Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Via Poma: 29 anni dopo – Il ricordo di Igor Patruno

Ricevo e volentieri pubblico il pensiero di chi più di altri ha studiato a fondo la triste vicenda di Simonetta Cesaroni

Lui è Igor Patruno, grande giornalista e scrittore. Qualche anno fa ha pubblicato il libro che secondo me è il più completo riguardo questo avvenimento che ha sconvolto il paese: “La ragazza con l’ombrellino rosa” (Edizioni Ponte Sisto). Ecco la sua riflessione riguardo al destino di Simonetta:

Lo scrittore Igor Patruno

Oggi sono ventinove anni dalla morte assurda di Simonetta Cesaroni, la ragazza di periferia uccisa in un palazzo della Roma “bene”.
E in questi ventinove anni l’identità dell’assassino è rimasta inviolata!
Alcuni dei personaggi coinvolti nelle inchieste se ne sono andati, portando nel silenzio assoluto della morte reticenze e omissioni.
Se n’è andato Ermanno Bizzocchi, socio insieme a Volponi, della Reli sas dove la vittima lavorava (in “nero” come è stato stabilito da una sentenza).

Se n’è andato Cesare Valle, l’architetto che abitava ai piani alti della Palazzina B di via Carlo Poma, 2.  
Se n’è andato Pierino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida in mare, in circostanze quanto meno sconcertanti; se n’è andato per cause naturali Salvatore Sibilia, impiegato dell’associazione degli Ostelli (AIAG) e marito di Anita Baldi, che dell’associazione dove Simonetta si recava per lavoro, da circa un mese due volte a settimana, era all’epoca dirigente amministrativo.
Se n’è andato Francesco Caracciolo di Sarno, discusso presidente regionale degli Ostelli, allontanato qualche tempo dopo l’omicidio dalla dirigenza nazionale (come risulta dagli atti dell’inchiesta) per una sospetta gestione di fondi pubblici!
Scomparsi nelle pieghe del tempo altri personaggi che all’epoca fecero parlare molto di sé stessi, primo tra tutti quel tal Roland Voller, ufficialmente commerciante d’auto austriaco, quasi certamente informatore della Polizia, che “suggerì” agli inquirenti la pista Federico Valle (nipote dell’architetto Valle).
Scomparsi anche i due massimi dirigenti della Polizia di Stato, quel Vincenzo Parisi che fece molte pressioni sui suoi sottoposti affinché risolvessero il caso, e quel Umberto Improta che sul finire del 1990 apparve in televisione per chiedere a l’assassino di consegnarsi alla giustizia (perché – disse – ormai sappiamo chi sei).
Scomparso infine il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, che per la verità ha lottato fino alla fine, talvolta sostituendosi agli inquirenti (come quando, di fronte all’assurda mancanza di foto ufficiali della stanza dove la figlia aveva lavorato quel 7 agosto del 1990, andò con il fido avvocato Lucio Molinaro in via Poma e della stanza fece uno schizzo a penna su un foglio a quadretti).
Nonostante i tanti scomparsi io credo che il responsabile del delitto sia ancora in vita! Assicurarlo alla giustizia è – in una società civile – un atto doveroso.
Di lui sappiamo che aveva quasi certamente sangue di gruppo A, che uccidendo si è ferito (o ha avuto comunque una perdita di sangue per epistassi), che ha avuto una ragione, o meglio una occasione, per trovarsi a via Poma e che conosceva la vittima!

