Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

A proposito delle scarpe di Lidl

Il fenomeno che scatena il web. E una riflessione perfetta della scrittrice Simona Baldelli

Ne abbiamo lette di tutti i colori, abbiamo rimbalzato meme spiritose e riflessioni al vetriolo su questi comportamenti di massa.

Io sono rimasto abbagliato da questa analisi di Simona Baldelli* che pubblico con il suo consenso e che secondo me spiega perfettamente cosa sta accadendo e purtroppo è accaduto.

(*Simona Baldelli è una scrittrice e una drammaturga di Pesaro. Ha pubblicato tra gli altri: “Evelina e le fate” (Giunti) e “Vicolo dell’immaginario” (Sellerio) – Prossima uscita a fine novembre sempre per Sellerio: “Fiaba di Natale”

Meme tra le tante del Web

Se fossi il responsabile della comunicazione di una nota rete di supermercati, assai popolare, come i suoi prezzi, e dovessi farmi venire in mente una campagna pubblicitaria a costo zero, o quasi (perché se investissi tanti soldi in pubblicità non mi potrei più permettere i prezzi popolari dei miei prodotti), dovrei trovare il modo di fare le nozze coi fichi secchi, come si dice dalle mie parti.
Poniamo quindi che l’azienda metta sul mercato, per esempio, delle scarpe da ginnastica di qualità medio bassa, ma con un prezzo appetibile, soprattutto per la clientela di riferimento e, come ogni articolo ben pubblicizzato sui suoi volantini, e per di più con i colori del logo (che fanno simpatia fra i clienti fidelizzati), vendessero bene.
Quelle scarpe, così come altri articoli di quell’azienda, andrebbero esaurite in pochi giorni.
Il responsabile della comunicazione potrebbe, allora, suggerire ai negozi della catena:
“Ehi, li avete un po’ di amici disposti a farsi fotografare in fila all’ingresso e poi davanti allo scaffale di quelle scarpe?”
“Vanno bene anche i parenti?”
“Certo”.
“Posso dirlo anche a zia Adelina? Sai, ha otto figli…”
“Ottimo”.
Poniamo, a questo punto, che il responsabile della comunicazione si faccia mandare quelle foto, e intenda pubblicarle sui social della catena di supermercati.
“Sai che novità” obietterebbe l’amministratore delegato. “Sui nostri profili non facciamo altro che mettere foto dei nostri articoli e della clientela… e dovrei pagarti (quei due spicci che ti do) per questa bella pensata?”
“Aspetta e lasciami fare” risponderebbe il responsabile della comunicazione. “Piuttosto dite ai direttori delle filiali di togliere dagli scaffali le scarpe che rimangono”.
“Ma perché? Il nostro scopo è vendere. Sta’ a vedere che ti riduco lo stipendio e di quei pochi spicci che ora prendi, te ne do la metà” insisterebbe l’amministratore delegato.
“Aspetta, ti dico”.
A quel punto, se fossi il responsabile della comunicazione, attraverso account farlocchi (chi non li ha?) comincerei a pubblicare offerte delle suddette scarpe sulle varie piattaforme di commercio online. E a prezzi altissimi. Le trasformerei in un oggetto di culto, quasi irraggiungibile.
Che rischio correrei? Nessuno, tutt’al più non le vendo ma, confidando nella religiosa meticolosità con cui tutti condividono qualsiasi cosa purché un po’ bizzarra, e nella tendenza dell’utente medio di comportarsi da gaggiotto (i gaggiotti, sempre dalle mie parti, sono gli uccellini ancora implumi che aspettano a becco aperto il cibo premasticato dai genitori) come minimo otterrei che i colori e il logo dell’azienda venissero spammati urbi et orbi. Pure se, chi condivide, ci ride su (nel bene o nel male, purché se ne parli, diceva il buon Oscar).
“Ma tu guarda la gente come abbocca!” direbbero, infatti, gli spammatori.
In ogni caso, se fossi il responsabile della comunicazione di quella catena, avrei portato a casa un bel po’ di pubblicità, (visibilità, se preferiamo) e a costo zero. E quei due spicci, me li sarei più che guadagnati.
Se fossi il responsabile della comunicazione di una catena di supermercati, appunto.
Ma non lo sono, io mi limito a inventare storie.
A proposito, il logo di quella catena, anche oggi è “trend topic”?

