Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Marta Russo e quel senso di ingiustizia

Testimonianze a orologeria per condannare e salvare (quasi) tutti

«Per Marta Russo non è stata fatta Giustizia»
(Sandro Provvisionato)

«Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro sono manifestamente innocenti.»
(Paolo Mieli)

Si torna a parlare dell’omicidio Marta Russo in TV, occasione data dal docufilm andato in onda giovedì 21 ottobre in prima serata dal titolo: “Marta – Il delitto della Sapienza“, una coproduzione Rai Documentari e Minerva Pictures, prodotta da Gianluca Curti e Santo Versace, per la regia di Simone Manetti, scritto da Emanuele Cava, Gianluca De Martino e Laura Allievi.
Un documentario scritto e diretto benissimo, che scorre su due binari: il primo quello della vita di Marta, pieno di emozioni, dei suoi sogni e dei suoi pensieri, ritrovati dalla sorella Tiziana dentro a diari che Marta aveva scritto negli anni precedenti al suo omicidio. Parallelamente poi si ascoltano i protagonisti del processo che ha visto, dopo cinque gradi di giudizio e mille polemiche, condannati Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro per omicidio colposo e per favoreggiamento.

Chi vi scrive, nonostante quella vicenda giudiziaria l’ha seguita, studiata e ci ha scritto un libro e uno spettacolo teatrale, svelando quello che non tornava dopo quei cinque processi che hanno scontentato tutti, ha potuto rivivere con emozione e diciamolo pure, con rabbia certi passaggi di una vicenda che ha portato via la vita di una ragazza piena di speranze e amata da tutti e che ha prodotto uno dei processi più incredibili della pur incredibile storia giudiziaria italiana.

Non voglio elencare quello che palesemente non combacia nelle testimonianze che hanno portato in carcere Scattone e Ferraro, ma ci sono delle evidenze su cui tutti dovrebbero ragionare affinché un processo come quello per la morte di Marta non accada mai più.
A cominciare dai metodi di raccolta delle prove, con test su particelle prodotte da freni a disco scambiate per tracce di sparo, continuando con il metodo di ricerca della dichiarazione da parte degli inquirenti, condito da neanche troppo velate forzature su cui nessuno ha poi colpevolmente agito disciplinarmente, passando per l’abbandono di piste investigative semplici e dirette verso almeno una decina di personaggi che maneggiavano armi all’interno della Sapienza, che secondo la DIGOS erano legati ad associazione eversive e che non si chiamavano né Scattone e né Ferraro.

Quello che mi ha colpito invece sono state le dichiarazioni dell’allora capo della Mobile Nicolò D’Angelo, che nel documentario parlando degli accusati, spiega che da loro ha avuto: “sensazione di mancanza di empatia” verso la vittima, arrogandosi conoscenze psicologiche che non mi risulta abbia e che possono avere dignità in una fiction non nella vita vera. Dove contano le prove, non le sensazioni.

Ho sussultato davanti alle immagini che mostravano il PM Carlo Lasperanza dopo pochi minuti dallo sparo già affacciato alla finestra del bagno di Statistica, dove per le pulizie avevano agito poche ore prima personaggi segnalati con informativa dalla DIGOS proprio come possibili autori dello sparo. Quella stessa finestra indicata dal perito della Corte, il Professor Torre, come il luogo da dove è partito il colpo. Lui, Lasperanza,  era lì, e lui e gli altri dietro di lui, sono invece saliti diversi giorni dopo al primo piano, hanno cercato e non trovato prove nell’Aula 6 e hanno però tralasciato la pista iniziale.

E pensare che poi… due anni dopo quello sparo, viene ucciso il professor D’Antona per mano delle nuove Brigate Rosse. E uno dei componenti del commando è quello che quella mattina, quando Marta viene colpita, ha appena fatto le pulizie proprio lì, nel bagno di Statistica! Che coincidenza vero?

“Le pistole che abbiamo sequestrato ai dipendenti della società di pulizie non erano compatibili con quella che ha sparato a Marta Russo” dice Lasperanza alle telecamere di chi documenta, come se chi avendo sparato e ucciso una ragazza innocente certamente per sbaglio, vedendo che tutte le televisioni e finanche il Presidente della Repubblica alla ricerca della verità, potesse ingenuamente conservare in casa l’arma del delitto.

E poi la video cassetta che viene mostrata durante il processo, con le modalità di interrogatorio della teste chiave, Gabriella Alletto, che viene interrogata con metodi certamente inusuali e addirittura in presenza del cognato ispettore. Gabriella che nei dialoghi ivi registrati si sente dire al cognato:

«Io non ce stavo là dentro Gi’… te lo giuro sulla testa dei miei figli, ha sbagliato la Lipari… Stavo nella quattro… Io sono andata nella stanza quattro per fare un fax, la Lipari mi ha visto lì. Da sola… a fare un fax, che la Lipari lo può di’… io ci ho anche le prove che ho fatto il fax…»

E poi, il 14 giugno, un mese e cinque giorni dopo lo sparo, d’improvviso invece, Gabriella Alletto ricorderà tutto. Inchiodando Scattone e Ferraro al loro destino.

Ci sarebbe un elenco lunghissimo di assurdità da raccontare (e infatti ci ho scritto un libro): dai tabulati sbagliati che confondono i ricordi dell’altra testimone Maria Chiara Lipari, alle pressioni fatte agli testimoni su presunte loro assunzioni irregolari dentro l’università, al ritrovamento mesi dopo, nei bagli del Rettorato,  di una pistola compatibile con quella che ha sparato  ecc…ecc…

Il luogo dell’omicidio

Eppure questo processo, che in condizioni normali non si sarebbe dovuto proprio svolgere e che si sarebbe dovuto fermare dopo la scoperta della videocassetta dell’interrogatorio a Gabriella Alletto, ha comunque prodotto una sentenza. Una sentenza spiazzante, che molti hanno valutato amaramente come il male minore per salvare procura, testimoni e opinione pubblica.

