Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

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Pastorale Americana

Una riflessione da genitore

Un libro che sembra perfetto, nella porosità degli eventi narrati e nel suo rituale narrativo ruvido ed efficace. Philip Roth ha il dono, quello che ogni scrittore cerca e coltiva e per alcuni, come Roth appunto, arriva per magia da chissà quale parte della natura.

Philip Roth

Il suo è la storia del sogno tradito a stelle e strisce, delle lotte interne politiche e terroristiche che molti pensano siano vissute nella stagione soltanto europea della Baader Meinhof o delle Brigate Rosse e che invece fu anche un fenomeno americano. Una rivolta anti razzista e anti Vietnam, ma non solo. Certamente questo è il cuore del libro, il crogiolo della famiglia statunitense che si inceppa, si distrugge in mille pezzi proprio a fronte del conflitto generazionale e politico tra chi è uscito dalla guerra da vincitore e i loro figli che mettono in discussione tutto il modello. E lo stile.

Ed ecco appunto il… punto da cui ripartire per rileggere quel libro. Il confronto e lo scontro genitori-figli. Uno scontro sempre acuto e politicamente quasi necessario, ove per politica si possa intendere in senso più ampio stili di vita, costumi e libertà individuali.

Ma quello che più mi ha lasciato il segno nella rilettura coltivata come occasione dopo la visione del film omonimo diretto da Ewan McGregor, è stato proprio questo: Il dramma di un padre che cerca disperatamente di salvare sua figlia dal gorgo senza fine della clandestinità. E non per mera convinzione politica, ma per amore. Per amore incondizionato. Per amore assoluto.

Una condanna a cui la mamma Dawn non si consegna ma che invece investe fino alla distruzione della sua essenza “Lo Svedese”, il padre, il ricco borghese invidiato e amato da tutti, che porterà addosso quella croce fino alle estreme conseguenze.

È giusto? È naturale? Non ho una risposta per me, figuriamoci per gli altri, ma mi resta l’amaro e il dolce di quelle pagine e di quelle scene così ben recitate dallo stesso McGregor, da Jennifer Connelly e da Dakota Fanning nel film che ritengo sia fedelissimo alle pagine di Roth, non tanto nella tensione del romanzo in sé, quanto proprio nel raccontare un padre, una madre e una figlia colti nell’avventura di vivere come in un’istantanea lunga una vita.

Mauro Valentini

 

 

«Cercherò sempre mia sorella Mirella»

37 anni di assenza. Maria Antonietta Gregori vuole la verità

Era il 7 maggio del 1983. Una citofonata. E Mirella scende di casa per sparire. Sono passati 37 anni e le domande sono sempre quelle. Quelle domande a cui nessuno per pochezza investigativa, per supponenza e presunzione  ha mai risposto. E che ancora risuonano nel vuoto di quel portone da cui Mirella esce quel pomeriggio per non tornare più.

Il primo articolo che parla della scomparsa di Mirella

Perché non si è cercata subito Mirella?
Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria?
Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di Vittoria, la mamma di Mirella Gregori che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse “l’Affaire Orlandi” non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni di quell’Alessandro che Mirella dice esser al citofono in quei momenti che precedono la scomparsa e dei pochi amici che Mirella aveva?
Gli alibi di quella misera manciata di nomi che potevano carpire la fiducia di Mirella e gettarla in una trappola?

Dopo 37 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascia mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Vuole la verità. Vogliamo tutti che chi ha commesso questo orrore paghi una volta per tutte. E vogliamo che chi è a conoscenza del tragico destino di Mirella parli. Finalmente.

Abbiamo girato insieme l’Italia io e Maria Antonietta, portando la sua testimonianza e il mio libro a un pubblico sempre più grande. Sempre attento e partecipe: «Lo devo a mia sorella. E ai miei genitori che finché hanno avuto forza l’hanno cercata come il primo giorno. Come quel 7 maggio 1983. E non mi fermerò mai.»

Maria Antonietta Gregori

Ci sono tra i fascicoli archiviati in Procura molte pagine mai analizzate dagli inquirenti. In quelle pagine, siamo convinti, c’è il tassello mancante che potrebbe portare alla verità.

