Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

In ricordo di Niki Lauda – Il mio racconto di RUSH

Ron Howard racconta il mito della Formula 1

Ero presente alla presentazione in prima mondiale di RUSH. 

E Ron Howard così sintetizzò in conferenza stampa la sua visione dell’eroe; sia esso un astronauta, un famoso matematico o un grande pilota di Formula 1, quello che più nel suo cinema risulta vincente è questo legame che il pubblico scopre con i personaggi, le loro debolezze e la loro “normalità” al servizio dell’eccesso e del successo.

Nei miei film racconto uomini che si trovano in situazioni particolari da esser considerati degli eroi. E attraverso le loro vite che gli spettatori scoprono i loro lati umani e si riconoscono con essi

Locandina del film

Rush” è proprio questo, il racconto di quei sei anni di vita di due straordinari piloti come James Hunt e Niki Lauda che si contesero nelle loro monoposto un primato che era molto di più di un campionato del mondo, appassionando tra commedia e tragedia non solo gli appassionati di motori ma il mondo intero.

Così diversi questi due campioni, l’Inglese Hunt, bello ed eccessivo, a contendersi la pole position a Lauda, austriaco glaciale e pragmatico, in quel fatidico campionato del 1976, da dove il film parte e arriva.

Una storia in cui i due protagonisti si sfiorano con le loro ruote a trecento all’ora, rivali anche fuori dalla pista, in un gioco di contrapposizioni che subito appassiona e rapisce.

Il contrasto tra l’eroe inglese che vive come una rockstar e l’austriaco cosi sicuro di se da pretendere di dettar legge (e di vincere) nell’officina della scuderia più famosa al mondo sono il “motore” narrativo di Howard, che confeziona un film bellissimo rimanendo in perfetto equilibrio tra racconto sportivo e avvincenti storie di amori e passioni.

Tutto è curato in maniera straordinaria dal regista, coadiuvato da uno sceneggiatore come Peter Morgan, un artista quando si tratta di narrare la cronaca esaltandone l’enfasi, come fu per il meraviglioso “The Queen” per esempio; Morgan ha curato ogni dettaglio insieme a Howard, hanno ascoltato tutto quello che Niki Lauda poteva ricordare di quell’incredibile periodo, arricchendo la sceneggiatura di aneddoti e notizie su James Hunt che nel frattempo è morto di eccessi come amava vivere.

Niki Lauda e James Hunt in una foto del 1979

E poi un tecnicismo cinematografico straordinario, con una fotografia e un colore che richiamano i film dell’epoca, la cinepresa montata sui caschi dei piloti per portare lo spettatore “dentro” la monoposto, una ricostruzione da collezionisti di quei bolidi folli e pericolosissimi e di tutto il contorno che costituiva “la scenografia” degli autodromi,dalle auto alle pubblicità dell’epoca finanche agli ombrellini delle hostess che proteggevano i piloti.

Raccontare di più della trama seppur già scritta nella storia dello sport sarebbe svelare a chi non lo conosce un epilogo emozionante di questo film che corre su un “circuito” fatto di curve e di passioni, di vittorie sotto la bandiera a scacchi e di sconfitte nella vita.

Curato dunque ogni dettaglio scenico e storico, quello che Ron Howard riesce a trasporre però è la contraddizione dell’uomo e dell’eroe che si cela in esso, le rinunce e le sconfitte in cui la vita ti fa inciampare mentre stai puntando il successo, ed è in questo continuo rincorrersi e disprezzarsi che i due protagonisti si ritroveranno imparando a sorridere degli eccessi dell’altro.

Il cast è magnifico, Chris Hemsworth è un Hunt perfetto, bello ribelle e inaccessibile nei pensieri più profondi, una prova che lo sdoganerà speriamo per lui da un certo cinema alla Marvel, mentre Daniel Bruhl ha dovuto trasfigurarsi nel vero senso della parola in Lauda, con un trucco incredibilmente realista e spietato ( chi ha potuto conoscere il vero Lauda rimarrà stupito) pur ritagliandosi una grande prova d’attore, che emerge dentro quella “copia perfetta” del volto del famoso pilota.

Bene Alexandra Maria Lara nel ruolo della “Frau Lauda”, altera e dignitosamente forte anche davanti a momenti difficili, molto bene il nostro Pier Francesco Favino, nella parte di un Clay Regazzoni sornione e intenso, che in una pausa della conferenza stampa ci dice che“ Quando sei diretto da uomo come Ron Howard beh, ogni cosa, anche quella che ti appare come difficile di colpo diventa facile, naturale

La colonna sonora di Hans Zimmer è superba, tra incalzanti melodie che quasi “rombano” insieme alla storia intervallata da una playling list da far sobbalzare di gioia anche il più sofisticato degli amanti del rock anni 70.