Una sentenza che ha quindi salvato tutti, meno Scattone e Ferraro, condannati a una pena irrisoria dalla Giustizia, ma che ancora scontano, 24 anni dopo i fatti, l’ergastolo del pubblico ludibrio.
Provate se avete ancora dubbi sullo scempio che è stato fatto, ad andare nei luoghi della tragedia.
Mettetevi nella posizione dove Marta è stata colpita. Guardate la finestra del bagno di Statistica, e poi provate a volgere lo sguardo alla finestra dell’Aula 6. Se la riuscite a vedere da quel punto.
Poi, andate dentro il bagno di Statistica e guardate da lì come ho fatto io e come ha fatto subito dopo lo sparo il PM. E se non bastasse, salite al primo piano, a Filosofia del Diritto. Entrate nell’Aula 6, affacciatevi da quella finestra che ora ha un piccolo condizionatore ma che all’epoca ne aveva uno grande un metro per un metro appoggiato sul davanzale. Cercate da lì di vedere se ci riuscite il punto dove Marta stava passando. E provate a immaginare se è possibile che tutto ciò che è stato sentenziato sia vero.

Provateci. Non servirà altro per convincervi.

Mauro Valentini

Ambra e il Tapiro usato come clava

Vi siete divertiti con le corna della Angiolini?

Che Striscia la Notizia non sia campione di eleganza questo lo sappiamo tutti, del resto a volte proprio questa sua capacità di non esser corretto ha fatto la sua fortuna.

I Tapiri poi, sono entrati nell’immaginario collettivo e sono icona di costume quando si deve sbeffeggiare un politico o un VIP chiamiamoli cosi che hanno compiuto qualche gaffe o si sono macchiati di uno scivolone maldestro, noto alla stampa e ai social.

Secondo la Treccani infatti : attapirare v. tr. [der. di tapiro, con riferimento al «tapiro d’oro», premio ironicamente consegnato dalla trasmissione televisiva «Striscia la notizia», a partire dal 1996, a personaggi noti che si sono distinti per comportamenti considerati riprovevoli o perdenti], scherz. – Consegnare a qualcuno il premio satirico «tapiro d’oro»; per estens., infierire con ostinazione contro chi ha subito uno smacco o ha commesso un errore.

Quindi Ambra Angiolini, che lo ha ricevuto dalle sapienti e dotte mani di Valerio Staffelli (uno che prima e dopo il Tapiro non si sa cosa abbia fatto ne cosa farà) ha subito uno smacco, o meglio ancora ha commesso un errore: Quello di esser stata tradita dal suo compagno famoso.

Il tutto tra scrosci di risate finte e con il plauso dei due conduttori in studio, uno su cui possiamo anche stendere un velo pietoso di compassione, ma l’altra, su cui una riflessione andrebbe fatta.

Vanessa è stata vittima dei social per il suo aspetto e si è spesa come difensore dei diritti delle donne. Ora trovarla ad avallare senza una parola di solidarietà a un servizio obiettivamente imbarazzante lascia inorriditi.
Aggiungiamo tra l’altro che il signor Staffelli fa nello stesso servizio battute allusive su un rapporto omosessuale tra Allegri e Dybala, con tanto di foto mezzo nudo del calciatore. Insomma, un servizio da galleria degli orrori di cui, non mi risulta, ancora nessuno si sia dissociato né tantomeno scusato con Ambra.

Che dal canto suo l’ha presa a ridere anche se obiettivamente sorpresa e disorientata da quanto le stavano dicendo. Meno male che Staffelli le ha ricordato che lei comunque è una bella donna… che se fosse stata brutta secondo i suoi canoni chissà che altro avrebbe detto.

Intanto Canale 5, nel 2021, manda nella trasmissione più vista in quella fascia oraria un servizio come questo. Perché del resto, cara Ambra, se ti ha lasciata, o meglio ti ha tradita, avrai commesso un errore. O subito uno smacco, fai tu.  Altrimenti il Tapiro non lo avresti meritato.

Ah dimenticavo: Ambra non è una soubrette come la definiscono gli ignavi conduttori, che poi addirittura cantano e scimmiottano una canzone che Ambra cantava quando aveva 16 anni.
Forse agli autori è sfuggito il fatto che Ambra Angiolini, di anni 44, ha all’attivo tra le altre cose ben 23 film, che ha lavorato con registi del calibro di Ferzan Ozpetek, Cristina Comencini e Michele Placido e ha vinto tra le altre cose un David di Donatello, due Nastri d’argento, due Ciak d’oro e il premio Venere come attrice teatrale rivelazione.
Altro che Tapiro ….

Mauro Valentini

 

Non c’è pace per Yara

Una vicenda chiusa e il paradosso  del dubbio

Anche stavolta un buco nell’acqua. L’ennesimo di questa tragica storia chiusa da anni per tutti meno che per i legali dell’assassino di Yara Gambirasio.

I giudici della Corte d’Assise di Bergamo hanno rigettato la richiesta dei difensori di Massimo Bossetti di aver accesso ai reperti del processo conclusosi con la condanna all’ergastolo del muratore di Mapello per l’omicidio della povera ragazzina. La difesa aveva avanzato l’istanza in vista di una possibile revisione della sentenza.

Una revisione che ha contorni quasi grotteschi se non ci fosse di mezzo la morte di una giovane vita, una morte così orribile da riuscir difficile anche scriverne.
Un processo che aveva basi di prova contro Bossetti così schiaccianti da renderlo quasi una formalità.