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?» Questo diceva Maria Antonietta un anno fa. Questo ripete ancora oggi.

La verità. Nient’altro che la verità. Lo dobbiamo a Mirella e lo dobbiamo anche ai tanti volti senza nome che mancano da anni alle loro famiglie.

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro:
Mirella Gregori. Cronaca di una scomparsa

La copertina del libro Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa

 

Riascoltando Cosa succederà alla ragazza

La rivincita poetica di Lucio Battisti contro i pregiudizi

Era il 1992, eravamo ormai lontani 12 anni dalla separazione molto travagliata con il Maestro Mogol. Lucio era, alla soglia dei 50 anni, uno sperimentatore musicale dissolto nella nebbia di Londra, delle Alpi svizzere e di Milano, lontano eppure così vicino.
E in quei 12 anni si era disgregato e ricomposto in altre forme, partendo da quella boutade che fu Eh Già , scritto con la spigolosa compagna di una vita: Grazia Letizia Veronese, per poi legarsi al paroliere più originale del panorama musicale italiano: Pasquale Panella. Con Panella scriverà il meraviglioso Don Giovanni iniziando quel percorso ermetico e spiazzante che poi proseguirà con il “Quartetto dei White Album” di cui C.S.A.R. è il terzo della serie.
Un disco che sembra l’esatto anello di congiunzione tra L’Apparenza , La Sposa Occidentale e l’ultimo Hegel ma che al contrario, sembra vivere di vita propria, condividendo con gli altri tre album dalle copertine bianche solo alcuni suoni campionati.
Sì perché a riascoltarlo ora a quasi vent’anni di distanza, le sue parole concordate con il paroliere, ma anche certe musicalità nuove, ci restituiscono questo disco nei “pezzi unici” della sua carriera interrotta da un destino maledetto pochi anni dopo.

E così Lucio nel 1991 si chiude nello studio di San West a Londra insieme a Greg Walsh, che gli aveva curato il suono fin dai tempi di Una donna per amico e con l’essenzialità dell’elettronica si circonda di soli 3 musicisti: Andy Duncan alla batteria, il tastierista Lyndon Connah dei Level 42 e il chitarrista Philip “Spike” Edney, conosciuto anche come «il quinto Queen» perché nei concerti della band britannica suonava spesso le tastiere.

Ma più che il suono essenziale che avvolge e riempie con un delicato Elettro Pop, è la voce di Lucio che regala quella inconsapevole ultima emozione, così pulita, delicata e che rimanda alle meraviglie di 25 anni prima, con quel suo falsetto che sembra uscire da uno strumento tanto è pervaso di purezza. E le melodie, quelle sono sempre perfette, la sua capacità di compositore non viene scalfita dal computer e dal campionatore; le note si rincorrono e ricorrono nell’anima di chi lo ha sempre amato, con addirittura qualche variazione Funky come ne “I sacchi della posta”.

Ma anche tanti virtuosismi letterari, in un disco che lega le canzoni quasi a un destino da Concept Album, e che impreziosiscono di delizia l’ascolto, come il richiamo al “Rinoceronte” di Ionesco e al suo teatro dell’assurdo, o alla metafora della vita che corre più che scorrere in “La metro eccetera” dove la poesia arriva pura e quasi improvvisa:
“Si fa la trigonometria nei finestrini corrispondenti agli occhi alessandrini, Di lei che guarda fissa un suo sussulto fuso nel vetro. Che le ricorda tanto un suo sussulto”.

E poi la rivoluzionaria canzone che da il titolo all’album: Cosa succede alla ragazza, più che un titolo una domanda posta a tutti e che appare come un manifesto contro lo svilimento della figura femminile; una accusa contro tutti i machismi e maschilismi che paradossalmente e ingiustamente gli erano stati etichettati dalla furia ideologica degli anni del dopo 1968, per canzoni come La Canzone della terra o Insieme a te sto bene.

