Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

La fortuna di Rudy Guede

Sulla scena del crimine le uniche tracce biologiche sono le sue . Eppure…

Da poche ore i giudici hanno concesso la semilibertà all’unico colpevole della morte di Meredith, consentendogli di collaborare con il Centro studi criminologici di Viterbo per alcune ore al giorno rientrando in carcere la sera.

Una pena, la sua, che finirà nel 2024. E che i suoi legali, tre anni fa, avevano addirittura provato senza riuscirci a ribaltare, avendo chiesto la revisione del processo che lo vede unico condannato per il terribile omicidio di Meredith. Una revisione che è stata respinta e che forse, avrebbe potuto riaprire scenari nuovi, sorprendenti. E tutt’altro che scontati.

Meredith

Rudy Guede è stato condannato con rito abbreviato a 16 anni (dopo una prima condanna a 30 anni in primo grado) per omicidio in concorso presupposto con altri. Che non essendo per sentenza definitiva più esser indicati in Amanda e Raffaele, stringerebbero il cerchio di molto.  E proprio attorno a lui, a Guede.

Sulla scena del crimine infatti, le uniche tracce biologiche erano tutte riconducibili al giovane ivoriano, che ha raccontato dal momento dell’arresto fino al processo diverse versioni riguardo a quella notte di Halloween del 2007, ma che di fondo tornano tutte al fatto che lui è arrivato sulla scena soltanto quando ormai Meredith era agonizzante. Ha detto poi  di aver visto due figure fuggire dalla casa, una riconducibile ad Amanda Knox e l’altra ad un “biondino” che per deduzione logica era stato indicato in Raffaele Sollecito, almeno fino all’ultima sentenza della Cassazione che ha invece scagionato entrambi.

Una confusione mediatica e investigativa che però ha pochi punti certi e probanti: Le tracce di Rudy Guede. Che sono evidentissime nel bagno e anche sul corpo della vittima, oltre alle sue impronte lasciate con il sangue di Meredith contro il muro. Questi due elementi soprattutto lo hanno inchiodato come partecipante attivo all’omicidio. Certo è anche che la spiegazione che Guede ha rilasciato proprio riguardo a quell’impronta è stata ritenuta (dalla Corte che lo ha giudicato) al limite del paradossale, avendo affermato di aver tentato di scrivere un nome che la ragazza in fin di vita gli stava dicendo: «ho pensato di scriverlo sul muro utilizzando il sangue di Meredith per paura di dimenticarmene.»

Rudy è un ragazzo fortunato. Lo è perché tracce di Raffaele non ne sono state trovate e anche quella microtraccia sul gancetto di un reggiseno è stata ritenuta non acquisibile, mentre il DNA di Amanda c’è, ma certo è che non può ritenersi una sorpresa dal momento che la ragazza americana divideva quell’appartamento con Meredith.

Amanda e Raffaele

“È evidente la assoluta mancanza di tracce biologiche riferibili a Sollecito a alla Knox nella stanza dell’omicidio e sul corpo della vittima, mentre si rilevano sul luogo del delitto e sul corpo di Meredith numerose tracce riferibili al Guede”. Così recitano le motivazioni di assoluzione dei due accusati, motivazioni che, nel caso ci fosse stata una revisione del processo, avrebbero potuto costituire un elemento di forte accusa verso il richiedente più che di discolpa. E stando a queste tracce evidenti, al racconto di Rudy che la Corte giudicante ha definito: “Contraddittorio e inattendibile” la richiesta avrebbe potuto tramutarsi in un clamoroso boomerag giudiziario, facendo cadere per paradosso quella correità definita nella sentenza e che avrebbe potuto lasciare solo lui, Rudy, quella sera, con la povera Meredith.

Ma la revisione che lui e i suoi legali chiedevano non c’è stata. Allora sì, non c’è che dire: Rudy Guede è un ragazzo fortunato.

Tra poco sarà un uomo libero. Tra pochissimo.

Mauro Valentini

 

Davide Cervia – ” Il caso C.” diventa un racconto d’immagini

il 12 settembre giorno dell’anniversario del rapimento una mostra per non dimenticare

Davide Cervia, l’esperto di guerra elettronica è stato rapito. Questo è ormai una certezza, come certo è che qualcuno in ambito ministeriale e militare ha depistato le indagini che cercavano di far luce su questo crimine. Certo perché stabilito da un Tribunale pochi mesi fa, a risultato di una dura battaglia legale che la moglie di Davide, Marisa, ha combattuto contro tutto e tutti insieme alla sua famiglia e ai figli per veder riconosciuto il diritto se non alla verità almeno alla dignità.