La copertina del libro di Patruno

Ho seguito il delitto di via Poma dal 1990.
Ricordo bene quei giorni di agosto, così lontani nel tempo.
Molti anni dopo, mentre ero alle prese con il manoscritto di La ragazza con l’ombrellino rosa, Gianni Borgna, che abitava poco distante dal luogo dell’omicidio, mi raccontò che nel pomeriggio del 7 agosto si era recato al mare, ad Ostia, e che, facendo il bagno, aveva notato su Roma, una lugubre coltre di nubi. Il mattino successivo apprese dell’omicidio leggendo il giornale.
Quando i quotidiani pubblicarono le foto di Simonetta Cesaroni (foto trovate dagli inquirenti nella sua borsetta, insieme a quattro strisce di negativi) si propagò un vero e proprio effetto estraniante.
Provate a pensarci. Le immagini di una bella e giovane ragazza in costume, nel mentre l’estate è al suo apice temporale, suggeriscono situazioni rassicuranti, addirittura piacevoli, poi leggendo i titoli che accompagnano le fotografie tutte le percezioni mutano in un istante. L’alito della morte raggela l’anima.
Da quel momento il delitto di via Poma è divenuto mediatico (o meglio, ha iniziato a divenirlo). E nella mediaticità la figura della vittima – Simonetta Cesaroni – è lentamente impallidita, sopraffatta dalle ipotesi, dai particolari raccapriccianti, dagli sviluppi delle indagini, dai fallimenti delle indagini, dalle tante riaperture delle indagini, dai processi, dalle perizie, dalle superperizie…


Anche per questo, nei miei interventi pubblici, ho spesso cercato di ricordare la figura di questa ragazza, nel pieno della giovinezza, forse delusa dal comportamento del suo fidanzato, forse preoccupata per la precarietà del suo lavoro, ma affamata di vita.
Anche per questo, pur avendo scritto un libro che ha avuto un incredibile successo e che a distanza di dieci anni (è uscito nel 2009) continua ad essere ristampato e venduto, mi sono spesso tenuto in disparte, prediligendo solo quegli incontri, quegli inviti (come ad esempio quello a Chi l’ha visto? e Storie) dove fosse possibile approfondire con il rispetto dovuto ad una giovane vita spezzata, cancellata dal tempo per chissà quale assurdo movente.
Igor Patruno

 

Bar Toletti e Bar Toletti 2, ovvero: Quello che non vi ho detto

Parole in libertà e riflessioni del più grande giornalista (non solo) sportivo italiano

Due volumi che si leggono in sol fiato. Un percorso, quello dei due Bar Toletti, che avvolge e affascina per l’epicità delle gesta sportive (e non solo). Due volumi, questi, editi da Minerva Edizioni, che raccolgono i pensieri del più grande giornalista sportivo italiano.

Bar Toletti

Marino Bartoletti ha riunito infatti le sue preziose riflessioni che ha pubblicato in due anni di social network, riflessioni che hanno costruito un “diario” di viaggio e della mente, ricco di incontri, aneddoti e ricordi straordinari. La dimostrazione perfetta di come Facebook abbia una potenzialità culturale e di condivisione che in molti sottovalutano. Già perché Marino da quello scranno virtuale che diventa grazie a lui reale, umano e quindi tutt’altro che digitale, ci racconta emozioni non soltanto sportive ma anche televisive e musicali. La sua passione, lo si percepisce pagina dopo pagina mentre si divorano parole, non è infatti soltanto legata alle gesta eroiche dello sport, ma anche per lo dello spettacolo, formando un perfetto cocktail dolce/amaro da consumare al “bancone” di questo “Bar” da cui non usciresti mai.

Tra i tanti ricordi dolci e struggenti due ne segnalo: quello rivolto a Agostino Di Bartolomei (con un retroscena sconosciuto) e quello a Fabrizio Frizzi.

Bar Toletti 2

Due libri dunque belli e preziosi; Marino è il nostro custode delle emozioni, testimone garbato e colto del nostro tempo, perché chi sa narrare, anche e soprattutto attraverso lo sport e lo spettacolo, può riuscire a raccontare un paese inafferrabile come il nostro. Per ricordarci come eravamo. E come dovremmo tornare ad essere.

Bar Toletti – Così ho sfidato Facebook & Bar Toletti 2 – Così ho digerito Facebook

(Edizioni Minerva)

Mauro Valentini

Antonella Di Veroli – 25 anni fa Il caso della donna nell’armadio

Nel mio libro, tutto gli errori nelle indagini.  Un solo sospettato, un caso semplice eppure rimasto insoluto

Antonella Di Veroli vive sola, praticamente da sempre. Ha 47 anni e da poco ha acquistato un appartamento a Talenti, un quartiere tra i più “in” di Roma dove liberi professionisti e la nuova borghesia romana si sono insediata da anni qui, in questa collina a due passi da Villa Torlonia. Antonell

Via Domenico Oliva 8 quel giorno

a è una donna sola. Non ha tanti amici, non ha un marito e a 47 anni non ha neanche un fidanzato. Ne ha avuti due negli ultimi anni, ma avevano un difetto. Erano sposati e non avevano intenzione di lasciare la moglie.