Un grande film dunque, una lezione di stile, di scrittura e ripresa, un capolavoro che si consegna alla storia del Cinema di sempre.

TRAILER UFFICIALE

Mauro Valentini

Ugo Tognazzi – Storie e segreti di un grande attore

Omaggio intimo e pittorico al grande attore della commedia di costume italiana

Ricevo e pubblico volentieri:

Scopriamo chi era Ugo Tognazzi! Un libro che è un omaggio (con tavole pittoriche e i testi di Mario Sesti) che raccontano – attraverso una selezione della sterminata filmografia – l’arte e l’impegno di un attore.
«I suoi personaggi raccontano l’affanno continuo del travestimento, dell’elasticità dell’io che cerca sempre l’accettazione e approvazione degli altri e della società, ma il suo sguardo ci comunica sempre la profonda sfiducia, la vanità malinconica, lo scetticismo disperato nei confronti di una esistenza che si fondi sulla nostra capacità di adeguare noi stessi al mondo grazie alla nostra apparenza.»

Un percorso illustrato e poetico che partendo da Il Federale del 1961, arriverà fino a Primo amore del 1978, passando per capolavori come I Mostri e la Grande Abbuffata.

Il Volume è stato pubblicato in occasione della retrospettiva “Ugo Tognazzi”, organizzata da Luce Cinecittà nel Dicembre 2018.
Presentazione a cura del Museum of Modern Art di New York e Luce Cinecittà di Roma, con l’organizzazione di Josh Siegel, curatore del Department of Film MoMA, e di Camilla Cormanni e Paola Ruggiero, Luce Cinecittà.

Il libro:

UGO TOGNAZZI – Storia, stile e segreti di un grande attore

Testi di Mario Sesti – Illustrazioni di Luisa Mazzone in italiano/inglese (traduzione di Adrian Bedford)

(Edizionisabinae – Luce Cinecittà)

Gli autori:

Mario Sesti
Una delle firme più autorevoli della critica cinematografica in Italia, collaboratore de La Repubblica, autore di un programma tv di cinema, Splendor, Mario Sesti è critico, giornalista e storico cinematografico, oltre che autore di film documentari, proiettati al Festival di Cannes, al Festival di Locarno, alla Mostra del Cinema di Venezia, al MoMA e al Guggenheim di New York.

Luisa Mazzone
Diplomata in Scenografia, Arredamento e Costume, allieva di Piero Tosi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, Luisa Mazzone è scenografa, illustratrice e docente di disegno, specializzata nella realizzazione di scenografie e illustrazioni digitali. Ha lavorato su Mila: un corto d’animazione  internazionale come Visual Development Artist. Assistente scenografa nel film Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, illustratrice per il libro Un attimo di vita (Mondadori Electa), espone nel  2015, per la 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica organizzata dalla Biennale di Venezia con una mostra dal titolo “10 Tavole per Pasolini”. Le illustrazioni sono raccolte nel libro Pasolini: il cinema in 20 tavole scritto da Mario Sesti. Ha illustrato un libro su Ugo Tognazzi: storia, stile e segreti di un grande attore con testi di Mario Sesti edito da Edizioni Sabinae. Il volume è stato pubblicato in occasione della retrospettiva “Ugo Tognazzi”, organizzata da Luce Cinecittà, nel dicembre 2018, con presentazione a cura del Museum of Modern Art di New York. Il libro è stato apprezzato dalla stampa locale e americana.

Stanlio & Ollio 

L’amicizia è per sempre

Portare al cinema una coppia mitica del cinema è cosa ardua. I Bio-Pic come vengono chiamati i film biografici sono sempre un rischio, specialmente per chi interpreta personaggi che sono nel cuore e nella mente del pubblico che li ha amati.

Locandina del film originale

E proprio l’amore che Stan Laurel & Oliver Hardy avevano per il loro lavoro è il punto focale di questo film diretto da Jon S.Baird, in una narrazione che parte con un flash back del 1937, all’apice del successo, per poi saltare e svilupparsi a quella che fu la loro ultima tournee teatrale nel Regno Unito vent’anni dopo.

Quelle scene comiche dei film riprodotte a teatro per un pubblico spesso distratto dalla mopdernità post bellica spiazzano e disorientano i due artisti che, proprio in questo percorso da Newcastle fino a Dublino passando per Londra, faranno i conti con il loro passato e la loro grande, meravigliosa amicizia.

In questo film da non perdere i due attori: Steve Coogan nel ruolo di Stan, e John C. Reilly in quello di Ollie, sono semplicemente perfetti.

Laurel & Hardy

I doppi di un duo che è nell’Olimpo del cinema di tutti i tempi.

Stan Laurel sopravvisse al suo tenero amico Hardy otto anni (Ollie morì nel 1957, Stan nel 1965). E Stan per tutti gli ultimi otto anni continuò a scrivere scenette e battute per Oliver, rimanendo, loro che erano degli amanti delle donne, una coppia oltre la professione, una storia di amicizia e di vita tra due persone così diverse in tutto, ma capaci di sorprendere e far ridere con eleganza.

IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM

Trailer Stanlio & Ollio

Mauro Valentini

 

 

 

Italia addio, non tornerò

Siamo un popolo di emigranti. Nostro malgrado

Sarà trasmesso in prima TV il primo maggio da FOCUS (canale 35 d.t.) il canale tematico di Mediaset, il docufilm “Italia addio, non tornerò”. Un film realizzato dalla Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione italiana (da un’idea di Marinella Mazzanti) e a cura della reporter Barbara Pavarotti.

Un viaggio, quello di Barbara, che attraversa i luoghi più “abitati” dai nostri giovani e meno giovani al lavoro per il mondo e che analizza con eleganza e dettaglio i motivi che spingono gli italiani a cercar lavoro e soprattutto dignità in altri paesi e continenti.

Uno spaccato impietoso e allo stesso tempo delicato di tanti percorsi, diversi tra loro ma legati da un unico filo comune, anzi, un’unica costatazione: “in Italia non vince il migliore”. Deduzione che emerge dalle interviste raccolte e montate con grande qualità, siano esse a Londra, a Monaco, ma anche la Spagna, negli Usa, a New York e Los Angeles, o nell’Europa dell’Est, fino a Melbourne.

Il documentario potrete vederlo come detto in prima tv il Primo maggio alle 23: 15 su FOCUS e poi con le repliche: Venerdì 3 maggio: h. 15.15 – Domenica 12 maggio: h. 17:00 e Lunedì 13 maggio: h. 9.45

TRAILER UFFICIALE

https://www.youtube.com/watch?v=6IR03bSZhtM

Ho raccolto le impressione dell’autrice, ascoltandola nel percorso che l’ha portata alla realizzazione del film. E dalle parole di Barbara Pavarotti emerge tutta la passione e anche l’importanza di un mezzo, quello del docufilm, che in altri paesi è molto considerato (se si pensa ai lavori di Michael Moore pluripremiati nei Festival cinematografici) ma che in Italia è ancora prodotto di nicchia.

Barbara Pavarotti

Barbara ci spiega che: «Occuparsi degli italiani all’estero apre un mondo. C’è un’Italia fuori dall’Italia,  sono 65 milioni gli oriundi italiani sparsi in tutti i continenti, e a questi si aggiungono ogni anno circa 300.000 giovani e adulti che partono in cerca di migliori opportunità di vita o per realizzare i propri desideri.

Entrare in contatto con questo mondo porta, a noi che viviamo in un paese invecchiato, pessimista, lamentoso, una ventata di entusiasmo perché gli italiani all’estero si rimboccano le maniche, danno il meglio di sé, lavorano tanto ed eccellono in molti campi. In questo sicuramente aiutati da paesi dove vige un concetto di meritocrazia a noi sconosciuto. All’estero vedono che c’è una competizione più onesta e trasparente e non un sistema basato sull’antico vizio italico delle raccomandazioni, quello che molti di loro definiscono “mentalità mafiosa per l’accesso al mondo del lavoro”

Eppure… «Gli italiani all’estero sono ansiosi di “Italia”, vogliono rimanere in contatto e quindi ci trasmettono la loro energia. Esistono centinaia gruppi social di italiani nel mondo, in cui ci si scambia informazioni, si fa rete, ci si aiuta nei primi passi nel nuovo paese. Con la realizzazione del docufilm , ho cominciato a parlare con loro e ora, ogni volta che li sento, tramite i social, è come se anche io fossi lì, in America, in Australia, nei vari paesi europei.

Perché dunque questo film?

«C’era bisogno di un documentario che raggruppasse le loro voci e “Italia addio, non tornerò” è il primo del genere finora realizzato in Italia. I giovani sono stati felicissimi di partecipare e, alla notizia che verrà trasmesso da Mediaset il primo maggio,  si è scatenato l’entusiasmo. Tutti stanno informando parenti, amici in Italia, mi ringraziano come se il merito fosse mio. Mi scrivono: “Non l’avremmo mai immaginato, allora siamo importanti anche se tanto lontani”.

Perché a volte, oltreoceano, si sentono soli, hanno nostalgia della casa, della famiglia. Per chi sta in Europa è diverso, sono a poche ore di volo, però di fatto non c’è più il confortevole ambito familiare a proteggerli, devono cavarsela e questo li fa crescere più in fretta. Come dice Christian, 27 anni, impiegato in un’azienda di credito finanziario in Estonia: “Trasferirmi mi ha reso molto più pratico, mi ha fatto capire i problemi quotidiani: pulire la casa, visto che non me la pulisce nessuno, fare la spesa. Cose di cui un ragazzo ha bisogno per crescere”

Un messaggio sociale o politico questo?