Locandina dell’evento del 12 settembre

Una storia quella della famiglia Cervia che mi ha sempre viaggiato nella mente e nel cuore da quel 12 settembre del 1990, quando un commando rimasto nei nomi sconosciuto (ma di cui è chiarissima la provenienza e la motivazione)rapì quest’uomo buono davanti casa sua a Velletri. Un rapimento brutale, così definito dai testimoni, che non furono mai ascoltati.

Un rapimento terribile non solo per l’evento in se ma anche per il silenzio e la solitudine in cui sono stati lasciati i suoi familiari. Ma chi sperava di far cadere nell’oblio questa infamia non conosceva evidentemente Marisa Gentile, la moglie di Davide.

E non conosceva Alberto, il papà di Marisa. E non poteva conoscere chiaramente i figli di Davide, allora piccolissimi, che hanno combattuto e combattono per conoscere la verità.

Alfredo Covino (Foto dal sito ufficiale)

Questo percorso, questa ricerca e questa durissima battaglia per aver giustizia è diventata un’idea editoriale visiva, dal titolo “Il Caso C.” presentata a Roma presso le Officine Fotografiche di via Libetta 1 proprio il 12 settembre alle ore 18:30. Un progetto di Alfredo Covino, una mostra di foto e documenti curata da Chiara Capodici che ripercorrerà tutta la vicenda.

All’incontro interverranno oltre a Marisa Gentile, l’avvocato della famiglia Licia D’Amico e il collega Gianluca Cicinelli che ha seguito con cura e attenzione il caso e scritto un libro.

La mostra sarà fruibile fino al 13 settembre presso le Officine Fotografiche con orari: 10:00 – 13:30 e 15:30 – 19:00.

Per informazioni e approfondimenti:

https://www.alfredocovino.com/

https://roma.officinefotografiche.org/appuntamenti/il-caso-c-un-progetto-di-alfredo-covino/

Mauro Valentini

Marisa Gentile in una intervista per il programma “Chi l’ha Visto?”

 

A Bologna le calciatrici hanno smesso di sognare

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” trema davanti al calcio femminile?

Il calcio femminile sembra esser all’anno zero della sua storia, felice come è stato l’impatto della nazionale sul mondiale appena concluso e con l’esplosione di un campionato che ha conquistato la visibilità del grande pubblico. Trasmesso dalle piattaforme a pagamento, con grandi Club come Juventus, Fiorentina e Roma che sono scese in campo per contendersi il primato nazionale anche tra le donne.

La nazionale di calcio femminile.

Ma in una città che è vanto mondiale dell’emancipazione, della cultura e dell’uguaglianza e che anzi ne è da sempre bandiera, ecco che mi arriva una lettera da chi tifa per il Bologna femminile e conosce bene cosa sta accadendo.

È una lettera delicata, piena d’amore per la città, per il calcio e per lo sport.

E io ho deciso di pubblicarla, proteggendo l’anonimato della protagonista di questo sfogo.

“Lo squadrone che tremare il mondo fa” c’è scritto sulla maglia da gioco del Bologna. E possibile che questo squadrone non abbia voglia di mettersi in gioco anche con il calcio femminile? Tremi davanti a queste ragazze appassionate?

Ecco la lettera che ricevo e che volentieri pubblico.

“Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’.  E siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Da quando sei partito, c’è una grossa novità. L’anno vecchio è finito ormai. Ma qualcosa ancora qui non va”

Con queste parole il Dall’Ara saluta il Bologna ogni domenica al termine della propria partita casalinga. Ma proprio queste parole possono essere utilizzate per descrivere lo stato d’animo di un’altra squadra di Bologna.

Nonostante il successo del Mondiale di calcio femminile conclusosi in Francia appena un mese fa, c’è qualcosa che ancora qui non va appunto. Nonostante l’indiscutibile ascesa che il calcio femminile sta vivendo,  Bologna rimane una delle poche società italiane a non credere in questo movimento.

Eppure una squadra femminile a Bologna c’è, partecipa al campionato di Serie C era in B prima della rivoluzione dei campionati del 2018 e fino all’anno scorso ha lottato per le prime posizioni della sua categoria.

Il Bologna femminile

La collaborazione con il settore maschile è nata da pochi anni ma i reali vantaggi sono davvero pochi: la prima squadra femminile infatti non ha dimora fissa per allenamenti e partite, l’abbigliamento messo a disposizione per il femminile viene recuperato dalle squadre maschili degli anni precedenti (con alcune situazione al limite per taglie e dimensioni) per non parlare delle tutele mediche che non ci crederete ma sono spesso a carico delle giocatrici stesse.