Quella seconda domenica di aprile del 1994, Antonella la trascorre fuori Roma in casa di amici. Le hanno anche proposto di rimanere a cena tanto che fretta c’era di tornare a casa ma lei aveva declinato l’invito: «ho un impegno» si era lasciata sfuggire e chi la ospitava sapeva che di più non avrebbe detto. Donna riservata, fin troppo.

Antonella quella sera torna a Roma alle 20:30, mette la macchina in garage, percorre quei 40 passi che la separano dal portone di casa immergendosi in un gorgo che rimarrà un mistero.

Sappiamo solo che si strucca, si mette in pigiama, sistema sul tavolo del salone dei documenti di lavoro perché Antonella è una commercialista e l’indomani deve sbrigare alcune pratiche. Alle 22:45 fa una telefonata ad una amica e una alla mamma. E poi?

Il giorno dopo, nessuno la sente e la vede. Al lavoro non si presenta. La chiamano a casa ma c’è soltanto la segreteria telefonica. Qualcosa non torna: «deve esserle accaduto qualcosa» dice subito la mamma, che allerta le due sorelle di Antonella che corrono in quell’appartamento nel primo pomeriggio, si fanno aprire da Ninive, la vicina di casa che ha le chiavi e che aiuta Antonella nelle faccende di casa, una donna che le colora con la sua compagnia un poco la vita. Ma la casa è vuota, la luce è accesa e i vestiti ordinatamente riposti sulla sedia accanto al letto. Antonella, non c’è. Arriva anche Umberto, l’ex amante e collega di lavoro da una vita. Umberto è un uomo anziano: «ormai siamo soltanto amici» dice agli amici e con Antonella ha un rapporto che dice esser solo di lavoro. Erano stati amanti fino a che Antonella aveva conosciuto Vittorio, un fotografo bello, simpatico, sposato. Si sposato anche lui. ma stavolta a lei era sembrata una storia diversa. Ci aveva creduto. Gli aveva anche prestato dei soldi, si era fidata. «Che scema!» si era poi detta: «che scema a fidarmi di uno così.» Uno che appena la moglie lo aveva scoperto era scappato. Con i soldi.

Antonella

Ma Antonella dov’è? Che fine ha fatto. Passano due giorni insonni e pieni di paure. La mamma chiama “Chi l’ha visto?” e dalla redazione le dicono: «magari è partita per un viaggio. Controllate se in casa c’è tutto. I vestiti, le valigie…» E allora ritornano in quella casa, la sorella di Antonella, Carla, con suo marito, un’amica e poi Umberto, sempre presente, che ormai ha preso a cuore quella scomparsa. Anche troppo dicono i familiari di Antonella infastiditi.

Cercano nell’armadio, ma l’anta centrale non si apre, è chiusa, ma non con la chiave, è incollata. La forzano e lì dentro giace da tre giorni il corpo di Antonella, con un sacchetto in testa e due colpi di pistola nella fronte. Uccisa e chiusa nell’armadio.

Chi le ha sparato, le ha sparato con una pistola calibro 22 attraverso un cuscino e poi, credendo d’averla uccisa le ha messo la testa in un sacchetto di quelli che si usano per fare la spesa. E inconsapevolmente l’ha soffocata.

Le indagini iniziano come sempre in questi casi partendo dalle conoscenze della vittima. Già ma quali sono le frequentazioni di una donna come Antonella, di cui in fondo nessuno conosce molto? Ai carabinieri i familiari fanno soltanto due nomi: Vittorio Biffani e l’onnipresente Umberto Nardinocchi, gli unici due uomini che Antonella aveva lasciato trapelare nelle pieghe dei suoi silenzi.