«Questo è un monito per i nostri politici, un grido d’allarme e molti l’hanno definito “un sonoro schiaffo al sistema Italia”. Perché un paese sano non rinuncia ai propri figli così, nella generale indifferenza. Non perde, insieme ai giovani, il proprio futuro.  Un conto è partire per scelta, per vivere nuove avventure e conoscere altri mondi, un conto perché in Italia ti hanno sbattuto tutte le porte in faccia e il lavoro è una questua, un’elemosina gentilmente concessa.  I protagonisti del docufilm lo dicono: “In Italia per me non c’era nulla, solo lavoretti precari, avevo perso la fiducia, la speranza. Impensabile fare la carriera che mi sono costruito qui”.  E di questa situazione sono colpevoli tutti, politici e non. E’ colpevole anche la generazione che li ha preceduti, perché non si è resa conto di cosa stava accadendo. E ora che la sconfitta italiana è evidente, ora che le famiglie vivono sulla propria pelle il dramma dei giovani che non trovano lavoro, tutti lì a battersi il petto e a chiedersi come fare.»

Hai la sensazione che sia un momento, e che questi ragazzi torneranno?

«Intanto questi giovani non tornano e non vogliono tornare, se non in vacanza. Hanno l’Italia nel cuore, ma restano dove sono. L’Italia è chiusa, provinciale, stretta, immobile. Anche questa è una sconfitta. E dovrebbe fare molto riflettere il fatto che il nostro paese sia considerato così dai nostri giovani internazionalizzati.

La speranza è che “Italia addio, non tornerò”  possa suscitare la sufficiente indignazione affinché  il tema dell’emigrazione italiana degli anni 2000, tornata ai livelli del dopoguerra,  sia preso seriamente in considerazione. Non solo come un fenomeno positivo, di mobilità, come è stato fatto finora. Troppo facile dire: siamo cittadini del mondo e con questo non fare assolutamente nulla in Italia per creare le giuste condizioni di lavoro per le nuove generazioni. Anzi, deprezzandolo questo lavoro, con stipendi sempre più bassi, precarietà diffusa e sfruttamento. La speranza è anche e soprattutto che questo docufilm possa contribuire a sancire un principio troppo spesso negato, in Italia e in tante altre parti del mondo: liberi di partire, ma anche liberi di restare e di tornare

Intervista a Barbara Pavarotti raccolta da Mauro Valentini

 

 

Suburra – Ovvero: Tutti i limiti della Serie TV

Siete pronti per la terza serie?

Netflix infatti ha appena annunciato che Suburra La Serie tornerà con una nuova stagione. Le prime due sono state un grandissimo successo, diciamo pure che la seconda non ha replicato gli ascolti della prima, ma del resto era difficile ripetersi e poi la difficoltà della trama, più politica e meno da “action-movie”, l’ha forse un po’ penalizzata.

Ma Suburra ha se non altro già un primato: quello di esser la prima serie completamente italiana inserita nel circuito Netflix.

Eppure…

Alessandro Borghi

Sorvolando sulla trama che in molti conoscono e che se non conoscono non posso proprio per questo fare spoiler, qualche riflessione mi sento di farla.

La regia e la fotografia sono di passo chiaramente cinematografico, l’afflato narrativo sembra appunto quello di un film d’autore e del resto la mano di Michele Placido alla regia, pur coadiuvato da altri due registi come Andrea Molaioli (La ragazza del lago) e Giuseppe Capotondi (coregista anche della serie TV Berlin Station) sta lì a dimostrarlo-

Ma insieme a questo indubbio merito ci sono anche molti, secondo me troppi limiti rispetto alla storia narrata dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, o anche e soprattutto dal bellissimo film omonimo di Stefano Sollima.

Limiti per esempio legati ad una certa staticità della location, spesso imbarazzante. Comprendendo anche tutte le esigenze di costruzione e di  semplificazione riferiti ai personaggi, i luoghi dove accadono gli avvenimenti sono sempre gli stessi. Per cui i personaggi li ritrovi sempre o sulla spiaggia o al maneggio o tutt’al più sotto la vela di Calatrava. Qualcuno poi dovrebbe erudirci sul come faccia Samurai a esser sempre nel luogo giusto al momento giusto, cogliendo sempre in sella al suo scooter tutti ma proprio tutti i movimenti dei dieci personaggi che ruotano attorno alla storia narrata.