Scritto di Simona Baldelli pubblicato su Facebook

 

Pasolini – Il poeta ucciso dal potere

45 anni fa l’omicidio dell’artista più controverso del secolo. Un omicidio premeditato

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno. Il poeta dovrebbere essere sacro!”

Alberto Moravia così salutava, in una orazione funebre diventata un pezzo di storia della letteratura italiana, l’amico e l’artista Pasolini. Il caro Pierpaolo, che era stato poche ore prima non soltanto ucciso ma vilipeso nel corpo e nella dignità da una ricostruzione giornalistica e giudiziaria infamante e evidentemente falsa già a rileggerla con gli occhi dell’epoca. Anche senza le carte processuali e l’autopsia e le perizie che si susseguiranno poi.

Troppo assurdo eppur troppo comodo per molti chiuderla così. Infangare Pasolini lasciandolo nel fango di quel campo schifoso dell’Idroscalo.

Una vita, quella del poeta, che in tutti questi anni si è calcolata con il metro della sua morte tragica. Disperdendo purtroppo quello che Pasolini è stato per la cultura e il sapere italiano. Quel suo saper esser tratto di unione tra la orgogliosa stagione del Neorealismo del dopoguerra e l’espressione più alta e lirica della delusione sociale, politica e m0rale degli anni del post boom economico.

Un testimone attivo, non soltanto un narratore di quel disfacimento morale e di quei rigurgiti autoritaristi che legano con un filo nero le trame che partono dall’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, passanndo per le bombe di Milano e di Brescia, fino ad arrivare all’omicidio eccellente, necessario a chi di quella strategia del terrore e del rovesciamento dello stato democratico ne teneva le fila.

Perchè a distanza di qurantacinque anni, la convinzione che Pier Paolo Pasolini fosse un pericolo non solo politico ma giudiziario per qualcuno è forte. Logica e direi evidente.

Si è parlato di Mattei, e certo non può esser un caso se l’ultim opera incompiuta di Pasolini si intitola Petrolio. E che dentro questa opera sontuosa e accusatoria di quel potere feroce e senza scrupoli manchi quello che l’artista aveva titolato: Appunto 21 – Lampi sull’ENI. Quei lampi che, con molta probabilità, gli sono costati la morte.

Perché quella notte si è perpetrato un omicidio. Un omicidio premeditato. Possiamo davvero credere che abbia fatto tutto uno come Pino Pelosi detto la rana?  Possiamo credere alla storia di un Pasolini che, con le disponibilità e le possibilità che aveva, decide di far venti chilometri quella notte per andare ad appartarsi proprio lì, all’Idroscalo, in quel viaggio senza senso. Insensato come insensata fu la ricostruzione del suo “assassino” e degli inquirenti che gli hanno addirittura creduto.

Qualcuno aveva deciso che questo lucido analista lirico e dolente dello scempio che si stava perpretando nella società italiana andava fatto tacere per sempre, facendolo tacere anche da morto insozzandolo con l’onta di una morte immorale.

E invece, io penso che Pier Paolo sia stato rapito quella notte a Roma da qualcuno che lo ha costretto sotto minaccia ad arrivare con la sua macchina fino a quel campo di calcio melmoso e lurido. Che con l’esca Pelosi a far da spettatore lo si sia pestato a morte chissà in quanti. Che lo abbiano spogliato di dignità e senza nessuna pietà si siano accaniti sul suo corpo vigoroso e coraggioso. E che poi ci abbiano raccontato questa sciocchezza della prestazione sessuale e del rifiuto e di tutte quelle scemenze che abbiamo letto in quegli anni e che ancora sono storia purtroppo.

Lo hanno ucciso così. E conoscerne l’evidenza e non vederla riconosciuta ancora dopo tanti anni almeno dalla storia se non dalla Giustizia, rende ancora più doloroso il sacrificio di un uomo che guardava al futuro e cercava di raccontarlo con le sue opere e che scriveva, all’indomani delle stragi nere del 1974, queste parole che suonano ancora intatte come allora:

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 
Io so. Ma non ho le prove.”