E su questi due, su Umberto e Vittorio, che si concentrano da subito le indagini.

Indagini infarcite di errori così grossolani da sembrare grotteschi, errori e dimenticanze che iniziano subito nella casa di via Domenico Oliva dove Antonella è stata uccisa, quando ci si perde gettandolo tra i rifiuti il sacchetto con cui la testa di Antonella era stata avvolta. Un sacchetto che avrebbe portato subito ad isolare le impronte dell’assassino. Ma non è finita qui perché non vengono repertate neanche le impronte della vittima in fase di primo sopralluogo e di autopsia, rendendo impossibile una valutazione attenta sui reperti trovati (bicchieri, piatti ecc.) e non permettendo di agire “per sottrazione” nella determinazione di quelle dell’omicida.

Ai due sospettati però viene fatto il test dello STUB, anche se ormai dal momento dello sparo sono passati già tre giorni. E tutti e due risulteranno positivi. Ma Umberto, che fortuna, proprio pochi giorni prima della morte di Antonella era andato a sparare in un poligono, mentre Vittorio non ha nessuna giustificazione da portare. Lui ha un alibi sostenuto dai suoi due figli ormai maggiorenni e dalla moglie, come del resto lo ha Umberto, ma non può spiegare perché quello stick di cera che gli hanno strofinato sulla mano sinistra, lui che è destrorso, contenga delle particelle di polvere da sparo.

E poi c’è quel debito. Quei 42 milioni che Vittorio aveva ricevuto da Antonella e che non aveva mai restituito, nonostante i solleciti per la verità neanche così pressanti della vittima, che dopo la scoperta della loro relazione si era persa in accese discussioni con Vittorio e con la moglie di lui più sentimentali che economiche. Eppure, basta quello per portarlo a processo e sbatterlo con una foto a nove colonne in prima pagina su tutti i giornali. Per i giornali è lui l’omicida della donna nell’armadio. Sui giornali e nelle televisioni campeggia la sua foto e soprattutto sono descritti momento per momento la sua intimità con Antonella. Che leggono tutti, sua moglie, i figli e i suoi committenti di lavoro che infatti non lo faranno più lavorare.

Vittorio biffani (gentile concessione Unita)

Ma è stato Vittorio? Il processo dirà di no, non è stato lui. Lui non c’era in quella casa quella notte. E quello STUB risultato positivo si scoprirà, soltanto anni dopo durante il processo d’appello, che non era neanche il suo. Lo avevano invertito per errore con quello di qualcun altro.

E allora se non è stato Vittorio, chi è stato?

Analizzando le carte, le testimonianze e i pochi segni che Antonella ha lasciato nella sua vita ci si chiede da subito perché non si è indagato anche su Umberto, che frequentava Antonella con assiduità, che era stato in qualche modo estromesso sentimentalmente dai pensieri della vittima e che comunque con lei continuava ad avere un rapporto morboso e sempre troppo invadente, tanto da gestirle lavoro amicizie interessi economici e finanche i rapporti con il condominio. Eppure, lui, come altre due figure misteriose e reticenti che affiorarono nel buio della vita di Antonella durante le indagini non furono mai coinvolti. Il colpevole per il PM Nicola Maiorano che condusse quell’indagine poteva esser solo Vittorio Biffani.

E poi ci sono le sorprese: per esempio, mancano due reperti fondamentali:

1 – il pianale dove Antonella è stata adagiata e dove c’era un’impronta e del sangue.

2 – L’anta con lo stucco utilizzato per sigillarla in quella maniera così macabra, anta che aveva conservato certamente molte tracce dell’assassino.

Ma questi due reperti sono stati smarriti nel deposito atti giudiziari! Spariti come era sparito quel sacchetto che ha ucciso Antonella e che avrebbe probabilmente consegnato il giorno dopo il nome dell’omicida evitando questa indagine sbagliata che ha logorato i familiari di Antonella Di Veroli e rovinato per sempre il nome di Vittorio Biffani.

Chi ha ucciso dunque Antonella?