Claudia Gerini

Ma il limite più evidente è quello legato alla costruzione in sceneggiatura di alcuni personaggi, che mal si legano ad altri, davvero belli e strutturati. Certo è che molto conta anche la qualità dell’attore, nella serie come al cinema del resto. Alessandro Borghi per esempio, specie nella prima stagione, si eleva su tutti gli altri prendendo la scena quasi con prepotenza, come farebbe in effetti quell’Aureliano Adami che interpreta, ma anche molto a loro agio appaiono per esempio la rediviva Claudia Gerini e Filippo Nigro, che per esempio deve supplire con la sua classe alle evidenti semplificazioni in sceneggiatura operate sul personaggio del politico prima idealista poi affarista. Ma quello che riesce a Nigro purtroppo non riesce a molti altri, e così trovo debolissima e piatta la recitazione di Francesco Acquaroli che certo non ha la stoffa del Samurai di Claudio Amendola al cinema. mentre provo sincera ammirazione per l’impegno che ci mettono sia Giacomo Ferrara che Barbara Chichiarelli nel tessere una struttura attorno alle esili scritture di Spadino e di Livia Adami.

Francesco Acquaroli

Ma per alcuni il gioco diventa troppo difficile. Impossibile per esempio per Eduardo Valdarnini che, nel ruolo del figlio del poliziotto con ambizioni da boss non convince mai, inceppando continuamente la fluidità della narrazione, anche se certe scorciatoie di scrittura non potevano aiutarlo: Come si può pensare infatti che un fannullone buono a nulla come lui, prima riesca a realizzare un agguato contro uno dei boss più temuti di Roma, poi in pochi giorni si trasformi in un accreditato socio in affari di due come Spadino e Aureliano, fino al capolavoro dell’assurdo, diventando in tre mesi addirittura ispettore di Polizia con poteri assoluti nella gestione del personale, senza concorso e senza tirocinio… Francamente sembra troppo… anche per una serie TV.

 

Mauro Valentini

PSYCHO – Come nasce un capolavoro

60 anni fa il libro di Robert Bloch che diede vita al più geniale film della storia del cinema

“Quella scena dura solo 45 secondi, ma occorsero sette giorni di lavorazione, 72 posizioni della macchina da presa. L’accoltellamento dura 22 secondi per un totale di 35 inquadrature e in nessuna di queste si può vedere il coltello affondare nel corpo di Marion; è il montaggio serrato che fa supporre allo spettatore quello che non si vede, ogni coltellata è un taglio del montaggio, in questo senso un “taglio” vero e proprio!”

Janet Leigh così raccontava quella scena, quell’urlo dietro la tenda che è forse la scena più famosa della storia del cinema.

La scena principe del film

Quell’agosto del 1959 Sir Alfred aveva il contratto in scadenza con la Paramaount a cui doveva un ultimo film. Prima di partire per l’Inghilterra per le vacanze, la sua segretaria Dolores gli regalò un libro di cui si diceva un gran bene, un Horror di Robert Bloch: Psycho, che si ispirava ad un fatto realmente accaduto nel Wisconsin qualche anno prima.

Il viaggio era lungo e Hitchcock era un allenato lettore, quando arrivò a Londra telefonò alla Paramount e disse “ Abbiamo la storyline per il film!”.

In realtà il libro di Bloch era davvero cruento, la donna sotto la doccia veniva addirittura decapitata. No, non era lo stile di “Hitch”, ci voleva uno sceneggiatore che riscrivesse la storia, la modellasse per lo stile del Maestro e che potesse passare la dura censura americana, che in quella scena avrebbe storto il naso per due motivi, il sangue rosso avrebbe avuto zero possibilità di passare la censura e il fatto che la doccia Janet Leigh doveva farla logicamente nuda.

Hitch spiega la scena a Janet Leigh sul set

Lo faremo in bianco e nero” spiazzò tutti Alfred. Si pensò soltanto al fatto che il sangue sarebbe stato più soft, ma in realtà l’idea del bianco e nero in epoca di grande entusiasmo per il colore nascondeva nell’artista una sua visione gotica, espressionista.

Del resto Hitchcock a Berlino prima della guerra fu o non fu l’assistente niente di meno che di Murnau in “ L’ultima risata”?

E le nudità? “ troveremo una soluzione”.

Per la sceneggiatura fu scartato James Canavagh, proposto dalla Paramount ma che Hitchcock e signora (assistente occulta del Maestro) definirono noioso, per questo “Hitch” scovò il giovanissimo Joseph Stefano, che non si lasciò sfuggire l’occasione della vita. Stefano spiazza il Maestro, lesse il libro e al primo incontro gli disse che questo film aveva una protagonista, cioè la vittima! Rovesciare il plot narrativo quindi, questa la sfida e scriverlo dal punto di vista di Marion e non del suo assassino; Marion, che ha una relazione complicata, in un attimo di follia ruba i soldi al lavoro, Marion che scappa, si perde, incontra Norman si rende conto di quanto può esser brutta la vita in solitudine e allora decide di restituire i soldi. Deciderlo la rasserena, si sente meglio, fa una doccia purificatrice e allora… Ecco che entra la morte dietro quella tenda a sconvolgere tutto e a trasferire la scena verso “l’altro”. A Hitchcock piacque cosi tanto che le sue prime parole fu” dobbiamo farla fare ad una vera Star” .