Yara

Un lavoro quello della Procura, durissimo e obiettivamente iniziato in maniera sfortunata, proprio per la singolare storia di quel DNA di difficile comparazione, non tanto per il degrado dello stesso, quanto per la originale posizione dei genitori naturali dell’imputato, anzi, del colpevole. Che era figlio di Guerinoni e non del suo papà ufficiale. Una casualità incredibile che tanto è costata in termini di tempo e di impegno.
Ma che poi, trovato l’uomo del DNA, riconosciuto con le telecamere di sicurezza il suo furgone nei pressi della palestra, ultimo luogo frequentato da viva da Yara e raccolte le altre prove, ha portato a una condanna all’ergastolo inevitabile.

Eppure… Abbiamo assistito a un altro girotondo degli avvocati di Bossetti che avrebbero potuto e dovuto invece convincere il loro assistito alla collaborazione e alla confessione.

Avrebbero potuto e dovuto limitare così anche i danni da un punto di vista processuale, e restituire finanche dignità a quest’uomo che quella sera chissà cosa gli è saltato nel cervello di fare di quella povera ragazzina. Di quella giovane vita abbandonata alla morte.

E invece … hanno rincorso l’assurdo tutto a favore di telecamera. Solo in tv infatti certe teorie complottiste hanno potuto trovare albergo e accoglienza. E questo ha anche inquinato il popolo dei social, chiamiamolo così, pronto a urlare al complotto appunto, ma pigro e poco incline a legger con pazienza non dico le sentenze, ma almeno gli articoli e le dichiarazioni di chi, tra i colleghi giornalisti, ha fatto un ottimo lavoro di informazione. Non di investigazione, perché quella non serviva. era tutto chiaro. Chiarissimo purtroppo.

Ho la sensazione che Bossetti, tradito quella notte dai suoi sensi e dalla ragione, sia stato poi illuso e in un certo senso tradito in tutti questi anni da chi avrebbe dovuto, per ruolo e posizione, indurlo ad una presa di coscienza di quanto sia evidentemente accaduto. E non alimentare inutilmente speranze buone solo per una comparsata TV e senza nessun costrutto giuridico e giudiziario. E fermare soprattutto tutto questo paradosso del dubbio, che non fa che continuare ad offendere la memoria di Yara.

Che meriterebbe dopo anni di indagini e tre processi, dopo tanto rumore per nulla, almeno il silenzio della ragione attorno al suo nome e alla sua famiglia, violata per sempre da una notte di follia di Massimo Bossetti, detto il Favola.

Mauro Valentini

POESIE DISONESTE E ALTRE RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA DI GENERE

L’8 marzo tra prosa e poesia. Per dire NO alla violenza di genere

Un libro a due voci, quelle di due donne che da sempre lottano contro quella che solo la politica sembra non riconosce come emergenza sociale. Oltreché criminale.
Virginia Ciaravolo, Psicoterapeuta e Criminologa, Presidente dell’associazione “Mai più violenza infinita” e Claudia Saba, scrittrice impegnata sul tema della violenza di genere, presentano questo loro “Poesie disoneste” (Laura Capone Editore) che loro stesse definiscono nella quarta di copertina: versi poetici ma taglienti e riflessioni fredde come bisturi, ci raccontano il dramma di donne smarrite, violentate, derise. Donne in preda al terrore, donne sacrificate in nome di un arcaico possesso che le ha rese oggetti, cose tra le mani di un maltrattante.

copertina

Nelle parole di Virginia e Claudia come una gelida autopsia tutto il calvario di queste vittime,  i versi urlano il loro dolore, le riflessioni aiutano a comprendere lo tsunami che le attraversa.

Un libro arricchito dalle parole in Prefazione di Barbara De Rossi ma soprattutto un libro ha permesso alle due autrici di raccontare, seppur in differenti vesti, complementari come la doppia faccia di una stessa medaglia, quale sia ancora oggi la condizione femminile e quanto la violenza sia sempre lì, sempre di più diremo in questi ultimi anni, un mostro capace di colpire chiunque, nessuna esclusa, in qualsiasi momento.

Un libro che è stato preceduto da un Book Trailer (vedi fondo articolo) e che avrà come scopo oltre la sensibilizzazione sul tema, anche l’aiuto concreto alla Associazione Diritti Civili Salvamamme- Salvabebè.

Nel presentare il libro ho chiesto alle due autrici, Virginia e Claudia:
Perché quest’opera:

Virginia Ciaravolo e Claudia Saba

Claudia: “Abbiamo deciso di scrivere questo libro semplicemente per dire  “no” ad ogni tipo di violenza sulle donne. Per aiutare le vittime a riconoscerle come tali”
Virginia “C’ è  sempre un perché  quando si parla di violenza di genere. Ben vengano libri, opere, riflessioni. Bisogna tenere alta la guardia ed arrivare ovunque e a chiunque.”

Cosa ci troverà il lettore ?

Claudia: “Emozioni, ansia e rabbia. Ma soprattutto la voglia di ricominciare delle donne violate”
Virginia: “Il lettore che leggerà  avvertirà emozione e rabbia, paura e coraggio di lottare. Sara ‘ un’immersione negli abissi di un dolore che toglie il respiro.

POESIE DISONESTE E ALTRE RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA DI GENERE

-Di Virginia Ciaravolo – Claudia Saba
-Prefazione di Barbara De Rossi
-Illustrazione di Cristina Botta
Laura Capone Editore ISBN 9788831227360

BOOKTRAILER

 

_________________ credits booktrailer  _________________

musiche: SECRET SHADOWS (Max Fuschetto Ft. Pasquale Capobianco

“per gentile concessione di Hanagoorimusic”

Voce narrante: Fabiana Russo Artist Editing: Maurizio De Costanzo.