Lucio Battisti

Questo non fu quindi un disco ermetico. Tutt’altro. Forse si coglie al secondo ascolto il messaggio o il senso delle sue parole ma sono parole chiarissime. “Sono sempre io!” ci grida Lucio, e a chi lo ha amato e lo ama ancora sembra ancor più esplicitarlo, qualora qualcuno non lo avesse capito, con chiarezza, specie quando nel finale della canzone chiave del disco canta, riferendosi simbolicamente alla sua musica trasposta in una figura femminile: E per lei, qualche atleta contenzioso si è battuto, smantellato da solo. Crollando coi talenti e i gusti intatti.
Sono io quella ragazza. Infatti è lei”

È vero Lucio, era la tua musica quella ragazza. Eternamente viva.

Mauro Valentini

L’album completo: https://www.youtube.com/watch?v=Zr1rCovVzGo

 

 

 

Marco Vannini – La Cassazione punta il dito su Martina

Depositate le motivazioni della Suprema Corte. Ed ora la verità!

Depositate oggi le motivazioni della sentenza con cui la Suprema Corte di Cassazione ha deciso che quei due processi che hanno indignato l’opinione pubblica e umiliato Marco e la sua famiglia andavano cancellati.

E dalle prime indiscrezioni comparse nelle più importanti agenzie di stampa, potrebbe esser molto diverso l’iter giudiziario della famiglia Ciontoli.

Su AGI (www.agi.it) infatti si legge: Marco Vannini “rimasto ferito in conseguenza di quello che si è ritenuto un anomalo incidente”, osserva la Suprema Corte, “restò affidato alle cure di Antonio Ciontoli e dei di lui familiari”: tutti, si legge nella sentenza, “presero parte alla gestione delle conseguenze dell’incidente: si informarono su quanto accaduto, recuperarono la pistola e provvidero a riporla in un luogo sicuro, rinvennero il bossolo, eliminarono le macchie di sangue con strofinacci e successivamente composero una prima volta il numero telefonico di chiamata dei soccorsi”. Questa sequenza di azioni “rende chiaro”, osservano i giudici di piazza Cavour, che “Antonio Ciontoli e i suoi familiari assunsero volontariamente, rispetto a Marco Vannini, rimasto ferito nella loro abitazione, un dovere di protezione e quindi un obbligo di impedire conseguenze dannose per i suoi beni, anzitutto la vita”.

Gli imputati di nuovo a processo

Ma non è tutto. Perché in un altro passaggio, sempre secondo AGI, tutto sembra concentrarsi sul comportamento di Martina, la fidanzata di Marco all’epoca dei fatti. Su di lei i giudici sembrano puntare il dito: “Si coglie anche più della reticenza” nel comportamento di Martina Ciontoli in relazione a un punto che emerge dalla ricostruzione investigativa sull’omicidio del suo fidanzato Marco Vannini. Infatti:  “All’infermiera”, le cui dichiarazioni “sono state confermate da quelle dell’autista” dell’ambulanza, “una ragazza bionda, poi riconosciuta in Martina Ciontoli, non appena ella giunse presso l’abitazione della famiglia Ciontoli, disse di non sapere cosa fosse successo, perché lei non era stata presente”

Ma non basta:  “In ogni caso, presente o meno che fu al momento dello sparo, è certo che accorse subito sul luogo” e che quindi “ebbe sul fatto le stesse informazioni degli altri suoi familiari”.

Sempre secondo le prime indiscrezioni, è proprio l’elemento di reticenza che ha colpito la Cassazione, e che riguarderebbe anche il comportamento di Maria Pezzillo, moglie di Antonio Ciontoli e madre di Martina, e di suo figlio Federico Ciontoli: “entrambi, al momento della prima telefonata al 118, “erano portatori di un sapere” perché “avevano appreso della versione del colpo a salve e, vera o falsa che fosse, non la riferirono benché richiesti”.

La reticenza dunque, quella avrebbe ucciso Marco, non solo quel colpo di pistola sparato chissà perché.

Mauro Valentini

In ricordo di Niki Lauda – Il mio racconto di RUSH

Ron Howard racconta il mito della Formula 1

Ero presente alla presentazione in prima mondiale di RUSH. 

E Ron Howard così sintetizzò in conferenza stampa la sua visione dell’eroe; sia esso un astronauta, un famoso matematico o un grande pilota di Formula 1, quello che più nel suo cinema risulta vincente è questo legame che il pubblico scopre con i personaggi, le loro debolezze e la loro “normalità” al servizio dell’eccesso e del successo.