Alfred Hitchcock

Stefano lo aveva convinto, la protagonista era la vittima non l’assassino. Una novità incredibile per l’epoca. Il rapporto con lo sceneggiatore fu subito speciale, si vede da come poi il film fu scritto, non si parlò più del libro da cui si era preso spunto, i personaggi agivano secondo altri impulsi, che venivano in mente a loro due.

Nel libro Norman Bates è un uomo di mezza età, sovrappeso e senza nessuna qualità, Stefano riuscì a creare un uomo diverso, vulnerabile triste e di cui nonostante tutte le sue misteriose azioni presagio di follia se ne potesse provare compassione.

E dopo aver letto il personaggio Hitch disse ” che ne dite di Tony Perkins?”

Janet Leigh invece fu scelta tra le grandi star solo perché lei era cosi felice di lavorare con Hitchcock che non si preoccupò di morire nel primo tempo…E fu la sua fortuna.

Janet Leigh

Il resto del Cast fu scelto con cura, ma il difficile fu mantenere il segreto sul fatto che la mamma di Norman non esistesse in realtà, qualcuno si sarebbe potuto vendere la notizia, rovinando di fatto tutta la storia e il genio di Sir Alfred decise di spargere la voce che cercava una attrice per il ruolo della madre di Bates, cosi che nell’ambiente e tra i giornalisti nessuno sospettò di nulla.

Saul Bass era il “Picture assistant” di Hitchcock, i titoli di testa e di coda furono suoi, ma soprattutto disegnò benissimo tutta la scena della doccia, suggerì ogni inquadratura tanto che si sparse la voce ( o la fece spargere lui apposta) che l’avesse materialmente diretta. Ma Alfred Hitchcock mai avrebbe fatto dire un “ciack azione” a nessuno, in nessun film. Figuriamoci in una scena come quella!

La scena girata in uno spazio di quattro metri per quattro, con una controfigura completamente nuda soltanto per esser usata nel controluce della tenda, in cui Janet Leigh coperta di un pareo di seta bianco aderentissimo che copriva le parti intime non poteva fare. Fu scelta una certa Marli Renfro, che era una spogliarellista famosissima, che girò nuda per una settimana nel set, per la gioia di tutti i cameramen e i tecnici, beccandosi una mezza polmonite visto che

Anthony Perkins

l’acqua della doccia era sempre aperta.

Si diceva del segreto del film (la Signora Bates che è in realtà già morta ma che si scopre solo alla fine), ebbene, come salvaguardare la sorpresa a tutti?

Hitchcock aveva una risposta per tutto: pretese di non far entrare nessuno al cinema a film iniziato, perché diceva “chi entra dopo la scena della doccia non trovando Janet Leigh si chiederà dove sia”. E fu un successo, vietare l’ingresso “anche alla Regina d’Inghilterra”, come recitava il cartello della presentazione spingeva la gente ancor più ad andare a vederlo. Non si fecero “prime” per la stampa, neanche quelli che ci avevano lavorato lo videro, se non al Cinema. Lo stesso Joseph Stefano, che pure il film lo aveva scritto, raccontò che per vederlo con la sua famiglia andò al Cinema a Los Angeles, fece la fila come tutti e quando vide quello che erano riusciti a fare in quella scena della doccia gridò di paura come tutti in sala!

Era riuscito a sconvolgere il pubblico e ad entrare nella Storia.

François Truffaut

Francois Truffaut di questo film che adorava diede la spiegazione migliore, che le racchiude tutte! “Il film è fatto talmente bene che può indurre il pubblico a fare qualcosa che ormai non fa più – urlare verso i personaggi, nella speranza di salvarli dal destino che è stato astutamente lasciato intuire li stia attendendo. Il pubblico all’inizio teme per una ladra, poi nelle scene della pulizia della stanza del motel e dell’affondamento della macchina nella stagno teme che l’assassino non riesca a cancellare le tracce della morte della ragazza, nel finale desidera che sia catturato e costretto a confessare per conoscere il segreto della storia.

Lo spettatore suo malgrado parteggia per i colpevoli e prova pietà per quel povero Norman, che (citando la scena finale) non farebbe male nemmeno ad una mosca”.

Mauro Valentini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’eroe – Il giornalismo e il suo contrario

Cosa succede quando un piccolo giornale di provincia si trova ad affrontare un fatto di cronaca così grave come il rapimento del rampollo di una famiglia importate? Come può cambiare la vita e qual è il prezzo che si è disposti a pagare per accaparrarsi l’esclusiva. Per diventare “L’Eroe”?