 

 

 

 

 

 

Quel 7 febbraio che ha restituito Giustizia

Un anno fa in Cassazione… (Dedicato a chi è vicino a Marina e Valerio)

Sono passati dodici mesi da quel giorno, da quel pomeriggio del 7 febbraio 2020, quando la Presidente della Prima Corte di Cassazione Maria Stefania di Tomassi leggeva il dispositivo che inchiodava i primi due processi per l’omicidio di Marco Vannini all’inutilità e all’errore. All’evidenza dei fatti.

Quei fatti, quelle incredibili azioni commesse dalla famiglia Ciontoli che apparivano così evidenti nel loro svolgersi a tutti, fuorchè alle due giurie presiedute dai Giudici Anna Argento in primo grado e Andrea Calabria in secondo grado. 

Due sentenze che avevano acceso uno tsunami di indignazione tra i tanti cittadini che quel 7 febbraio di un anno fa erano presenti a Piazza Cavour per sostenere la famiglia Vannini e per chiedere semplicemente Giustizia.

Nel libro che ho scritto con Marina, la mamma di Marco, ho raccontato la cronaca di quel giorno in cui l’orologio della verità è stato riportato al punto di partenza, alle 23:15 del 17 maggio quando Antonio Ciontoli, per motivi che solo lui avrebbe dovuto spiegare, ha sparato a Marco

Ne riporto qualche stralcio, preso proprio dal capitolo chiamato appunto “7 febbraio 2020” del libro: Mio figlio Marco – La Verità sul caso Vannini (Armando Editore) che dedico al “popolo di Marco” che manifestava con amore la vicinanza a Marina e Valerio:

***

Sono lì con uno striscione grande con scritto: “#noninmionome – Giustizia per Marco”. E poi: “Giustizia e Verità per Marco” e ancora un altro e un altro ancora. Il traffico spietato e disordinato di quel tratto di LungoTevere che fuoriesce dal sottopassaggio difronte al palazzo della Protezione civile di via Ulpiano alla vista di quel numeroso gruppo di uomini e di donne venute da tutta Italia per manifestare la vicinanza alla famiglia Vannini rallenta, si allinea e suona il clacson in segno di partecipazione. Quello a cui assisto ipnotizzato è un vero e proprio abbraccio della città a Marco, suonano, dai finestrini gridano: «Bravi! Giustizia! Siamo con voi! Non mollate!» C’è chi si ferma e scende per informarsi sull’andamento della sentenza, chi abbraccia quelli che sono in prima fila. Una donna parcheggia, scende e mi si avvicina piano piano, guardando tutto quel tumulto di uomini e di donne con le magliette con il volto di Marco stampato sul petto, mi stringe la mano e mi guarda con occhi pieni di lacrime: «Sono sicura che la Cassazione darà un’altra opportunità a mamma Marina. Lei la conosce vero? Glielo dica la prego, le dica che io la penso sempre. Che sono con lei.»

#noninmionome

[…] E poi… Tutto accadde in fretta. Entriamo e un attimo dopo qualcuno grida: «La Corte!» Marina non c’è. È rimasta fuori, mi sussurra Lorella, la sua amica di sempre. Immobili assistiamo all’entrata della dottoressa Di Tomassi e degli altri quattro componenti della Giuria. La Presidente ha un foglio in mano. Lì c’è scritto l’esito del ricorso. Alza lo sguardo e in quell’aula così grande e gremita cade un silenzio che quasi stordisce. Un silenzio che dura un attimo e che racchiude un’attesa lunga 357 giorni. «In nome del Popolo italiano.
La Prima Corte di Cassazione, in accoglimento dei ricorsi del Procuratore Generale e delle Parti Civili, annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte d’Assise di Appello di Roma.
Rigetta il ricorso di Antonio Ciontoli, che condanna alla rifusione delle spese sostenute dalle Parti Civili limitatamente alla posizione di resitenti avversi al ricorso…» Alzo gli occhi e vedo zio Roberto che esce seguendo suo figlio Alessandro, incrocia il mio sguardo e alza le braccia al cielo in segno di gioia. Non resisto e penso a Marina che è fuori ed esco dietro di loro senza attendere la fine della lettura. E corro, corro per il corridoio per raggiungerla. Ma Alessandro le ha già dato la notizia e un grido echeggia tra le mura altissime del Palazzaccio. L’urlo di Marina, un misto di dolore e liberazione, un grido che raccoglie quasi cinque anni di sofferenza. E di speranza.
In un attimo sono lì insieme a tutti, Marina accenna ad alzarsi ma si rimette seduta: «Non mi sento bene…» sussurra. Vicino a lei Valerio che la sostiene. Tutti sono con gli occhi pieni di pianto e il sorriso incredulo stampato sulla faccia. Incontro Liviana Greoli che mi fa una carezza sulla guancia e mi dice: «Si ricomincia.» Un applauso ai due genitori di Marco scoppia fragoroso e i Carabinieri attorno sorridono anche loro, provano a far cenni per riportare alla calma ma non riescono a imporre un silenzio che a quel punto è impossibile da ottenere e che sembra neanche loro voler per davvero. Vedo le lacrime di commozione di tutti, anche di chi come Anna Boiardi e Giulio Golia dovrebbe esser lì per raccontare gli eventi ma la partecipazione emotiva e il dolore per la sorte di Marco li rendono fragili come tutti in quel momento che sembrava impensabile solo cinque minuti prima.
Scambio due parole con Alessio Vellarga, il direttore di Terzobinario.it, anche lui come me e come gli altri in preda all’emozione. Il suo pensiero raccoglie e si confonde con il mio: «Abbiamo vissuto tutti insieme un momento quasi religioso. Una funzione solenne… Per Marco. Un giudizio che in quei pochi secondi ha raccolto cinque anni di attesa e di richiesta di giustizia. Il momento dei momenti vero? Onestamente non pensavo sarebbe potuto accadere. Temevo non potesse accadere e invece…» .