Nei miei film racconto uomini che si trovano in situazioni particolari da esser considerati degli eroi. E attraverso le loro vite che gli spettatori scoprono i loro lati umani e si riconoscono con essi

Locandina del film

Rush” è proprio questo, il racconto di quei sei anni di vita di due straordinari piloti come James Hunt e Niki Lauda che si contesero nelle loro monoposto un primato che era molto di più di un campionato del mondo, appassionando tra commedia e tragedia non solo gli appassionati di motori ma il mondo intero.

Così diversi questi due campioni, l’Inglese Hunt, bello ed eccessivo, a contendersi la pole position a Lauda, austriaco glaciale e pragmatico, in quel fatidico campionato del 1976, da dove il film parte e arriva.

Una storia in cui i due protagonisti si sfiorano con le loro ruote a trecento all’ora, rivali anche fuori dalla pista, in un gioco di contrapposizioni che subito appassiona e rapisce.

Il contrasto tra l’eroe inglese che vive come una rockstar e l’austriaco cosi sicuro di se da pretendere di dettar legge (e di vincere) nell’officina della scuderia più famosa al mondo sono il “motore” narrativo di Howard, che confeziona un film bellissimo rimanendo in perfetto equilibrio tra racconto sportivo e avvincenti storie di amori e passioni.

Tutto è curato in maniera straordinaria dal regista, coadiuvato da uno sceneggiatore come Peter Morgan, un artista quando si tratta di narrare la cronaca esaltandone l’enfasi, come fu per il meraviglioso “The Queen” per esempio; Morgan ha curato ogni dettaglio insieme a Howard, hanno ascoltato tutto quello che Niki Lauda poteva ricordare di quell’incredibile periodo, arricchendo la sceneggiatura di aneddoti e notizie su James Hunt che nel frattempo è morto di eccessi come amava vivere.

Niki Lauda e James Hunt in una foto del 1979

E poi un tecnicismo cinematografico straordinario, con una fotografia e un colore che richiamano i film dell’epoca, la cinepresa montata sui caschi dei piloti per portare lo spettatore “dentro” la monoposto, una ricostruzione da collezionisti di quei bolidi folli e pericolosissimi e di tutto il contorno che costituiva “la scenografia” degli autodromi,dalle auto alle pubblicità dell’epoca finanche agli ombrellini delle hostess che proteggevano i piloti.

Raccontare di più della trama seppur già scritta nella storia dello sport sarebbe svelare a chi non lo conosce un epilogo emozionante di questo film che corre su un “circuito” fatto di curve e di passioni, di vittorie sotto la bandiera a scacchi e di sconfitte nella vita.

Curato dunque ogni dettaglio scenico e storico, quello che Ron Howard riesce a trasporre però è la contraddizione dell’uomo e dell’eroe che si cela in esso, le rinunce e le sconfitte in cui la vita ti fa inciampare mentre stai puntando il successo, ed è in questo continuo rincorrersi e disprezzarsi che i due protagonisti si ritroveranno imparando a sorridere degli eccessi dell’altro.

Il cast è magnifico, Chris Hemsworth è un Hunt perfetto, bello ribelle e inaccessibile nei pensieri più profondi, una prova che lo sdoganerà speriamo per lui da un certo cinema alla Marvel, mentre Daniel Bruhl ha dovuto trasfigurarsi nel vero senso della parola in Lauda, con un trucco incredibilmente realista e spietato ( chi ha potuto conoscere il vero Lauda rimarrà stupito) pur ritagliandosi una grande prova d’attore, che emerge dentro quella “copia perfetta” del volto del famoso pilota.

Bene Alexandra Maria Lara nel ruolo della “Frau Lauda”, altera e dignitosamente forte anche davanti a momenti difficili, molto bene il nostro Pier Francesco Favino, nella parte di un Clay Regazzoni sornione e intenso, che in una pausa della conferenza stampa ci dice che“ Quando sei diretto da uomo come Ron Howard beh, ogni cosa, anche quella che ti appare come difficile di colpo diventa facile, naturale

La colonna sonora di Hans Zimmer è superba, tra incalzanti melodie che quasi “rombano” insieme alla storia intervallata da una playling list da far sobbalzare di gioia anche il più sofisticato degli amanti del rock anni 70.

