cassazione, e che riguarderebbe anche il comportamento di Maria Pezzillo, moglie di Antonio Ciontoli e madre di Martina, e di suo figlio Federico Ciontoli: “entrambi, al momento della prima telefonata al 118, “erano portatori di un sapere” perché “avevano appreso della versione del colpo a salve e, vera o falsa che fosse, non la riferirono benché richiesti”.

La reticenza dunque, quella avrebbe ucciso Marco, non solo quel colpo di pistola sparato chissà perché.

Mauro Valentini

Marco Vannini e quel “colpo d’aria” che ha indignato l’Italia

Un Giorno in Pretura racconta il processo contro la famiglia Ciontoli

Atteso e molto criticato già nella presentazione, è iniziato il nuovo percorso della trasmissione di servizio di Rai Tre che analizza i casi di cronaca nera del paese attraverso la cronaca dentro le aule dei tribunali.

31 anni di trasmissioni, e tanti, tantissimi elogi per la conduttrice e autrice Roberta Petrelluzzi, sempre attenta a rimanere in equilibrio tra narrazione e obiettività.

Foto Rai Tre

Io personalmente ricordavo finora (perché me ne occupai anni fa per il mio libro Cianuro a San Lorenzo)  soltanto una concessione da parte della conduttrice a tale rigore quando, commentando la sentenza che assolveva Daniela Stuto dall’accusa di esser stata l’assassina di Francesca Moretti, si lasciò sfuggire un augurio sincero alla ragazza assolta e una vicinanza che sorprese tutti. Altrimenti, sempre equilibrio narrativo, lasciando sempre parlare l’Aula di Tribunale, le vittime, gli accusati, i Giudici. Del resto è questa la missione de “Un Giorno in Pretura“.

Eppure… Questa stagione numero 30 è iniziata con un taglio che a molti è apparso di rottura con il passato. Sigla nuova, studio nuovo e con una sensazione di grandezza immotivata per una sola persona seduta alla scrivania, e poi soprattutto la prima serata della domenica su Rai Tre, con un numero medio di ascolti di circa un milione e mezzo contro i 600mila circa del dopo mezzanotte (fonti dati auditel).

Rottura soprattutto, ed è questo che ha spiazzato e indignato i fedelissimi telespettatori, anche nel coinvolgimento verso gli attori della storia che è stata raccontata nella prima puntata: il Caso Vannini.

Innanzitutto iniziando dal titolo: Il caso Ciontoli. Strana scelta, forse corretta in punta di logica giuridica, ma certo scelta di “rottura” nei confronti della stampa nazionale e dei programmi televisivi che hanno preso coscienza dell’enorme ingiustizia perpetrata alla famiglia di Marco. Una scelta direi non compresa dall’opinione pubblica che infatti si è scatenata sui social e ai centralini della Rai.

Io vi propongo due elementi tratti da Facebook, uno della Petrelluzzi in persona che il 26 aprile così scriveva con una sorta di lettera aperta a Martina Ciontoli e poi la risposta sulla pagina a Marco dedicata da parte del cugino di Marco, Alessandro.

Li pubblico lasciando stavolta a Voi il commento. Che potete scrivere qui sotto.

 

Mauro Valentini