Mauro Valentini

Processo Vannini – Cosa dirà Viola?

Il 9 settembre inizia il secondo processo d’Appello per la morte di Marco con un’unica teste chiamata a rispondere

Ricomincia il processo Vannini. L’assurda morte di Marco avrà quindi un ulteriore passaggio giudiziario, come ha deciso la Cassazione nella sua pronuncia del 7 febbraio 2020.

Unica teste ammessa Viola Giorgini, presente in quella casa quando tutto quello che non doveva accadere è accaduto e scagionata dai reati a lei ascritti sia in primo che in secondo grado.

Non sappiamo (e forse non si comprenderà neanche durante il processo) quale siano state le motivazioni degli avvocati della difesa dei Ciontoli che li hanno indotti a rimetter al centro della scena Viola, che era uscita indenne da tutto. Cosa possa averli spinti a farle ripercorrere tutto l’iter giudiziario seppur da teste. Magari ci sorprenderà, magari racconterà un’altra verità?

Nel libro che ho scritto insieme a Marina, dal titolo: Mio figlio Marco – La verità sul caso Vannini  (Armando Editore) riporto due frasi che Viola pronuncia durante l’intercettazione ambientale del 18 maggio in caserma a Civitavecchia. Sono passate poche ore dalla tragedia e lei, parlando con Federico e Martina dice: “… Se fosse rimasto vivo sarebbe rimastro handicappato”. E subito dopo, incalzata da Martina, dirà ancora: “Secondo me sarebbe rimasto con qualche ritardo. Quindi Marti, una cosa bruttissima te la immagini la sua vita con qualche ritardo? Si sarebbe ucciso lo stesso”. 

Come faceva Viola a ipotizzare già in quella sede, senza autopsia (che arriverà un mese dopo) tutti quei danni permanenti su Marco, quando lei pensava fosse soltanto un “COLPO D’ARIA” così come le aveva riferito Ciontoli padre?

Un colpo d’aria. E del resto Viola lo spiega anche alla sua amica al telefono pochi giorni dopo (pagina 111) : “Noi eravamo convinti che fosse un colpo d’aria, perchè sai, resta un’aria nella pistola e quando tu spari esce aria.”

Come è possibile che un colpo d’aria possa lasciare handicappato per sempre un ragazzo forte e sano come Marco? Forse qualcuno in questo processo chiederà a Viola come mai, pur avendo compreso la gravità di quelle condizioni, come lei stessa afferma non sapendo di esser intercettata, poi non si è attivata per i soccorsi? Come mai dichiara poi che quel malessere fosse solo una conseguenza della paura di Marco. Da curare con acqua e zucchero e con le gambe alzate.

Lo spiegherà? Ce lo auguriamo. Per la verità, Per Marina e Valerio.

E per Marco.

A cui va come sempre il mio pensiero più dolce.

Mauro Valentini

 

«Cercherò sempre mia sorella Mirella»

37 anni di assenza. Maria Antonietta Gregori vuole la verità

Era il 7 maggio del 1983. Una citofonata. E Mirella scende di casa per sparire. Sono passati 37 anni e le domande sono sempre quelle. Quelle domande a cui nessuno per pochezza investigativa, per supponenza e presunzione  ha mai risposto. E che ancora risuonano nel vuoto di quel portone da cui Mirella esce quel pomeriggio per non tornare più.

Il primo articolo che parla della scomparsa di Mirella

Perché non si è cercata subito Mirella?
Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria?
Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di Vittoria, la mamma di Mirella Gregori che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse “l’Affaire Orlandi” non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni di quell’Alessandro che Mirella dice esser al citofono in quei momenti che precedono la scomparsa e dei pochi amici che Mirella aveva?
Gli alibi di quella misera manciata di nomi che potevano carpire la fiducia di Mirella e gettarla in una trappola?

Dopo 37 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascia mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Vuole la verità. Vogliamo tutti che chi ha commesso questo orrore paghi una volta per tutte. E vogliamo che chi è a conoscenza del tragico destino di Mirella parli. Finalmente.

Abbiamo girato insieme l’Italia io e Maria Antonietta, portando la sua testimonianza e il mio libro a un pubblico sempre più grande. Sempre attento e partecipe: «Lo devo a mia sorella. E ai miei genitori che finché hanno avuto forza l’hanno cercata come il primo giorno. Come quel 7 maggio 1983. E non mi fermerò mai.»