***

Marina

Un anno è passato. Ora Marco, Marina e Valerio aspettano la seconda sentenza di Cassazione, che chiuderà questa dolorosa Via Crucis di Giustizia. Glielo avevano promesso davanti al sudario che lo avvolgeva senza vita: “Lotteremo per restituirti Giustizia”.

E Marco, Marina e Valerio solo all’ultima Stazione di questo viaggio di Verità.

Mauro Valentini

Viareggio – Prescrizione di una strage

La Cassazione ordina un nuovo processo e cancella l’aggravante del mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro

Tutto da rifare. E molto di quello che si rifarà dovrà esser considerato prescritto.

Così ha deciso la Corte di Cassazione dopo otto mesi di analisi delle carte. Una decisione contestata dai familiari delle trentadue vittime, soprattutto perché ha sancito il non luogo a procedere per molti degli imputati perché per essi è caduta l’aggravante al comma 2 dell’articolo 589 c.p.p. (quello che appunto regola l’aggravio di pena per il mancato rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro).

E quella parola: “Prescrizione” applicata a quasi tutti gli imputatim scatena la rabbia dei parenti e dei loro avvocati che hanno fatto un lavoro enorme per determinare le colpe, fatto di perizie, terstimonianze e tanto materiale forense. Quelle colpe che sono state sancite per legge ma che appunto, per quasi tutti, sono PRESCRITTE.

Marco Piagentini

Un dolore immenso, come quello che ho provato il giorno che mi hanno comunicato che Emanuela era morta. Un dolore immenso che ci darà però nuova forza. Non molleremo. Saremo pronti a una nuova battaglia” ha detto Daniela Rombi, volto simbolo di questa lotta insieme a Marco Piagerntini, che sul volto ha davvero le cicatrici di quella notte del 29 giugno 2009, che ha perso quel giorno moglie e due figli, che ha parlato di: “ritorno al medioevo, quando i signori e i ricchi sfuggivano alle loro responsabilità”.

Insieme a Marco e Daniela ieri, riuniti in Piazza Cavour c’erano tutti i parenti che hanno gridato la loro prostrazione fatta di lacrime e incredulità. Un percorso lunghissimo, il loro, dove come spesso accade nel nostro paese, chi è vittima deve lottare contro tutto e tutti per veder sancito il diritto alla Giustizia dei propri cari innocenti. Un percorso che dopo aver assistito a un balletto feroce fatto di scarico di responsabilità, dopo aver visto in primo grado e appello riconosciute almeno in parte delle colpe per quell’inferno, si è chiuso con quella parola: “Prescrizione”.

Ci sarà un nuovo processo, dunque. E si tornerà in aula per rileggere e cercare di trovare un senso logico a quell’assurdo concorso di responsabilità che hanno portato il treno merci 50325 a deragliare proprio all’ingresso della stazione di Viareggio quella maledetta notte, facendo esplodere il suo carico di GPL coinvolgendo le strade e i caseggiati limitrofi. Facendo strage di corpi e di sogni.

E i principali imputati: Mauro Moretti, all’epoca AD di FSI, Michele Mario Elia, AD di RFI e Vincenzo Soprano, AD di Trenitalia vedranno ricalcolate le pene per disastro ferroviario. Ma per tutti gli altri il reato è confermato, ma PRESCRITTO.

Questa sentenza lascia l’amaro in bocca, perché dopo tanta fatica i due processi svolti avevano stabilito con chiarezza tutta la catena di responsabilità per quella strage. E questo, però, al di là della Cassazione e del ricalcolo delle pene, non potrà esser cancellato. La verità storica c’è!”

Alessandra Valentini, collega giornalista che ha scritto un bellissimo libro sul caso, uscito pochi mesi fa dal titolo: “Viareggio – Il racconto di una strage” (Bibliotheka edizioni) esprime la sua sensazione a caldo dopo aver ascoltato la lettura della sentenza. Lei che ha seguito per anni tutta la vicenda giudiziaria, non può non pensare a loro: ai familiari delle vittime, che lei ha visto lottare con grande dignità in questo iter processuale: “Queste famiglie, che da undici anni lottano per i loro parenti, sonostati capaci con tre sole parole: – Verità, Giustizia e Sicurezza – di sintetizzare quello che va oltre l’aspetto prettamente giudiziario legato ai fatti. Essi con il loro esempio e il loro impegno pretendono che siano applicate norme di sicurezza più stringenti affinché non ci siano altre Viareggio. La loro quindi è una lotta civile per tutti, non di parte”.

Più sicurezza quindi… Come non tornare allora ancora una volta alle parole di Marco Piagentini e Daniela Rombi, che nella puntata di novembre scorso di “Che ci faccio qui” con Domenico Iannacone per Rai Tre, avevano ricordato che sarebbe bastato rispettare il protocollo che prevedeva una cisterna vuota in testa e una in coda alle altre piene di GPL, perché tutto non accadesse. Perché per il profitto non si può accettare una strage come questa, una strage Prescritta.

Perché qualcosa dovrà pur insegnarci questa storia che, per dirla con le parole dello stesso Iannacone: “è una cicatrice colettiva che ci portiamo addosso come popolo.”