Salvatore Esposito

All’esordio dietro la macchina da presa Cristiano Anania scrive e dirige una storia di ordinaria follia tutta italiana. Giorgio è un ambizioso giornalista trentenne. Il direttore del giornale decide di trasferirlo in una redazione di provincia. Proprio quando crede di aver trovato la sua nuova dimensione di vita, lo stesso direttore gli annuncia il suo licenziamento. Ma proprio in quel momento, ecco che un provvidenziale e drammatico rapimento restituirà a Giorgio il suo lavoro di corrispondente. Un corrispondente che diventerà di colpo un punto di riferimento di una comunità alla ricerca del mostro. Qualunque esso sia.

David Sassanelli

Una produzione complicata e coraggiosa e un ottimo cast mettono in scena un tema attuale e su cui riflettere, e lo fa con qualità e netto tratteggio dei protagonisti. Una provincia quasi meccanica, per citare un film che offre richiamo a questa storia, spietata e al tempo stesso innocente, in cui si inserisce e spadroneggia il nostro “Eroe” interpretato con equilibrio da Salvatore Esposito, che dopo i successi di Gomorra (La Serie) si cimenta (e supera l’ostacolo) con il grande schermo.

Anche il resto del cast seppur quasi esordiente regge l’urto di una storia a tratti disturbante, mentre ci si conceda un plauso a David Sassanelli, attore dotato e mai troppo considerato.

Un film da vedere che prepara il campo, forse, a una carriera importante di Anania, perché è proprio con il coraggio che si parte, per diventare Eroi.

Mauro Valentini

 

2001 – L’Odissea senza fine e quel pensiero immortale 

Più che un film un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia ma che anzi, sembra oggi ancora più moderna

«Siete liberi di speculare sul significato filosofico e allegorico del film – e tale speculazione è indice che esso ha fatto presa sul pubblico a un livello profondo – ma io non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire, altrimenti lo spettatore penserà di non aver colto il punto.»

Stanley Kubrick 1968 (foto Hollywood Reporter)

Era l’Aprile del 1968 e a Londra Stanley Kubrick così descriveva il suo film, preparando il pubblico di tutto il mondo ad un’esperienza inconsueta e appunto, allegorica e filosofica.

Ma i giornalisti che prendevano appunti mai si sarebbero aspettati un film come “2001 – Odissea nello spazio”, perché mai un film così era stato immaginato e realizzato. Un’opera di fantascienza? Tutt’altro, anche se il mondo immaginato prima da Arthur Clarke che lo aveva scritto e poi da Kubrick che lo mette in scena è chiaramente lontano… nel 2001 appunto. Il racconto dei racconti di un’epopea di sviluppo del genio umano e della creazione di una intelligenza artificiale sono un simbolico specchio con cui confrontarsi spietatamente.

L’Odissea di Kubrick, Omero moderno che attraverso il percorso del protagonista David, nuovo Ulisse dal nome simbolicamente biblico, confronta e si scontra con i pericoli di un’umanità che stava correndo già allora (figuriamoci ora) verso una modernità mostruosamente affascinante e pericolosa.

Una scena del film

Con un salto temporale che anche ancora oggi lascia senza fiato, l’inizio del film  trasporta l’uomo dall’alba della preistoria al futuro mostrando come l’uso dell’intelligenza negli ominidi abbia portato con un soffio breve solo migliaia di anni, nulla rispetto all’eternità dello spazio a concepire un’astronave e da lì, al medesimo problema dell’uomo dall’inizio di tutto: il potere e l’evoluzione. E la gestione del potere. Un racconto diviso in quattro parti e con due protagonisti inanimati ma assolutamente centrali: un misterioso e famosissimo monolite di pietra scura e il computer di bordo dell’astronave dal nome HAL 9000, un factotum essenziale che però è così perfetto da aver pensieri umani e per questo crudeli.

Keir Dullea è David

Tante le risposte e le mille interpretazioni date al cuore filosofico del film, ma come diceva Kubrick, ognuno trovi la sua strada. “2001 – Odissea nello spazio” è prima di tutto un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia anzi che sembra ancora più moderna oggi che all’epoca dell’uscita, forse perché su questi temi con la digitalizzazione della nostra vita siamo molto più simili al David che combatte contro HAL e purtroppo, ancora più vicini a quell’ominide che con la violenza del gesto intelligente vince contro l’avversario disarmato.

IL TRAILER ORIGINALE  del 1968

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2001-odissea-nello-spazio-il-trailer-originale-1968/301136/301767

Mauro Valentini

 

Regia di Stanley Kubrick. Un film del 1968 con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter. Titolo originale: 2001: A Space Odyssey.  USA, Gran Bretagna, durata 140 minuti

La locandina originale italiana del 1968

 

Il Vedovo compie 60 anni. Quella Milano ancora da bere tra risate e spietatezze

Un capolavoro che ha resistito alle intemperie delle evoluzioni dei costumi. Il boom economico visto da dentro, con tutto ma proprio tutto il marciume che lo contraddistinguerà negli anni successivi

Quando nel 1959 Dino Risi insieme a Rodolfo Sonego, che era lo sceneggiatore perfetto per Alberto Sordi, scrisse “ Il Vedovo” nessuno ipotizzava, neanche lui, di aver scritto un racconto quasi futurista, una fotografia con cui si cristallizzava un paese che aveva scoperto le porcherie di affaristi senza scrupoli e che non se ne sarebbe più liberata.