Negli anni la società femminile ha provato con le sue forze a sostenere il movimento a Bologna ma proprio ora che i tempi sembrano maturi per una definitiva svolta (si parla addirittura di professionismo per le donne) la proprietà maschile ha optato per un ridimensionamento in termini di investimenti ed obiettivi sportivi.

A Bologna ci sono tante ragazze che vorrebbero portare avanti la propria passione per rappresentare al meglio i colori rossoblu e per trasmettere a chi vuol venire a giocare in questa città che Bologna è una regola, come canta Luca Carboni.

Purtroppo però questo non gli è permesso, perché a Bologna, per le calciatrici di Bologna, non c’è spazio per poter sognare.

Via Poma: 29 anni dopo – Il ricordo di Igor Patruno

Ricevo e volentieri pubblico il pensiero di chi più di altri ha studiato a fondo la triste vicenda di Simonetta Cesaroni

Lui è Igor Patruno, grande giornalista e scrittore. Qualche anno fa ha pubblicato il libro che secondo me è il più completo riguardo questo avvenimento che ha sconvolto il paese: “La ragazza con l’ombrellino rosa” (Edizioni Ponte Sisto). Ecco la sua riflessione riguardo al destino di Simonetta:

Lo scrittore Igor Patruno

Oggi sono ventinove anni dalla morte assurda di Simonetta Cesaroni, la ragazza di periferia uccisa in un palazzo della Roma “bene”.
E in questi ventinove anni l’identità dell’assassino è rimasta inviolata!
Alcuni dei personaggi coinvolti nelle inchieste se ne sono andati, portando nel silenzio assoluto della morte reticenze e omissioni.
Se n’è andato Ermanno Bizzocchi, socio insieme a Volponi, della Reli sas dove la vittima lavorava (in “nero” come è stato stabilito da una sentenza).

Se n’è andato Cesare Valle, l’architetto che abitava ai piani alti della Palazzina B di via Carlo Poma, 2.  
Se n’è andato Pierino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida in mare, in circostanze quanto meno sconcertanti; se n’è andato per cause naturali Salvatore Sibilia, impiegato dell’associazione degli Ostelli (AIAG) e marito di Anita Baldi, che dell’associazione dove Simonetta si recava per lavoro, da circa un mese due volte a settimana, era all’epoca dirigente amministrativo.
Se n’è andato Francesco Caracciolo di Sarno, discusso presidente regionale degli Ostelli, allontanato qualche tempo dopo l’omicidio dalla dirigenza nazionale (come risulta dagli atti dell’inchiesta) per una sospetta gestione di fondi pubblici!
Scomparsi nelle pieghe del tempo altri personaggi che all’epoca fecero parlare molto di sé stessi, primo tra tutti quel tal Roland Voller, ufficialmente commerciante d’auto austriaco, quasi certamente informatore della Polizia, che “suggerì” agli inquirenti la pista Federico Valle (nipote dell’architetto Valle).
Scomparsi anche i due massimi dirigenti della Polizia di Stato, quel Vincenzo Parisi che fece molte pressioni sui suoi sottoposti affinché risolvessero il caso, e quel Umberto Improta che sul finire del 1990 apparve in televisione per chiedere a l’assassino di consegnarsi alla giustizia (perché – disse – ormai sappiamo chi sei).
Scomparso infine il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, che per la verità ha lottato fino alla fine, talvolta sostituendosi agli inquirenti (come quando, di fronte all’assurda mancanza di foto ufficiali della stanza dove la figlia aveva lavorato quel 7 agosto del 1990, andò con il fido avvocato Lucio Molinaro in via Poma e della stanza fece uno schizzo a penna su un foglio a quadretti).
Nonostante i tanti scomparsi io credo che il responsabile del delitto sia ancora in vita! Assicurarlo alla giustizia è – in una società civile – un atto doveroso.
Di lui sappiamo che aveva quasi certamente sangue di gruppo A, che uccidendo si è ferito (o ha avuto comunque una perdita di sangue per epistassi), che ha avuto una ragione, o meglio una occasione, per trovarsi a via Poma e che conosceva la vittima!