Mauro Valentini

Natale in casa Castellitto

Il presepe che fu di Eduardo divide il pubblico e dimostra quanto il Teatro sia lontano dalla TV (e dai suoi spettatori)

C’era molta attesa e prevenuto scetticismo nei confronti di questa volatile e pindarica transposizione dell’opera di Eduardo più famosa (e tutt’altro che la migliore) regalata al pubblico in semi-lockdown l’antivigilia di Natale.
Attesa perché le qualità liriche e iconoclaste del regista Edoardo De Angelis facevano presagire una rilettura di quello scritto dissimile e originale rispetto alla prima teatrale di 90 anni fa e delle due rappresentazioni televisive del 1962 e del 1977. E poi c’era lui, Sergio Castellitto, alle prese con un ruolo che è stato di colui che fu il più grande dramaturgo del secolo passato e con una macchia per molti gravissima: essere nato a Roma.

Come se poi un’opera così intensa e intima nella costruzione e nei ruoli dei protagonisti, si potesse in qualche modo relegare a macchietta locale e non volare oltre. Come quel teatro meritava e meriterà ancora per secoli.

Eppure…

Il cast al completo

De Angelis non riesce a emozionare fino in fondo, rimane forse troppo riverente nei confronti del Maestro e non fa esplodere quella sua riconosciuta capacità di sorprendere con cui era riuscito in opere precedenti e prettamente cinematografiche come Perez e soprattutto Indivisibili , con cui aveva vinto David e Venezia nel 2017.
La regia è troppo pulita, manca di quel guizzo che dovrebbe esser mezzo televisivo, evidenziando la differenza tra il Teatro, quello vero, e la Televisione, che è sempre troppo stretta anche a 65 pollici.

E che soprattutto non è palcoscenico, non crea quella magia tra spettatore e attore che lo rende unico.

Lo sapeva bene Eduardo che tanto ci lavorò per adattare le sue opere alla divulgazione televisiva, e lo sa benissimo anche Castellitto che, in un prologo prima dell’inizio, aveva pregato tutti di non paragonare, di non sovrapporre il suo Luca Cupiello a quello vero. A quello del Maestro.

Sergio Castellitto è Luca Cupiello

Gli attori ce la mettono tutta, e bravissimi sono tutti, dallo stesso Castellitto a Marina Confalone e seppur con qualche limite a Adriano Pantaleo, apparso troppo elettrico e macchiettistico nel suo Tommasino. Ce la mettono tutta ma rimane l’amaro in bocca, la sotterranea sensazione di qualcosa di incompiuto, di non definitivo, dimostrando ancora una volta che la televisione è proprio la casa più stretta e malsana della rappresentazione teatrale.

E del resto, Eduardo, in una sua intervista, si era espresso in modo bonario e accogliente nei confronti del mestiere dell’attore, dicendo che in fondo: Lo sforzo disperato che compie l’uomo nel tentativo di dare alla vita un qualsiasi significato, quello, è il teatro”

Buon Natale a tutti i Cupiello del mondo.

Mauro Valentini

30 anni fa la strage alla scuola Salvemini di Casalecchio

dodici morti e nessun colpevole. Per la Giustizia solo una fatalità

Un Aermacchi MB 326 pesa 3760 chilogrammi quando ha il serbatoio pieno.

Quella mattina del 6 dicembre del 1990 il sottotenente Bruno Viviani, di soli 24 anni e già 750 ore di esperienza sta volando con uno di questi gioielli della nostra aviazione, per una missione in solitaria che avrebbe dovuto esser utile alla calibrazione di non meglio precisati sistemi di difesa. Solo che quella mattina, l’aereo ha qualche problema. Decollato da Villafranca da una mezzoretta, mentre sorvola Rovigo si pianta con il motore. Il pilota decide di virare verso Bologna dove c’è un aeroporto che potrebbe farlo atterrare in sicurezza. Ma l’aereo non è più in grado di colmare quei pochi chilometri che lo separano dalla pista. E allora, Viviani si eietta con il suo seggiolino fuori da quel missile ormai in fiamme e con il paracadute riesce a salvarsi.

Aermacchi_MB-326

Solo che quell’aereo abbandonato a se stesso punta verso il basso, verso Casalecchio  sul Reno, verso l’Istituto Tecnico Salvemini. Verso la classe 2° A che in quel momento, sono le 10:33, è immersa in una lezione di Tedesco con la professoressa Germani.
Il muso dell’aereo senza controllo sfonda la parete della classe e uccide dodici alunni, e ferirà in modo permanente più di settanta persone tra alunni e corpo docente, dato che l’impatto e l’invendio generato dal cherosene esploso con esso, genera danni non solo in quella classe.

E poi, come in tante, troppe tragedie italiane, inizia il balletto delle responsabilità.
A raccontare il calvario delle famiglie, il solito calvario delle associazioni vittime di queste tragedie, dopo trent’anni, al quotidiano La Repubblica è Roberto Alutto, che a causa di quel volo impazzito ha perso sua figlia Debora: “Uno Stato che per noi non c’è stato”. E l’accusa ha un suo drammatico riscontro nel balletto processuale dove due Ministeri si trovano uno contro l’altro: Quello della Difesa contro quello della Pubblica Istruzione a cui sarà impedito di presentarsi parte civile.

E in quel processo la Giustizia divenne un orpello, un “di più” da sacrificare in nome delle ragioni dello Stato. In primo grado furono condannati per disastro colposo sia il pilota che il suo comandante e il controllore della Torre di Bologna. Ma poi, in appello, il colpo di spugna. “Il fatto non costiuisce reato” è stata una fatalità, nessuno ne ha colpa… E chiusa la vicenda.

La classe colpita

Eppure, il PM prima e il PG poi in appello avevano sostenuto che Viviani operò “con la massima negligenza ed imprudenza”. Parole dure che descrivono come il suo primo obiettivo era stato quello di salvare l’ aereo, non di risparmiare vite umane. Perché se avesse pensato a loro, al rischio di colpire quella scuola o un centro abitato, si sarebbe diretto verso il mare, non sull’Aeroporto. 