Un grande film dunque, una lezione di stile, di scrittura e ripresa, un capolavoro che si consegna alla storia del Cinema di sempre.

TRAILER UFFICIALE

Mauro Valentini

Mirella Gregori. Vogliamo la verità

36 anni di attese, indagini mai iniziate e truffatori della peggior specie

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?»

Quando ho iniziato il percorso del ricordo insieme ad Antonietta, la sorella di Mirella, quasi un anno fa, questa è stata la frase che mi ha colpito di più, la prima di un diluvio di ricordi e di notizie, di atti   d’indagine (pochi) e di mancanze investigative (troppe).

Tutto quello che ci siamo detti e tutto quello che abbiamo scoperto lo abbiamo trasformato in un libro, in una cronaca piena di dolore, è vero, ma anche di tanto amore per Mirella, per Paolo e per Vittoria, per quella famiglia che era e che da quel 7 maggio non è più stata.

 

Mirella pochi giorni prima di scomparire

Perché non si è cercata subito Mirella? Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria? Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di mamma Vittoria, che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse l’Affaire Orlandi non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni dei pochi amici che Mirella aveva, dei pochissimi che potevano permettersi di chiamarla sotto casa e farla scendere? Di quella manciata di nomi che enunciati al citofono potevano indurla a cadere nella trappola?

Dopo 36 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascerà mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Ed io con lei. Vogliamo la verità. Chi ha commesso questo orrore deve sapere che prima o poi arriveremo da lui. E che un atto di coscienza, un atto di clemenza verso chi ha amato Mirella, seppur tardivo, sarebbe doveroso. Ora!

Antonietta Gregori

Questo libro, questo articolo è dedicato ad Antonietta, perché è lei che con orgoglio ha portato e porta ancora addosso lo sguardo di Mirella, una ragazza come tante, con mille sogni interrotti un pomeriggio di maggio del 1983 per mano di chi ha commesso non un reato ma un sacrilegio. Che non può rimanere impunito.

Cara Mirella, questa è una promessa: Antonietta e con lei noi di Penelope, non ci fermeremo mai.

Come scrive nella postfazione del libro il nostro Presidente Antonio Maria La Scala:

«Questi fascicoli vanno riaperti, e vanno riaperti i sarcofaghi prima che sia troppo tardi. Perché non si possono lasciare nell’oblio migliaia di famiglie. Chi dimentica cancella, e noi non dimentichiamo!»

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro: Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa (Sovera)

Stanlio & Ollio 

L’amicizia è per sempre

Portare al cinema una coppia mitica del cinema è cosa ardua. I Bio-Pic come vengono chiamati i film biografici sono sempre un rischio, specialmente per chi interpreta personaggi che sono nel cuore e nella mente del pubblico che li ha amati.

Locandina del film originale

E proprio l’amore che Stan Laurel & Oliver Hardy avevano per il loro lavoro è il punto focale di questo film diretto da Jon S.Baird, in una narrazione che parte con un flash back del 1937, all’apice del successo, per poi saltare e svilupparsi a quella che fu la loro ultima tournee teatrale nel Regno Unito vent’anni dopo.

Quelle scene comiche dei film riprodotte a teatro per un pubblico spesso distratto dalla mopdernità post bellica spiazzano e disorientano i due artisti che, proprio in questo percorso da Newcastle fino a Dublino passando per Londra, faranno i conti con il loro passato e la loro grande, meravigliosa amicizia.

In questo film da non perdere i due attori: Steve Coogan nel ruolo di Stan, e John C. Reilly in quello di Ollie, sono semplicemente perfetti.

Laurel & Hardy

I doppi di un duo che è nell’Olimpo del cinema di tutti i tempi.

Stan Laurel sopravvisse al suo tenero amico Hardy otto anni (Ollie morì nel 1957, Stan nel 1965). E Stan per tutti gli ultimi otto anni continuò a scrivere scenette e battute per Oliver, rimanendo, loro che erano degli amanti delle donne, una coppia oltre la professione, una storia di amicizia e di vita tra due persone così diverse in tutto, ma capaci di sorprendere e far ridere con eleganza.

IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM

Trailer Stanlio & Ollio

Mauro Valentini

 

 

 

Marco Vannini e quel “colpo d’aria” che ha indignato l’Italia

Un Giorno in Pretura racconta il processo contro la famiglia Ciontoli

Atteso e molto criticato già nella presentazione, è iniziato il nuovo percorso della trasmissione di servizio di Rai Tre che analizza i casi di cronaca nera del paese attraverso la cronaca dentro le aule dei tribunali.

31 anni di trasmissioni, e tanti, tantissimi elogi per la conduttrice e autrice Roberta Petrelluzzi, sempre attenta a rimanere in equilibrio tra narrazione e obiettività.

Foto Rai Tre

Io personalmente ricordavo finora (perché me ne occupai anni fa per il mio libro Cianuro a San Lorenzo)  soltanto una concessione da parte della conduttrice a tale rigore quando, commentando la sentenza che assolveva Daniela Stuto dall’accusa di esser stata l’assassina di Francesca Moretti, si lasciò sfuggire un augurio sincero alla ragazza assolta e una vicinanza che sorprese tutti. Altrimenti, sempre equilibrio narrativo, lasciando sempre parlare l’Aula di Tribunale, le vittime, gli accusati, i Giudici. Del resto è questa la missione de “Un Giorno in Pretura“.

Eppure… Questa stagione numero 30 è iniziata con un taglio che a molti è apparso di rottura con il passato. Sigla nuova, studio nuovo e con una sensazione di grandezza immotivata per una sola persona seduta alla scrivania, e poi soprattutto la prima serata della domenica su Rai Tre, con un numero medio di ascolti di circa un milione e mezzo contro i 600mila circa del dopo mezzanotte (fonti dati auditel).

Rottura soprattutto, ed è questo che ha spiazzato e indignato i fedelissimi telespettatori, anche nel coinvolgimento verso gli attori della storia che è stata raccontata nella prima puntata: il Caso Vannini.

Innanzitutto iniziando dal titolo: Il caso Ciontoli. Strana scelta, forse corretta in punta di logica giuridica, ma certo scelta di “rottura” nei confronti della stampa nazionale e dei programmi televisivi che hanno preso coscienza dell’enorme ingiustizia perpetrata alla famiglia di Marco. Una scelta direi non compresa dall’opinione pubblica che infatti si è scatenata sui social e ai centralini della Rai.

Io vi propongo due elementi tratti da Facebook, uno della Petrelluzzi in persona che il 26 aprile così scriveva con una sorta di lettera aperta a Martina Ciontoli e poi la risposta sulla pagina a Marco dedicata da parte del cugino di Marco, Alessandro.

Li pubblico lasciando stavolta a Voi il commento. Che potete scrivere qui sotto.

 

Mauro Valentini

 

Italia addio, non tornerò

Siamo un popolo di emigranti. Nostro malgrado

Sarà trasmesso in prima TV il primo maggio da FOCUS (canale 35 d.t.) il canale tematico di Mediaset, il docufilm “Italia addio, non tornerò”. Un film realizzato dalla Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione italiana (da un’idea di Marinella Mazzanti) e a cura della reporter Barbara Pavarotti.

Un viaggio, quello di Barbara, che attraversa i luoghi più “abitati” dai nostri giovani e meno giovani al lavoro per il mondo e che analizza con eleganza e dettaglio i motivi che spingono gli italiani a cercar lavoro e soprattutto dignità in altri paesi e continenti.

Uno spaccato impietoso e allo stesso tempo delicato di tanti percorsi, diversi tra loro ma legati da un unico filo comune, anzi, un’unica costatazione: “in Italia non vince il migliore”. Deduzione che emerge dalle interviste raccolte e montate con grande qualità, siano esse a Londra, a Monaco, ma anche la Spagna, negli Usa, a New York e Los Angeles, o nell’Europa dell’Est, fino a Melbourne.