Maria Antonietta Gregori

Ci sono tra i fascicoli archiviati in Procura molte pagine mai analizzate dagli inquirenti. In quelle pagine, siamo convinti, c’è il tassello mancante che potrebbe portare alla verità.

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?» Questo diceva Maria Antonietta un anno fa. Questo ripete ancora oggi.

La verità. Nient’altro che la verità. Lo dobbiamo a Mirella e lo dobbiamo anche ai tanti volti senza nome che mancano da anni alle loro famiglie.

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro:
Mirella Gregori. Cronaca di una scomparsa

La copertina del libro Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa

 

Emanuela Orlandi – Il Vaticano non ha mai smesso di archiviare

«Una giornata di vergogna, una delle tante.» Il commento dell’avv. Laura Sgrò

Ci risiamo! Il procedimento relativo alla presunta sepoltura della povera Emanuela in Vaticano, presso il cimitero Teutonico, è stato archiviato. Il Giudice Unico dello Stato ha accolto la richiesta dell’Ufficio del Promotore di Giustizia. Lo rende noto un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede riportato da AGI e poi rimbalzato su tutti i quotidiani.

Un procedimento aperto nell’estate scorsa, dopo la denuncia dei familiari di Emanuela, a seguito della quale il Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e il suo aggiunto, Alessandro Diddi, avevano autorizzato l’accesso a due tombe ubicate all’interno del Cimitero Teutonico.

Sembrava una apertura, una prima apertura da parte degli organi di Giustizia della Santa Sede che dopo 36 anni di silenzio si erano forse accorti che Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, era scomparsa per mano di qualcuno. Sembrava… Ma non era così nemmeno stavolta.”I frammenti rinvenuti sono databili ad epoca anteriore alla scomparsa della povera Emanuela: i più recenti risalgono ad almeno cento anni fa”. Una valutazione sbalorditiva, fatta non in laboratorio ma solo per esperienza e che porta immediatamente all’archiviazione, chiudendo alla velocità della luce il loro primo fascicolo aperto sul caso. O almeno l’unico ufficiale perchè appare improbabile che nessuno abbia mai fatto indagini in segreto sulla vicenda, che ha coinvolto a più riprese il Papa e i suoi collaboratori più stretti) e per la quale l’autorità vaticana, spiega la nota con malcelato paradosso: ha offerto, sin dall’inizio, la più ampia collaborazione. E proprio in questo spirito” continua la nota: il provvedimento di archiviazione lascia alla famiglia Orlandi di procedere, privatamente, ad eventuali ulteriori accertamenti su alcuni frammenti già repertati e custoditi, in contenitori sigillati, presso la Gendarmeria”.

Rileggo la nota con Laura Sgrò, la legale che per conto della famiglia Orlandi segue da anni ormai la vicenda e il suo commento è durissimo:

 

Laura Sgrò con Pietro Orlandi (Farodiroma.it)

«Francamente siamo sbalorditi. Si ricorda che il riscontro “analitico” da parte del consulente della Santa Sede è avvenuto solo visivamente, senza applicare alcuna strumentazione, nemmeno in un minimo campione dei resti ossei indicati dalla Parte Offesa. Le indicazioni suggerite dai consulenti della Fam.Orlandi, dottor Giorgio Portera e Laura Donato, non hanno avuto alcun seguito, pur avendo gli stessi indicato protocolli e pubblicazioni riconosciuti a livello internazionale, dove viene indicato il metodo del radio carbonio come unico riscontro certo.»
C’è poi quella “concessione” di valutare privatamente i resti che lascia sgomenti, rimandando quindi all’azione privata della famiglia, lasciandola quindi sola ancora una volta: «Proprio così. Perchè concedere la possibilità di eseguire analisi forensi a spese degli Orlandi non è assolutamente condivisibile ed attuabile. Si tratta di approfondimenti costosi e probabilmente non siamo in presenza di costi sostenibili dalla famiglia stessa. Archiviare un’indagine forense del genere dopo aver visto solamente le ossa è evidentemente non condivisibile.