Una donna sola, che quella notte ha aperto a qualcuno con cui era molto in confidenza, tanto da aprirgli in pigiama. Qualcuno di cui Antonella si fidava, ma il cui nome si era tenuta per sé. Dopo tante delusioni stavolta non lo aveva detto a nessuno. E questa sua riservatezza le è stata fatale.

Antonella quella notte ha aperto la porta ad un assassino che l’ha uccisa, l’ha chiusa nell’armadio senza pietà e poi è uscito senza far rumore, sparendo da quel palazzo per sempre, percorrendo quei 40 passi a ritroso e spegnendo la vita di una donna tradita soltanto dalla sua voglia di amare.

Mauro Valentini

Il mio libro che racconta questo caso è: “40 passi – l’omicidio di Antonella Di Veroli – Edizioni Sovera

 

 

La gabbia di Anna

Esordio letterario per Maria Lovito

“Sono una donna maltrattata.

Non mi chiedete mai:

«Perché non lo hai denunciato subito?»

Anna è una donna come tante. Anzi, meglio di tante altre. Anna è innamorata dell’amore, della vita e ha tanti sogni, tutti raccolti dentro i suoi vent’anni. Poi conosce Lorenzo, bravo, preciso, perfetto… troppo. E quel troppo affiorerà davanti ai suoi occhi a poco a poco, divorando i sogni e il sorriso di Anna… Chiudendola in gabbia.

Maria Lovito

“La gabbia di Anna” (Edigrafema Edizioni) è l’esordio letterario di Maria Lovito, che ha per professione (è un legale) e per passione seguito i percorsi difficili di riscatto delle tante Anna che vivono e soffrono in questo paese. Un paese che ancora non si è accorto che il Femminicidio è un’emergenza sociale. E che queste storie, come quella di Anna, possono accadere. Possono aver come spesso accade un epiologo drammatico. E possono accadere a tutte.

Impossibile raccontare il libro senza svelare elementi che lasceremo ai lettori, perché tanta è la velocità degli avvenimenti e degli spunti emozionali e narrativi che Maria Lovito sfiora, parola dopo parola, con empatia ed eleganza, senza percorrere mai le strade sicure del pietismo ma al contrario regalando a chi legge una speranza, scovata, setacciata e riportata alla luce dal buio di quei momenti della vita di Anna. Momenti così drammatici e pieni di solitudine.

Una donna fragile? In balia degli eventi? No… Anna scoprirete che è molto di più.

Un libro che si legge con grande passione, scritto benissimo, delicata voce narrante di un incubo dorato, di una casa che prima sembra accoglierla insieme a Lorenzo in una nuova vita e che poi, pian piano, offrirà allo sguardo limpido di Anna il suo lato più sinistro. Il suo esser Gabbia.

Un libro scritto con parole di speranza.

Mauro Valentini

LA GABBIA DI ANNA

Autore: Maria Lovito
Titolo: La gabbia di Anna ( www.edigrafema.it )
ISBN: 978-88-98432-23-3. Pagine 104
Prezzo: 10,00 euro

 

Presentazione a Roma del libro di Sandro Provvisionato : IL CASO LAVORINI

50 anni fa. Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia.

«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.»

Pier Paolo Pasolini

Il racconto incalzante di un caso politico che ha rappresentato l’alba della strategia della tensione in Italia.

Cinquant’anni fa, nell’anno della strage di piazza Fontana, il caso Lavorini apre il sipario della storia più nera della nostra repubblica.

Confessioni false, infinite ritrattazioni, veri e propri linciaggi, una storia incredibile

che ha infiammato gli istinti più primitivi dell’opinione pubblica trasformandosi in poche ore in una spietata caccia al mostro.

Solo dopo anni, la cornice politica del rapimento inizia a emergere: «Il fatto fu preparato durante le riunioni nella sede del Fronte monarchico.

Con i soldi del riscatto si dovevano comperare degli esplosivi che sarebbero poi serviti per compiere una serie di attentati».

È l’anno di piazza Fontana, la fine dell’innocenza. Forse un filo nero attraversa i fatti, un filo nero che in molti hanno preferito non vedere.