Il documentario potrete vederlo come detto in prima tv il Primo maggio alle 23: 15 su FOCUS e poi con le repliche: Venerdì 3 maggio: h. 15.15 – Domenica 12 maggio: h. 17:00 e Lunedì 13 maggio: h. 9.45

TRAILER UFFICIALE

https://www.youtube.com/watch?v=6IR03bSZhtM

Ho raccolto le impressione dell’autrice, ascoltandola nel percorso che l’ha portata alla realizzazione del film. E dalle parole di Barbara Pavarotti emerge tutta la passione e anche l’importanza di un mezzo, quello del docufilm, che in altri paesi è molto considerato (se si pensa ai lavori di Michael Moore pluripremiati nei Festival cinematografici) ma che in Italia è ancora prodotto di nicchia.

Barbara Pavarotti

Barbara ci spiega che: «Occuparsi degli italiani all’estero apre un mondo. C’è un’Italia fuori dall’Italia,  sono 65 milioni gli oriundi italiani sparsi in tutti i continenti, e a questi si aggiungono ogni anno circa 300.000 giovani e adulti che partono in cerca di migliori opportunità di vita o per realizzare i propri desideri.

Entrare in contatto con questo mondo porta, a noi che viviamo in un paese invecchiato, pessimista, lamentoso, una ventata di entusiasmo perché gli italiani all’estero si rimboccano le maniche, danno il meglio di sé, lavorano tanto ed eccellono in molti campi. In questo sicuramente aiutati da paesi dove vige un concetto di meritocrazia a noi sconosciuto. All’estero vedono che c’è una competizione più onesta e trasparente e non un sistema basato sull’antico vizio italico delle raccomandazioni, quello che molti di loro definiscono “mentalità mafiosa per l’accesso al mondo del lavoro”

Eppure… «Gli italiani all’estero sono ansiosi di “Italia”, vogliono rimanere in contatto e quindi ci trasmettono la loro energia. Esistono centinaia gruppi social di italiani nel mondo, in cui ci si scambia informazioni, si fa rete, ci si aiuta nei primi passi nel nuovo paese. Con la realizzazione del docufilm , ho cominciato a parlare con loro e ora, ogni volta che li sento, tramite i social, è come se anche io fossi lì, in America, in Australia, nei vari paesi europei.

Perché dunque questo film?

«C’era bisogno di un documentario che raggruppasse le loro voci e “Italia addio, non tornerò” è il primo del genere finora realizzato in Italia. I giovani sono stati felicissimi di partecipare e, alla notizia che verrà trasmesso da Mediaset il primo maggio,  si è scatenato l’entusiasmo. Tutti stanno informando parenti, amici in Italia, mi ringraziano come se il merito fosse mio. Mi scrivono: “Non l’avremmo mai immaginato, allora siamo importanti anche se tanto lontani”.

Perché a volte, oltreoceano, si sentono soli, hanno nostalgia della casa, della famiglia. Per chi sta in Europa è diverso, sono a poche ore di volo, però di fatto non c’è più il confortevole ambito familiare a proteggerli, devono cavarsela e questo li fa crescere più in fretta. Come dice Christian, 27 anni, impiegato in un’azienda di credito finanziario in Estonia: “Trasferirmi mi ha reso molto più pratico, mi ha fatto capire i problemi quotidiani: pulire la casa, visto che non me la pulisce nessuno, fare la spesa. Cose di cui un ragazzo ha bisogno per crescere”

Un messaggio sociale o politico questo?

«Questo è un monito per i nostri politici, un grido d’allarme e molti l’hanno definito “un sonoro schiaffo al sistema Italia”. Perché un paese sano non rinuncia ai propri figli così, nella generale indifferenza. Non perde, insieme ai giovani, il proprio futuro.  Un conto è partire per scelta, per vivere nuove avventure e conoscere altri mondi, un conto perché in Italia ti hanno sbattuto tutte le porte in faccia e il lavoro è una questua, un’elemosina gentilmente concessa.  I protagonisti del docufilm lo dicono: “In Italia per me non c’era nulla, solo lavoretti precari, avevo perso la fiducia, la speranza. Impensabile fare la carriera che mi sono costruito qui”.  E di questa situazione sono colpevoli tutti, politici e non. E’ colpevole anche la generazione che li ha preceduti, perché non si è resa conto di cosa stava accadendo. E ora che la sconfitta italiana è evidente, ora che le famiglie vivono sulla propria pelle il dramma dei giovani che non trovano lavoro, tutti lì a battersi il petto e a chiedersi come fare.»