La copertina del libro di Patruno

Ho seguito il delitto di via Poma dal 1990.
Ricordo bene quei giorni di agosto, così lontani nel tempo.
Molti anni dopo, mentre ero alle prese con il manoscritto di La ragazza con l’ombrellino rosa, Gianni Borgna, che abitava poco distante dal luogo dell’omicidio, mi raccontò che nel pomeriggio del 7 agosto si era recato al mare, ad Ostia, e che, facendo il bagno, aveva notato su Roma, una lugubre coltre di nubi. Il mattino successivo apprese dell’omicidio leggendo il giornale.
Quando i quotidiani pubblicarono le foto di Simonetta Cesaroni (foto trovate dagli inquirenti nella sua borsetta, insieme a quattro strisce di negativi) si propagò un vero e proprio effetto estraniante.
Provate a pensarci. Le immagini di una bella e giovane ragazza in costume, nel mentre l’estate è al suo apice temporale, suggeriscono situazioni rassicuranti, addirittura piacevoli, poi leggendo i titoli che accompagnano le fotografie tutte le percezioni mutano in un istante. L’alito della morte raggela l’anima.
Da quel momento il delitto di via Poma è divenuto mediatico (o meglio, ha iniziato a divenirlo). E nella mediaticità la figura della vittima – Simonetta Cesaroni – è lentamente impallidita, sopraffatta dalle ipotesi, dai particolari raccapriccianti, dagli sviluppi delle indagini, dai fallimenti delle indagini, dalle tante riaperture delle indagini, dai processi, dalle perizie, dalle superperizie…


Anche per questo, nei miei interventi pubblici, ho spesso cercato di ricordare la figura di questa ragazza, nel pieno della giovinezza, forse delusa dal comportamento del suo fidanzato, forse preoccupata per la precarietà del suo lavoro, ma affamata di vita.
Anche per questo, pur avendo scritto un libro che ha avuto un incredibile successo e che a distanza di dieci anni (è uscito nel 2009) continua ad essere ristampato e venduto, mi sono spesso tenuto in disparte, prediligendo solo quegli incontri, quegli inviti (come ad esempio quello a Chi l’ha visto? e Storie) dove fosse possibile approfondire con il rispetto dovuto ad una giovane vita spezzata, cancellata dal tempo per chissà quale assurdo movente.
Igor Patruno

 

L’ennesima di Alì il killer

Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi: «Agca la smetta di arrecare dolore!»

Appena si riaprono scenari importanti che riguardano la sorte di Emanuela Orlandi, ecco che tornano le inutili esternazioni di un killer. Di quel killer che, dal 1981 a oggi, ha trovato una ribalta mediatica che nessuno gli avrebbe mai potuto garantire. Se non l’Italia.

Laura Sgrò con Pietro Orlandi

Siamo in una fase cruciale della vicenda, siamo alla prima apertura di credito e d’indagine da parte della Gendarmeria Vaticana verso la scomparsa della loro cittadina Emanuela. Quelle tombe vuote sembrano lanciare segnali che qualcuno potrebbe cogliere. Ci sono ossa umane, le ennesime dopo quelle trovate nella cripta di Sant’Apollinaire e dopo quelle della Nunziatura di via Po. Ci sono fragili rapporti che si stanno ritessendo e che forse potrebbero portare a una verità…  E lui cosa fa? Arriva puntuale come il cannone del Gianicolo a mezzogiorno e ne spara un’altra.

Alì il killer, scrive una lettera che consegna alla stampa attraverso il suo legale per raccontare la sua. E la cantilena è sempre la stessa:

“Emanuela Orlandi è viva e sta bene da 36 anni. Emanuela Orlandi non ha mai subito nessuna violenza. Anzi è stata trattata bene sempre. Papa Francesco ha detto a Pietro Orlandi: ‘Se Emanuela si trova in cielo dobbiamo pregare per Lei’ – aggiunge, a proposito di un breve incontro tra il Pontefice e il fratello di Emanuela -. Questa dichiarazione normalissima del Papa fu manipolata e fatto un film di menzogna intitolato ‘Verità è in cielo'”. “Basta con menzogne e calunnie contro i morti come il prelato Marcinkus e Enrico de Pedis e altre persone innocenti. Io invito la CIA a rivelare i suoi documenti segreti sull’intrigo Emanuela Orlandi, confessando anche la responsabilità diretta della CIA su quel complesso di intrighi internazionali degli anni 1980. Ci sono molte cose da dire ma per adesso devo limitare il discorso”.

Il Papa e Alì

Rassegniamoci quindi all’ennesima puntata. La prima fu a luglio 1983: La ricordate?  L’ho contestualizzata nel mio libro su Mirella Gregori. E ve la riporto: «Sono contro questa azione criminosa! Sono per la ragazza innocente, sono con la famiglia che sente dolore, sono con il Vaticano e sono con l’Italia. Ammiro l’Italia, sto bene qui, liberate la ragazza senza condizioni!»