E poi le solite, drammatiche e sanguinanti dichiarazioni di tutti i familiari colpiti da queste ingiuste sentenze: “E’ uno schifo, hanno ammazzato i nostri figli per la seconda volta”. E lo Stato maggiore dell’Aeronautica militare che al contrario dichiara appena chiuso l’iter giudiziario: “Non proviamo nè esultanza, nè gioia. Questa assoluzione ci fa piacere solo perché una conferma della sentenza di primo grado avrebbe comportato la progressiva paralisi dell’attività dei nostri piloti”.
Il volo quindi è salvo. Però quei ragazzi non avranno il ricnoscimento della Giustizia. Neanche formale. Fatalità. Ragazzi, è stata solo una fatalità. Fatevene una ragione.
I loro nomi sono scolpiti in una stele che li ricorda, davanti a dove, quella mattina di trenta anni fa, un aereo senza pilota e senza controllo portò via i loro quindci anni.

  • Deborah Alutto di Bologna
  • Laura Armaroli di Sasso Marconi
  • Sara Baroncini di Casalecchio di Reno
  • Laura Corazza di Sasso Marconi
  • Tiziana de Leo di Casalecchio di Reno
  • Antonella Ferrari di Zola Predosa
  • Alessandra Gennari di Zola Predosa
  • Dario Lucchini di Bologna
  • Elisabetta Patrizi di Casalecchio di Reno
  • Elena Righetti di Sasso Marconi
  • Carmen Schirinzi di Sasso Marconi
  • Alessandra Venturi di Monteveglio

Mauro Valentini

Sentenza Vannini – “Crudeltà – Depistamenti – Ripetute menzogne”

Le severe motivazioni dei Giudici puntano il dito su Martina, Viola e le mancate prime indagini

Sono arrivate finalmente le motivazioni della sentenza che il 30 settembre 2020 ha condannato tutta la famiglia Ciontoli per omicidio. E sono parole durissime, lucide e che finalmente fanno chiarezza su tutto quello che non doveva accadere ma è accaduto quella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015.

Almeno quella verità processuale a cui si è potuto arrivare, nonostante,  scrive l’estensore della sentenza la “lacunosità delle prime indagini”. Lacune che come sappiamo hanno privato di verifiche tecnico scientifiche le dichiarazioni rese dagli imputati, unici testimoni dell’omicidio.

Il Giudice inizia con una stizzita replica a chi, tra gli avvocati difensori di Ciontoli, aveva bollato questo processo come già scritto. A pagina 19 infatti si legge che: “Nessuna decisione può considerarsi assunta sino al momento in cui la Corte abbandona la camera di consiglio per dare lettura del dispositivo. Opinare diversamente significa non nutrire particolare rispetto né nei confronti della magistratura togata e ancor meno nei confronti dei giudici popolari, dovendo ricordare come a decidere siano otto persone.” 

Marco Vannini (Foto dal libro Mio figlio Marco – Armando Editore)

E i giudici puntano dritto al punto, senza girarci troppo intorno. e lo fanno con chiarezza e con parole che raramente avevo letto così severe nei confronti dell’ “ Incredibile è il comportamento assunto dai componenti della famiglia Ciontoli” 

Nulla sfugge alle analisi del Giudice Gianfranco Garofalo e ai giudici al suo fianco sia riguardo alle mancate tracce di sangue nel bagno e delle impronte sul bosso, finanche alla strana dichiarazione di Antonio Ciontoli che, nell’ultimo giorno prima della Sentenza aveva parlato di un orario diverso dello sparo. E infatti essi scrivono e puntualizzano a pagina 21: “Può considerarsi un semplice tentativo quello messo in atto dalla difesa di spostare tale momento di inizio di circa quindici minuti, quindi alle 23:30 per ridurre così il tempo dell’omesso intervento decisivo in favore della vittima come se tale lasso di tempo potesse incidere in maniera determinante sulla responsabilità degli imputati.” 

Lo scritto poi, oltre a demolire punto dopo punto le ricostruzioni degli imputati addirittura raccogliendole in un capitolo a parte titolato : CONTRADDIZIONI, si esprime con durezza prima nei confronti di Viola Giorgini, una teste ammessa a quest’ultimo processo, sia nei confronti di Martina.

Per Viola infatti si legge: “… si evince come la deposizione della Giorgini abbia dimostrato una assoluta assenza di credibilità della stessa e della sua propensione alla reticenza su fatti certamente a sua conoscenza per avervi preso parte”.  Può bastare? per il Giudice evidentemente no, perchè nella pagina successiva scrive: “Su una cosa la Giorgini ha però contribuito forse involontariamente, a fare chiarezza: Secondo la sua testimonianza sollecitata più volte sul punto, non appena lei e Federico ebbero a sentire il forte rumore che proveniva dal bagno della sua abitazione ed erano usciti subito dalla stanza dove si trovavano e avvicinati al bagno e aveva sentito provenire dall’interno la voce sia di Antonio che di Martina che, quindi, si trovava all’interno del bagno nell’immediatezza dello sparo”.  

E su Martina quindi che la giuria e la sentenza puntano il dito. Perché il nodo di tutto è sempre quello: Martina era presente allo sparo, come lei stessa dice e mima a gesti nelle intercettazioni ambientali di poche ore dopo il fatto sul divano della Caserma di Civitavecchia?

Questa sentenza bolla come “parte più inverosimile della sentenza di primo grado” proprio la parte in cui si afferma che Martina non sia presente. No, per la Corte di Appello di Roma non c’è certezza, smontando in tre pagine la prova della assenza di particelle di polvere da sparo e spiegando che, come affermato nel primo processo dai RIS, essa non sia affatto una prova di assenza, dato che la stessa era stata repertata troppe ore dopo lo sparo stesso.