Sandro Provvisionato (1951-2017) è stato direttore di Radio Città Futura, capo dei servizi parlamentari e della redazione politica dell’Ansa, inviato speciale e vicecapo della redazione romana del settimanale «L’Europeo», capo della cronaca al Tg5. Per questa testata ha diretto anche la redazione inchieste, è stato conduttore del telegiornale della notte e inviato di guerra (in Kosovo, Libano, Iraq); dal 2000 al 2012, coautore e curatore del programma televisivo Terra!, di cui è stato anche conduttore. Ha fondato e diretto il sito misteriditalia.it, un archivio storico-giornalistico sulle vicende più oscure dell’Italia repubblicana. È autore di libri importanti sul caso Moro, la strategia della tensione, i tanti casi italiani irrisolti, tra i quali ricordiamo, con Chiarelettere: «Doveva morire» (2008), «Attentato al papa» (2011), scritti con il giudice Ferdinando Imposimato ee«Complici», con Stefania Limiti (2015). Questo libro è stato consegnato all’editore poco prima della sua morte, avvenuta alla fine di ottobre del 2017.

 

Esecuzioni a distanza – In un libro la guerra elettronica e la morte digitale

Un viaggio agghiacciante dove l’elettronica ha sostituito la coscienza

Un Superpocket da 84 pagine, piccolissimo e super tascabile, William Langewiesche, giornalista americano corrispondente di guerra e scrittore, ha raccontato due punti di vista molto tecnologici della guerra che fu (ma è mai finita?) in Afghanistan e cioè quella di un tiratore scelto e di un pilota di Droni .

Ne viene fuori un libro agghiacciante, perché “smaterializza” l’eroismo militare e lo ricompatta dietro un mirino elettronico e dietro un joystick che comanda un aereo a distanza pronto a colpire dall’altra parte del mondo.

Sembra già una storia vecchia. Ma è il futuro.

Diviso in due parti bene distinte, il racconto di questi due NON eroi accende in chi legge una riflessione sul mestiere di soldato, in un’epoca che sembra di pace ma che è ricca di guerra.

Il cecchino Crane, che decide di lasciare la polizia, ed entrare nell’esercito, trovandosi poi con un fucile in mano con su scritto “ Remember 9/11” a colpire uomini con la barba (saranno tutti talebani?) in Afghanistan.

E sempre sui cieli dell’Afghanistan viaggiano i “Predator“ , droni leggeri e carichi di armi, con il pilota seduto tranquillamente in una base militare a Las Vegas, che arriva alla base, timbra il cartellino, si connette da un PC ai suoi comandi per seminare bombe e mitragliate su obiettivi strategici, per poi riprendere la macchina e tornare a casa imprecando con gli altri ignari cittadini nel traffico.

Una riflessione arguta e semplice nella sua drammatica modernità; questi professionisti della morte supertecnologici, preparatissimi ma che come in un moderno “Blade Runner” si interrogano nel loro angolo umano dentro un’anima robotizzata che elimina persone con l’ausilio di un software di un mirino elettronico

(foto da American Sniper)

Sapranno riconoscere una bandiera bianca? Sapranno valutare chi colpire, scegliendo tra chi appare in azioni di guerriglia da chi semplicemente sta vivendo una vita diversa da quella di chi ha elaborato il oftware?

Un libro che cambia il modo di pensare la guerra, per sempre.

Esecuzioni a distanza – William Langewiesche – Ed. Adelphi 

Mauro Valentini

 

 

Come pensare (di più) il sesso – Alain de Botton racconta le battaglie nel letto coniugale

Ci voleva uno svizzero molto inglese per di più filosofo per spiare dal buco della serratura della fantasia erotica delle coppie stabili

Se i libri che vanno per la maggiore negli scaffali dedicati alle famiglie sono quelli di come curare le rose in balcone, come far crescere i figli senza che uccidano le maestre o di cosa cucinare quando viene a cena la suocera, qualcosa allora di non detto c’era.