L’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, da me contattata in questi minuti, giudica duramente questa ennesima sortita: «Alì Agca dovrebbe smetterla di arrecare dolore alla gente. Credo che lo abbia già fatto abbastanza. Riteniamo Agca assolutamente inattendibile e reputiamo che la stampa avrebbe dovuto ignorare dichiarazioni di tale portata che portano alla ribalta un personaggio quantomeno discutibile. Se poi» chiosa la legale: «Agca ha delle prove concrete sulle sorti di Emanuela le metta a disposizione dell’autorità giudiziaria. In caso contrario abbia la decenza di tacere!»

Tacerà? “Ci saranno altre cose da dire” scrive in quella sua lettera. Molto bene … Sappiamo che non lo farà

Si accomodi dunque signor Alì il killer. Troverà ancora qualcuno disposto a pubblicare le sue parole. Ora come allora.

Mauro Valentini

In memoria di Ustica (di Fabio Mundadori)

La storia di un viaggio

Un viaggio lungo ventisei anni, un viaggio che all’improvviso assume le sembianze di in un incubo.
E negli incubi le cose non appaiono mai come sono davvero: gli eventi non sembrano mai così reali, i suoni sono sempre distorti, poco riconoscibili.
Gli incubi sono sogni come tutti gli altri: mosaici prodotti dal nostro inconscio che tenta di comunicarci qualcosa, a volte lo capiamo altre no, in ogni caso restano chiusi nella nostra mente.
Poi succede che alcuni incubi vengano a cercarci ed entrino nella nostra vita e per quanto possiamo desiderarlo non siamo sul set di un film.
Il viaggio inizia il 27 giugno 1980.
Alle 20 e 08, il volo IH 870 decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna, destinazione Palermo; non vi giungerà mai: il DC9 della ITAVIA scomparirà improvvisamente dai radar cinquantuno minuti dopo. I suoi resti verranno ritrovati al largo dell’isola di Ustica.
Da quel momento in poi, come in un incubo, nulla sarà come sembra.
E sembra un disastro aereo come tanti, una tragedia voluta dal destino, l’effetto un cedimento strutturale che ha spezzato in due il velivolo: crude definizioni che con il passare delle ore appaiono sempre meno aderenti alla realtà.
Ricordo distintamente le immagini mandate in onda dal TG1 a ridosso della tragedia: quelle della calca dei parenti in attesa all’aeroporto di Punta Raisi, quelle del corpo di una delle vittime più giovani che fuoriuscita dalla carlinga riaffiorava sul pelo dell’acqua.
Nei giorni immediatamente successivi si aggiungono al quadro complessivo nuovi inquietanti elementi: nel giorno del funerale delle vittime Gheddafi commissiona la pubblicazione di un necrologio in favore delle vittime sul giornale di Sicilia, ventuno giorni dopo il disastro un Mig libico viene ritrovato sull’altopiano della Sila; nonostante queste circostanze al termine dell’inchiesta aperta dalla magistratura il responso sarà comunque: disastro aereo.
Un responso che rimarrà incontrovertito per nove lunghi anni quando per la prima volta, a seguito della relazione del primo collegio peritale nominato solo quattro anni prima, viene pronunciata la parola strage.
Il verdetto della Corte di Cassazione che stabilisce che a distruggere il DC9 non fu un cedimento strutturale, ma un missile aria-aria è storia dei giorni nostri.
Come per la strage del 2 agosto la giustizia ha ottenuto un risultato solo parziale condannando i colpevoli istituzionali, i Ministeri dei trasporti e della difesa, non ha saputo però dare un nome agli “esecutori materiali”: a oggi su chi abbia sganciato quel missile abbiamo solo ipotesi, vaghe ammissioni mai surrogate da prove.
L’unica cosa che ci rimane sono i resti di un incubo.
Al tempo, come per tutti i disastri aerei, la notizia tenne banco sulle prime pagine solo a ridosso dell’accaduto per scivolare in fretta nelle pagine interne nei mesi successivi. Un unico sussulto si ebbe in occasione del ritrovamento del caccia libico: chi in quei giorni tentò di mettere in relazione i due fatti, fu tacciato nel migliore dei casi di eccessiva fantasia.
Una cortina di silenzio e dissimulazione calò sul disastro e per, me come per molti, quella tragedia restò a lungo solo un fatto di cronaca, uno dei tanti misteri irrisolti.
Sempre attraverso la cronaca, negli anni ho assistito agli sforzi tenaci profusi da esponenti di spicco della cultura, della politica e soprattutto dall’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per dissipare quella cortina.
Poi è venuto il giorno in cui giorno ho messo piede nel Museo della memoria per la strage di Ustica.
Dal 1987 al 1991 i frammenti del DC9 precipitato vengono recuperati dal fondale del Tirreno e successivamente assemblati in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di mare, dove resteranno fino al 2006 quando terminerà l’istruttoria condotta dal giudice Priore.
Sarà proprio grazie alle perizie effettuate su quei resti che verrà smascherato il depistaggio più reiterato della storia d’Italia.
A quel punto il relitto cessa la sua funzione di prova oggettiva, ma per l’associazione parenti delle vittime è impensabile che venga smaltito come un normale rifiuto: per ognuno di loro è la manifestazione tangibile di una verità ritrovata, per ognuno di loro è un simbolo.
Il relitto viene smontato e il volo ITAVIA IH 870 inizia, 26 lunghi anni dopo, il suo viaggio di ritorno.