Hai la sensazione che sia un momento, e che questi ragazzi torneranno?

«Intanto questi giovani non tornano e non vogliono tornare, se non in vacanza. Hanno l’Italia nel cuore, ma restano dove sono. L’Italia è chiusa, provinciale, stretta, immobile. Anche questa è una sconfitta. E dovrebbe fare molto riflettere il fatto che il nostro paese sia considerato così dai nostri giovani internazionalizzati.

La speranza è che “Italia addio, non tornerò”  possa suscitare la sufficiente indignazione affinché  il tema dell’emigrazione italiana degli anni 2000, tornata ai livelli del dopoguerra,  sia preso seriamente in considerazione. Non solo come un fenomeno positivo, di mobilità, come è stato fatto finora. Troppo facile dire: siamo cittadini del mondo e con questo non fare assolutamente nulla in Italia per creare le giuste condizioni di lavoro per le nuove generazioni. Anzi, deprezzandolo questo lavoro, con stipendi sempre più bassi, precarietà diffusa e sfruttamento. La speranza è anche e soprattutto che questo docufilm possa contribuire a sancire un principio troppo spesso negato, in Italia e in tante altre parti del mondo: liberi di partire, ma anche liberi di restare e di tornare

Intervista a Barbara Pavarotti raccolta da Mauro Valentini

 

 

Silvia Romano – Perché abbiamo atteso cinque mesi?

Solo ora i nostri Carabinieri in Kenya. Sperando non sia troppo tardi

Era il 20 novembre 2018 quando dal Kenya arrivò la notizia del rapimento di Silvia.

Milanese, 23 anni, Silvia Romano, che trovava in Africa come volontaria della piccola organizzazione Africa Milele Onlus. È stata rapita nel villaggio Chakama, della Contea di Kalifi.

Un luogo sperduto eppure pare molto noto alle organizzazioni criminali locali.
Nei primi giorni dal rapimento dal Kenya arrivano rassicurazioni al nostro governo e il ritrovamento sembra cosa facile. Grandi novità in vista, ostentazione di forza da parte della polizia locale, decine di arresti… tanti arresti. Troppi per esser un buon segnale però. Infatti, da quel momento in poi più niente. Le notizie si fanno sempre più rare, fino quasi a scomparire del tutto.

Pensavamo si stesse lavorando sottotraccia, con un silenzio stampa propedeutico a una soluzione e invece scopriamo che ora, dopo cinque mesi dal rapimento, il nostro comando dei Carabinieri dei ROS ha richiesto invano il fascicolo. Cosa stavamo aspettando e perché il PM incaricato Sergio Colaiocco ha solo da pochi giorni chiesto con rogatoria internazionale di procedere all’acquisizione del fascicolo, immaginiamo quanto ricco, da parte delle autorità locali.

Silvia (foto de Il giornale dei navigli)

E solo il 10 aprile, il fascicolo è arrivato in mano al comandante del reparto operativo dei Carabinieri Pasquale Angelosanto, quindi da ora partirà l’intervento ufficiale dei nostri specialisti che potranno andare sul posto a cercare la povera Silvia.

Il capo della polizia di Nairobi afferma con sicurezza che è viva. Bene, bravo. Ci dice che Silvia si sia ferita. Sembra che ci sia il serio rischio che possa esser stata venduta a qualche altra organizzazione criminale somala, ma appunto si pensa, sembra…

Perché abbiamo lasciato lavorare la polizia locale e questi sono i risultati. Cinque mesi buttati. Sperando siano stati i più lievi possibili per Silvia.

Inizia una nuova partita contro chi la tiene nascosta ora. Ci penserà la nostra intelligence, sperando non si sia perso tempo decisivo. Perché ritengo davvero improbabile che un rapimento a scopo di estorsione si congeli per cinque mesi senza una proposta o una rivendicazione. Dalla Farnesina sembrano ottimisti, ma la logica porterebbe a pensieri tutt’altro che positivi.

La domanda rimane sempre la stessa: perché abbiamo atteso cinque mesi per partire?

Mauro Valentini