Si perché quando si parla di sesso, è tutto un fiorire di manuali sulle relazioni premature, di incanto e di scoperta, regole per il primo approccio, come vestirsi (e spogliarsi) per conquistare e arrivare all’oggetto ( o soggetto ) del desiderio… ma poi? Come si difende quella eccitante rincorsa al piacere quando la si deve tramutare in famiglia, in relazione di coppia stabile, come conservarla alle avversità del tempo e dai clamori dei tacchi a spillo della vicina o dei bicipiti dell’istruttore di tennis?

 

Alain de Botton

Alain de Botton ci aveva provato già venti anni fa con “ Esercizi d’amore” un romanzo mascherato da manuale che ebbe grande successo di pubblico ( anche se la critica se lo mangiò decretandolo campione del mondo dell’ovvio), ma stavolta il filosofo scrittore imprenditore culturale e personaggio televisivo (così recita Wikipedia) si produce in un manualetto divertente e dissacrante, da leggere in coppia per scoprire come parlare ma soprattutto “ Come pensare (di più) il sesso”.

Il gioco della seduzione tra conviventi non è mai stato tanto difficile, e le simboliche cavie letterarie del sesso inventate da Alain de Botton sono l’escamotage attraverso cui analizzare le frustrazioni e i desideri repressi della vita a due aprendo varchi di ironica disperazione e di soluzioni pratiche.

Perché distinguere tra attrazione fisica e amore algido e poetico potrebbe esser terapeutico per tutti quelli che simulano amore estasiato solo per portarsi a letto ( e poi a casa e poi in vacanza e poi a cena da mamma) il suo oggetto del desiderio erotico, mentre scoprire il motivo per cui è “stupido” l’adulterio seppur condizione che Freud definiva imprescindibile appena cento anni fa potrebbe evitarne ( o aumentarne) l’incidenza nella coppia e nelle relazioni sociali.

Come pensare (di più) al sesso – Edizioni Guanda

Si scoprirà che c’è un legame tra gli “asparagi di Manet” e la sessualità di coppia, e che il responsabile dell’astinenza sessuale matrimoniale potrebbe esser la tappezzeria della casa o la terribile colpa di aver lasciato briciole sul tavolo mentre tagliavate il pane.

Quindi, un manualetto da spiaggia inconsueto e divertente, con spiccate soluzioni pratiche e plausibili, per ragionare di uno degli aspetti più importanti della vita di coppia, perché il pericolo è sempre dietro l’angolo e ci si deve difendere dall’agguato della noia e dell’assuefazione, perché come diceva Oscar Wilde “ la felicità di un uomo sposato dipende sempre dalle persone che non ha sposato” 

Come pensare ( di più ) il sesso – Alain de Botton – Ed. Guanda

Mauro Valentini

Il caso Lavorini – Quell’omicidio che accompagnò l’Italia nel baratro delle stragi

Il Maestro Sandro Provvisionato ci lascia un racconto perfetto del tragico rapimento che 50 anni fa sconvolse il Paese

Quando ci incontrammo per l’ultima volta, ero a un passo dal completare la bozza del mio libro sul caso Marta Russo. Avevo bisogno di un suo consiglio e di una pacca sulla spalla, e lui mi ascoltò con pazienza e con quel sorriso bonario seminascosto dalla barba che lasciava presagire sempre qualche rivelazione importante. Due colpi di penna, la sua, e tutto mi apparì più chiaro. Poi, nel momento di alzarsi dal tavolino del bar dietro piazza della Minerva, mi disse quasi sovrappensiero: «Ho iniziato un percorso narrativo per raccontare quei tanti, troppi misteri insoluti di questo Paese. E partirò dal caso Lavorini. Lo conosci?» «No Sandro. Non lo conosco.» «Allora perfetto, così la sorpresa sarà più grande.» Fu l’ultima volta che lo vidi. Ci avrebbe lasciato poche settimane dopo.

Edizioni Chiarelettere

E ora che è uscito il suo libro postumo: Il caso Lavorini – Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia (Chiarelettere) ho capito perché quello era per lui un caso da cui partire. Quel rapimento posticcio, violento e senza nessuna pietà, preparato da un gruppo di delinquenti con la passione per la politica reazionaria, era stato la scintilla di un’escalation di violenza che poi porterà ai grandi, tragici fatti di quell’anno e dei dieci successivi.