Il viaggio del DC9

Trasportato a Bologna, quello che fino a quel momento è stato un ammasso di frammenti numerati e catalogati, diviene il nucleo attorno al quale l’artista francese Christian Boltanski realizzerà l’installazione permanente che prende il nome di Museo per la memoria di Ustica.

Quando varchi la soglia del museo e affronti la mole di quel gigante ferito è come se qualcosa mettesse in discussione la realtà stessa, come se la forza emanata dal relitto piegasse il tempo e lo spazio, aprendo un varco verso una dimensione onirica.
Sulla tua testa ottantuno lampade a incandescenza, una per ogni vittima, si accendono e si spengono con il ritmo di un incessante respiro luminoso, perché se la vita può cessare la memoria deve restare per sempre.
Alle pareti del ballatoio sopraelevato, che corre lungo tutto il perimetro della stanza principale, sono invece appese le cornici dedicate alle vittime: nessun volto, nessuna immagine, solo superfici completamente nere, traslucide dove chi guarda può vedere la propria immagine riflessa. Da dietro quelle cornici, la voce che Boltanski ha immaginato per ognuna delle persone scomparse, ci sussurra i propri pensieri di gente comune, pensieri rivolti alla vita, alla quotidianità, ai progetti per un futuro che non è stato concesso.
Quei sussurri sono la colonna sonora che accompagna la tua permanenza all’interno del museo, le guide che conducono per mano le tue emozioni e allora il pensiero torna a loro alle vittime e di loro ci resta solo la memoria, una memoria che parla.

*Fabio Mundadori è nato a Bologna, Scrittore e giallista. Il suo ultimo libro: Occhi Viola – La prima indagine di Luca Sammarchi (Bacchilega editore – Collana Zero) sarà in uscita a luglio 2019  

Rodolfo Cubeta – Personale pittorica a Roma

«L’arte per me è passione, ricerca, sperimentazione. Interesse al mondo contemporaneo, conoscenza, umiltà e tanto, tanto lavoro!» (Rodolfo Cubeta)

 

La Locasndina della Personale

Una personale che si propone come bilancio di una vita dedicata all’arte, ma proiettata già verso un futuro nuovo di sperimentazione e di nuove idee. Rodolfo Cubeta presenta le sue opere presso la Galleria d’Arte: “Aart’è Gene” di via Bellinzona 12 a Roma. Opere, le sue, che hanno ricevuto in questi anni di attività il plauso di esperti e di amanti dell’espressione pittorica. L’energia e il suo poliedrico approccio artistico emergono chiare e vivide nelle opere che, dal 15 al 20 giugno saranno raccolte in questa personale molto attesa.

Di lui ha così scritto Nicolina Bianchi, direttrice di Segni d’Arte e affermata critica: “Senza compiacimenti intellettualistici, Cubeta afferma ancora oggi valori universali di bellezza, proponendo opere stimolanti, luminose e ben armonizzate sia nel contenuto che nella stesura cromatica”

RODOLFO CUBETA – PERSONALE PITTORICA – Galleria d’Arte: “Aart’è Gene” di via Bellinzona 12 Roma – Dal 15 al 20 giugno dalle ore 16:00 alle 20:00

Mappa

https://goo.gl/maps/pHqzjF8wXALMWSkX7

 

In ricordo di Niki Lauda – Il mio racconto di RUSH

Ron Howard racconta il mito della Formula 1

Ero presente alla presentazione in prima mondiale di RUSH. 