Ma non solo, per Martina e per la sua famiglia si usano parole di fuoco quando, a pagina 48 si scrive: “Orbene, ove si abbia riguardo; alle spiegazioni inverosimili degli atteggiamenti da loro assunti, che in taluni casi rasentano una vera e propria crudeltà nei confronti di un ragazzo ferito che urla di dolore e che viene rimproverato per questo motivo, un ragazzo che è stato ed è il fidanzato di Martina e che il Ciontoli afferma di tenerlo in considerazione come un figlio”. Ma non è finita: ” Ed allora è da chiedersi come sia possibile che il rumore prodotto da un colpo di arma da fuoco calibro 9 soprattutto in un ambiente ristretto come quello del bagno in casa Ciontoli (…) venga da tutti colto come – Un tonfo – come un rumore di un oggetto che cade e soprattutto, una volta sentita l’esplosione, accertato che Marco risulta ferito e viste le pistole in bagno, qualcuno di media intelligenza possa credere alla versione del – Colpo d’aria – propinata a dire di tutti da Antonio. Colpo d’aria che poi diventa un buco procuratosi con un pettine a punta!”

No, per i giudici non ci sono dubbi, e quello che la famiglia Vannini e i suoi legali Celestino Gnazi e Franco Coppi hanno sempre affermato in punta di logica, appare per la prima volta scritto in una sentenza: “Martina Ciontoli è in bagno ed assiste allo sparo del padre, quindi: ha sentito una forte esplosione, la reazione di Marco al ferimento e la fuoriuscita di sangue per cui non può ignorare cosa sia successo; Eppure, invece di intervenire per aiutare quello che sino a pochi minuti prima è stato il suo fidanzato, aiuta il padre a depistare le indagini …(…) e alle domande dell’infermiera Bianchi che le domanda cosa sia successo risponde che non lo sa perchè non era presente, passando da una condotta passiva consistita nel tacere a una attiva consistita nel fornire false informazioni sulla sua presenza in modo da non dover raccontare la verità”. 

Le ultime pagine appaiono quasi di rammarico nel non poter infliggere una pena più severa ai tre componenti della famiglia oltre Antonio, proprio per le attenuanti generiche inattaccabili in questo processo concesse a Ciontoli padre nel primo grado. Si legge infatti che per Martina, Federico e Mery: “è vero che il mutamento del titolo di reato (da colposo a volontario con dolo) … consentirebbe di procedere ad una loro valutazione ex novo, ma non può esser valutato un trattamento sanzionatorio più punitivo ai tre imputati a fronte di quello inflitto ad Antonio Ciontoli, chiamato a rispondere di condotte più gravi e persistenti”. 

Se la Cassazione nella prossima estate non stravolgerà questa sentenza, potremmo metter fine pur con tanti punti oscuri alla storia processuale di Marco e dei suoi assassini. Resteranno negli occhi e nelle orecchie le battaglie per la Giustizia di Marina e Valerio, che questa sentenza almeno sembra aver concesso seppur, e (lo dicono quasi tra le righe gli estensori) soltanto in parte, tanto solo state lacunose indagini e tanti gli errori dei precedenti processi.

Io, per conto mio, a Marina e Valerio dedico questa frase della poetessa bulgara Blaga Dimitrova, che riguardo alle dure lotte per la verità scriveva: “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa sentiero”.

Mauro Valentini

 

Maradona a Roma – 28 aprile 1985

IO C’ERO

Quella mattina eravamo impazienti. Abbonati da cinque anni in Curva Sud. Avevamo 18 anni. Più o meno. Impazienti quella mattina. Con la partita che iniziava alle 15:30, con un sole già caldo alle 10:00. E noi già pronti ad andare.
Impazienti di vederlo per la prima volta dal vivo.

Non era stata una grande annata per la Roma. E neanche per il Napoli. Si lottava a stento per un piazzamento in Coppa Uefa, appaiate al settimo posto. Due squadre in ricostruzione.
Ma noi quel giorno eravamo lì per lui. Per Diego.

Della partita ho un vago ricordo, pareggio 1-1, ma il ricordo più forte fu quella discesa di quel numero dieci pieno di capelli e che si muoveva nel campo come non si era mai visto in nessun campo prima di lui. Quella discesa sulla fascia destra, quella danza in corsa con un pallone tra i piedi che quasi non guardavi più tanto bello era il suo incedere. E poi quel tocco contro ogni logica balistica verso il centro dell’area, dove un certo signor Daniel Bertoni da Bahia Blanca la spinge in rete. L’urlo della Curva Nord tutta piena che esplode e noi che ci guardiamo negli occhi: “Hai visto come l’ha messa in mezzo Umbè?”

Diego e Bruno

Lo rividi altre cinque volte dal vivo : il 26 gennaio e il 26 ottobre del 1986. il 25 ottobre 1987, l’ultimo dell’anno 1988 e l’8 ottobre 1989. Ci ha fatto gol, ha perso e ha vinto. Ma non ho visto mai da lui un gesto di insofferenza ai calci che subiva, ho sempre visto sorrisi e pacche sulle spalle dagli avversari. Sempre con un saluto con la mano a noi che in teoria gli dovevamo esser ostili… In teoria.

“Hai visto Umbè che passaggio? Hai visto Robbè che palla je ha dato? Hai visto Già che dribbling?”

Sì. Io c’ero. HO VISTO MARADONA. E non lo dimenticherò mai.

Eraldo Pecci, commentando tra le lacrime la morte di Diego ha detto: “Quando un grande calciatore smette di giocare si ritira la maglia con il suo numero. Oggi tutti dovremmo ritirare il pallone. Perché Maradona non c’è più”.

In ricordo di Diego Armando Maradona (Lanus, 30 ottobre 1960 – Tigre, 25 novembre 2020)

Mauro Valentini

Diego e Tonino