Ma soprattutto, ritengo che a un Maestro come Sandro Provvisionato non poteva non colpire l’uso strumentale e politico che di quella tragica morte fu operato da chi, a colpi di dileggio, rovinò per ragioni politiche tante figure che uscirono, senza colpa alcuna, ferite a morte nell’anima e anche nel corpo.

Perché il “caso Lavorini” aprì il sipario sulla storia più nera della nostra Repubblica. Confessioni false, infinite ritrattazioni, veri e propri linciaggi, una storia incredibile che ha infiammato l’opinione pubblica che, stordita da notizie che si rincorrevano senza senso, trasformava in poche ore persone rispettabili in mostri, con la complicità di inquirenti che, invece di cercare il male, ebbero un ruolo preciso nell’intorbidire la verità. Che pure era lì a portata di mano.

Come Provvisionato spiega nel libro, tracciando un quadro d’insieme che non fa sconti, tutto si trasformò in una caccia alle streghe, travolgendo le vite di tanti innocenti imputati per un presunto delitto sessuale, smentito dai fatti. Giudici e forze dell’ordine restarono per anni in balia di un manipolo di minorenni che impunemente cambiarono mille volte versione, facendo nomi e cognomi che non c’entravano nulla e che vennero tirati dentro un tritacarne giudiziario e mediatico senza precedenti. Un secondo caso Montesi, quasi una fotocopia, un “metodo” su come si possa cavalcare una tragedia per rovinare innocenti.

Sandro Provvisionato

Solo dopo anni, la matrice politica del rapimento emerse: Il Fronte monarchico locale aveva arapito quel bambino per chiederne un riscatto, utile ad acquistare degli esplosivi che sarebbero poi serviti per compiere una serie di attentati. Era il 1969. Piazza Fontana era vicina, e con essa la fine dell’innocenza, se mai questa Repubblica sia stata mai innocente.

Un libro bellissimo, lucido e puntuale, scritto da una delle penne migliori del giornalismo italiano. Scritto da un Maestro. Scritto da Sandro.

«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.» Così scriveva a proposito di quel delirio di dichiarazioni Pier Paolo Pasolini. Un delirio che in questo libro appare chiaro e ancora attuale.

Sandro Provvisionato (1951-2017) è stato direttore di Radio Città Futura, capo dei servizi parlamentari e della redazione politica dell’Ansa, inviato speciale e vicecapo della redazione romana del settimanale «L’Europeo», capo della cronaca al Tg5. Per questa testata ha diretto anche la redazione inchieste, è stato conduttore del telegiornale della notte e inviato di guerra (in Kosovo, Libano, Iraq); dal 2000 al 2012, coautore e curatore del programma televisivo Terra!, di cui è stato anche conduttore. Ha fondato e diretto il sito misteriditalia.it, un archivio storico-giornalistico sulle vicende più oscure dell’Italia repubblicana. È autore di libri importanti sul caso Moro, la strategia della tensione, i tanti casi italiani irrisolti, tra i quali ricordiamo, con Chiarelettere: «Doveva morire» (2008), «Attentato al papa» (2011), scritti con il giudice Ferdinando Imposimato, e «Complici», con Stefania Limiti (2015). Questo libro è stato consegnato all’editore poco prima della sua morte, avvenuta alla fine di ottobre del 2017.

Mauro Valentini

 

A Villa Francesca (Pomezia) parlando di Mirella Gregori – Ecco il video

Si è svolta domenica 3 marzo a Pomezia l’incontro presentazione del libro “Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa”.

Nella meravigliosa location di Villa Francesca, che ha ospitato con la consueta eleganza la manifestazione, si è parlato del destino di Mirella e della possibilità di una riapertura di quell’indagine che non è mai partita veramente.

Con l’autore del libro, hanno partecipato Antonietta Gregori, sorella di Mirella, e il duo musicale formato da Marco Abbondanzieri e Rodolfo Cubeta.

Per gentile concessione di Regioni in rete ecco il video commento all’incontro realizzato da Giulia Presciutti.