E Ron Howard così sintetizzò in conferenza stampa la sua visione dell’eroe; sia esso un astronauta, un famoso matematico o un grande pilota di Formula 1, quello che più nel suo cinema risulta vincente è questo legame che il pubblico scopre con i personaggi, le loro debolezze e la loro “normalità” al servizio dell’eccesso e del successo.

Nei miei film racconto uomini che si trovano in situazioni particolari da esser considerati degli eroi. E attraverso le loro vite che gli spettatori scoprono i loro lati umani e si riconoscono con essi

Locandina del film

Rush” è proprio questo, il racconto di quei sei anni di vita di due straordinari piloti come James Hunt e Niki Lauda che si contesero nelle loro monoposto un primato che era molto di più di un campionato del mondo, appassionando tra commedia e tragedia non solo gli appassionati di motori ma il mondo intero.

Così diversi questi due campioni, l’Inglese Hunt, bello ed eccessivo, a contendersi la pole position a Lauda, austriaco glaciale e pragmatico, in quel fatidico campionato del 1976, da dove il film parte e arriva.

Una storia in cui i due protagonisti si sfiorano con le loro ruote a trecento all’ora, rivali anche fuori dalla pista, in un gioco di contrapposizioni che subito appassiona e rapisce.

Il contrasto tra l’eroe inglese che vive come una rockstar e l’austriaco cosi sicuro di se da pretendere di dettar legge (e di vincere) nell’officina della scuderia più famosa al mondo sono il “motore” narrativo di Howard, che confeziona un film bellissimo rimanendo in perfetto equilibrio tra racconto sportivo e avvincenti storie di amori e passioni.

Tutto è curato in maniera straordinaria dal regista, coadiuvato da uno sceneggiatore come Peter Morgan, un artista quando si tratta di narrare la cronaca esaltandone l’enfasi, come fu per il meraviglioso “The Queen” per esempio; Morgan ha curato ogni dettaglio insieme a Howard, hanno ascoltato tutto quello che Niki Lauda poteva ricordare di quell’incredibile periodo, arricchendo la sceneggiatura di aneddoti e notizie su James Hunt che nel frattempo è morto di eccessi come amava vivere.

Niki Lauda e James Hunt in una foto del 1979

E poi un tecnicismo cinematografico straordinario, con una fotografia e un colore che richiamano i film dell’epoca, la cinepresa montata sui caschi dei piloti per portare lo spettatore “dentro” la monoposto, una ricostruzione da collezionisti di quei bolidi folli e pericolosissimi e di tutto il contorno che costituiva “la scenografia” degli autodromi,dalle auto alle pubblicità dell’epoca finanche agli ombrellini delle hostess che proteggevano i piloti.

Raccontare di più della trama seppur già scritta nella storia dello sport sarebbe svelare a chi non lo conosce un epilogo emozionante di questo film che corre su un “circuito” fatto di curve e di passioni, di vittorie sotto la bandiera a scacchi e di sconfitte nella vita.

Curato dunque ogni dettaglio scenico e storico, quello che Ron Howard riesce a trasporre però è la contraddizione dell’uomo e dell’eroe che si cela in esso, le rinunce e le sconfitte in cui la vita ti fa inciampare mentre stai puntando il successo, ed è in questo continuo rincorrersi e disprezzarsi che i due protagonisti si ritroveranno imparando a sorridere degli eccessi dell’altro.

Il cast è magnifico, Chris Hemsworth è un Hunt perfetto, bello ribelle e inaccessibile nei pensieri più profondi, una prova che lo sdoganerà speriamo per lui da un certo cinema alla Marvel, mentre Daniel Bruhl ha dovuto trasfigurarsi nel vero senso della parola in Lauda, con un trucco incredibilmente realista e spietato ( chi ha potuto conoscere il vero Lauda rimarrà stupito) pur ritagliandosi una grande prova d’attore, che emerge dentro quella “copia perfetta” del volto del famoso pilota.

Bene Alexandra Maria Lara nel ruolo della “Frau Lauda”, altera e dignitosamente forte anche davanti a momenti difficili, molto bene il nostro Pier Francesco Favino, nella parte di un Clay Regazzoni sornione e intenso, che in una pausa della conferenza stampa ci dice che“ Quando sei diretto da uomo come Ron Howard beh, ogni cosa, anche quella che ti appare come difficile di colpo diventa facile, naturale

La colonna sonora di Hans Zimmer è superba, tra incalzanti melodie che quasi “rombano” insieme alla storia intervallata da una playling list da far sobbalzare di gioia anche il più sofisticato degli amanti del rock anni 70.