Alberto Nardi, romano e aspirante industriale abita in quel meraviglioso palazzo nel centro di Milano, la Torre Velasca, vista sul Duomo, appartamentino da miliardari con donne di servizio in livrea.

 

La Torre Velasca, dove vivono Alberto Nardi e sua moglie, teatro principale della commedia

 

Ma la ricca è sua moglie, Elvira Almiraghi, rampolla tuttologa e sfacciata donna di affari che è adorata dalla Milano che conta e che mal sopporta come dice anche pubblicamente questo marito definito più volte “ Cretino, megalomane, che si circonda di incapaci per sentirsi forte”. Una sventura per l’algida Elvira, dunque, una croce da portare in un’epoca dove il divorzio non era contemplato ma aggirato.

Gli affari di Alberto vanno malissimo, Elvira non vuole più aiutarlo economicamente nelle sue divertentissime imprese industriali;  quei “freni per ascensore brevetto Fritzmayer!” fanno cilecca, ma la fortuna sembra arridere al pusillanime pseudo-industriale, sotto forma di un incidente ferroviario in cui sembra che la signora Almiraghi sia deceduta.

La mia Elvira non c’è più” finge di disperarsi il neo – Vedovo, ma in realtà sta già facendo i conti su come spendere l’immenso patrimonio che erediterà, chi lo disprezzava lo comincia a temere e mentre si organizza un funerale in stile Hollywoodiano la morta ricompare, il treno caduto nel crepaccio lei lo aveva perso, non ci sarà nessun funerale e soprattutto Alberto Nardi non è più vedovo… “ Cosa fai cretinetti, parli da solo?” gli grida Elvira al marito che la vede ricomparire, disintegrando i suoi progetti di ricco ereditiero.

Da qui in poi, Nardi progetterà come uccidere la moglie, crearsi da solo un “ divorzio all’italiana”, ricostituire quello status di vedovo che la sorte gli ha tolto, in un crescendo di trovate straordinarie fino ad un epilogo sorprendente.

Alberto Sordi nella parte del “Vedovo”

Un ritratto sociologico terrificante, racchiuso in un film dalle vette di comicità sublimi, un duo quello di Alberto Sordi e Franca Valeri irresistibile, ma un ritratto di questa classe dirigente italiana marcia già dalle fondamenta, arrivista senza scrupoli e soprattutto allergica ad ogni regola.

Le amanti arriviste, che puntano alla scalata sociale, gli industriali potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo, uno stuolo di parassiti intorno al “Sciur Commendatur” tutti pronti a sfruttarne la posizione e mangiarsi le briciole di quel mondo dorato post-bellico e pre-industriale, un “modus vivendi”precursore della faunadi tirapiedi e portaborse che popola ancora oggi questo paese, un film quasi Tarantiniano per amoralità e ferocia se non fosse che Tarantino neanche era nato, tutto condito da quell’aurea di comicità con cui la nostra commedia più nobile faceva riflettere (sor)ridendo.

Dino Risi

Dino Risi iniziò da questo affresco arguto e divertentissimo un’analisi che proseguì nel 1961 con “ Una vita difficile”, “Il sorpasso” nel 62, capolavoro di cinismo e tecnica assoluto e conclusa con lo spietatissimo “ I mostri” nel 63, quattro racconti di inusitata ferocia,. in cui l’individualismo e l’arrivismo sono denunciati attraverso il sorriso amaro della farsa, con quei personaggi tutti riconoscibili progenitori degli arrivisti che ancora oggi popolano le nostre miserie.

Una Milano ancora da bere e che qualcuno ha cercato (ed è riuscito poi) a mangiare, in un turbine di affarismo sfrenato e senza regole che ha deturpato il sogno post bellico del Bel Paese.

Soprattutto, questo film più degli altri è stato un inascoltato grido di allarme dell’intellettuale Dino Risi, sottovalutato nel suo aspetto sociologico nonostante il successo clamoroso del film, forse proprio per colpa del successo. Il regista non assolve nessuno dei protagonisti e neppure delle figure meschine di contorno, sommersi dalle risate tutti, tutti condannati, al ludibrio o anche a molto di più, fino al memorabile “ Che fa marchese, spinge” con cui l’aspirante vedovo si condanna ad una fine cruenta e divertentissima per sua stessa mano.

Il Link con il film completo

Mauro Valentini