Un grande film dunque, una lezione di stile, di scrittura e ripresa, un capolavoro che si consegna alla storia del Cinema di sempre.

TRAILER UFFICIALE

Mauro Valentini

«Fare Rete!» A colloquio con Giuliana Perrotta nuovo Commissario per le persone scomparse

Giovedì 9 maggio, si è svolto un incontro tra una delegazione di Penelope Lazio Onlus e la Prefetto Giuliana Perrotta, da poche settimane nominata Commissario straordinario per le persone scomparse. L’occasione ci ha permesso di poter ascoltare dalla sua viva voce quali siano le sue prime idee riguardo all’azione da svolgere nel suo mandato. «Per prima cosa ho convocato per il giorno 21 maggio tutte le associazioni, tra cui la vostra, che si occupano a vario titolo del terribile fenomeno degli scomparsi, per conoscerci meglio e perché credo che ci sia bisogno subito di una sorta di”Consulta” che interagisca con il Commissario e che sia di coordinamento. Ritengo infatti che sia necessario “fare Rete”. Solo così potremmo collaborare fattivamente per aiutare chi si trova in queste situazioni di difficoltà.»

L’idea della Prefetto Perrotta è anche quella di coinvolgere gli studenti delle scuole italiane, un modo anche per far conoscere questo Istituto del Governo che, parole della Prefetto: «spesso molti cittadini ancora non conoscono.»

«Tanto di cappello al legislatore per aver istituito questa figura in Italia» ha detto con riferimento alla legge 203 del 2012: «Ora però dobbiamo lavorare per esser conseguenziali ed efficaci. Molto è stato fatto ma manca ancora qualcosa. Lavoreremo per questo e conto soprattutto sulla vostra vicinanza e collaborazione.»

Perrotta ha voluto ribadire con chiarezza quanto sia motivata e impaziente di operare per il bene delle famiglie degli scomparsi: «Voglio incidere e dare un senso alla mia presenza. Uniamo le forze.»

Per informazioni sulle attività del Commissario e per consultare leggi e elenco cadaveri non identificati:

Sito istituzionale Commissario Persone Scomparse

Mauro Valentini

Mirella Gregori. Vogliamo la verità

36 anni di attese, indagini mai iniziate e truffatori della peggior specie

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?»

Quando ho iniziato il percorso del ricordo insieme ad Antonietta, la sorella di Mirella, quasi un anno fa, questa è stata la frase che mi ha colpito di più, la prima di un diluvio di ricordi e di notizie, di atti   d’indagine (pochi) e di mancanze investigative (troppe).

Tutto quello che ci siamo detti e tutto quello che abbiamo scoperto lo abbiamo trasformato in un libro, in una cronaca piena di dolore, è vero, ma anche di tanto amore per Mirella, per Paolo e per Vittoria, per quella famiglia che era e che da quel 7 maggio non è più stata.

 

Mirella pochi giorni prima di scomparire

Perché non si è cercata subito Mirella? Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria? Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di mamma Vittoria, che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse l’Affaire Orlandi non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni dei pochi amici che Mirella aveva, dei pochissimi che potevano permettersi di chiamarla sotto casa e farla scendere? Di quella manciata di nomi che enunciati al citofono potevano indurla a cadere nella trappola?

Dopo 36 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascerà mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Ed io con lei. Vogliamo la verità. Chi ha commesso questo orrore deve sapere che prima o poi arriveremo da lui. E che un atto di coscienza, un atto di clemenza verso chi ha amato Mirella, seppur tardivo, sarebbe doveroso. Ora!

Antonietta Gregori

Questo libro, questo articolo è dedicato ad Antonietta, perché è lei che con orgoglio ha portato e porta ancora addosso lo sguardo di Mirella, una ragazza come tante, con mille sogni interrotti un pomeriggio di maggio del 1983 per mano di chi ha commesso non un reato ma un sacrilegio. Che non può rimanere impunito.

Cara Mirella, questa è una promessa: Antonietta e con lei noi di Penelope, non ci fermeremo mai.

Come scrive nella postfazione del libro il nostro Presidente Antonio Maria La Scala:

«Questi fascicoli vanno riaperti, e vanno riaperti i sarcofaghi prima che sia troppo tardi. Perché non si possono lasciare nell’oblio migliaia di famiglie. Chi dimentica cancella, e noi non dimentichiamo!»

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro: Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa (Sovera)