Peraltro tutto avviene, dopo dieci mesi dalle nostre richieste, in piena emergenza Covid.»
Un’amarezza che non può che esser condivisa da chi in questi anni si è battuto per la verità su quello che è stato in destino tremendo di una ragazzina di soli 15 anni, strappata agli affetti senza che nessuna delle autorità vaticane abbia mai davvero mostrato interesse: «Scrivono “piena collaborazione” da parte della Santa Sede, ma non mi sento di condividere tale affermazione.
È stata scritta una giornata di vergogna, una delle tante. Purtroppo la Giustizia è altra cosa.»

Mauro Valentini

(Grazie all’Avv. Laura Sgrò)

Verità per Emanuela

Hitchcock – Truffaut – L’incontro che fece la storia

A 40 anni dalla scomparsa il Maestro del Brivido rivive in un docufilm

“Un’artista che scriveva con la Cinepresa”. La definizione perfetta per il cinema di Sir Alfred Hitchcock è quella che esce dalla voce di Francois Truffaut, in quella che rimarrà alla storia come la più bella chiacchierata sulla settima arte di tutti i tempi.

Siamo ad Hollywood, è il 1963, Hitch ha appena finito di girare “Gli uccelli”, Truffaut parte da Parigi con un registratore, una interprete e la voglia di capire l’idea di cinema di colui che la rivista “Cahiers du Cinema” ha sempre difeso dai puristi della critica, che lo reputavano (la storia dirà poi a torto) un semplice imbonitore commerciale che sforna grandi incassi e nulla più.

Ma per il regista francese non fu mai così, egli tradusse in un libro straordinario quest’intervista lunga otto giorni. Un libro che uscirà nel 1966 dal titolo appunto di “ Truffaut intervista Hitchcock”.

La Sacra Bibbia di ogni cinefilo dirà uno che di cinema se ne intende come Martin Scorsese.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma in anteprima a ottobre 2015, l’opera è costruita come un epico racconto e realizzato da Kent Jones, direttore del NY Film Fest. Ne viene fuori un documentario ricchissimo di voci e immagini, con al centro l’audio originale di tanti brani di quella maratona di parole tra i due registi. Una maratona ricca di humour tutto inglese, da parte di un divertito e divertente Sir Alfred che gioca con quel giovane e adorato suo collega francese, svelando mille e più trucchi del suo cinema. E mostrando con pochi gesti come si realizza un capolavoro. Un film “alla Hitchcock”.

Da “Vertigo” a Psycho” è un susseguirsi narrativo che incanta e che tracima spesso in nostalgia. “I miei film sono sempre pensati per una sala da 2000 posti piena, non per la visione di uno soltanto”. Ecco forse a distanza di così tanti anni la magistrale lezione che se ne trae da questo bellissimo docu-film è proprio tutta racchiusa nelle parole di Hitchcock.

“Con questo film, non ho intenzione di compiacere i cinefili. Voglio che lo spettatore abbia la viscerale rivelazione di cosa sia il cinema nella sua più potente bellezza”. Le parole del regista non saprebbero spiegare meglio questo capolavoro per appassionati divertente ed emozionante, assolutamente non celebrativo. Ma indimenticabile.

Mauro Valentini

Marco Vannini – La Cassazione punta il dito su Martina

Depositate le motivazioni della Suprema Corte. Ed ora la verità!

Depositate oggi le motivazioni della sentenza con cui la Suprema Corte di Cassazione ha deciso che quei due processi che hanno indignato l’opinione pubblica e umiliato Marco e la sua famiglia andavano cancellati.

E dalle prime indiscrezioni comparse nelle più importanti agenzie di stampa, potrebbe esser molto diverso l’iter giudiziario della famiglia Ciontoli.

Su AGI (www.agi.it) infatti si legge: Marco Vannini “rimasto ferito in conseguenza di quello che si è ritenuto un anomalo incidente”, osserva la Suprema Corte, “restò affidato alle cure di Antonio Ciontoli e dei di lui familiari”: tutti, si legge nella sentenza, “presero parte alla gestione delle conseguenze dell’incidente: si informarono su quanto accaduto, recuperarono la pistola e provvidero a riporla in un luogo sicuro, rinvennero il bossolo, eliminarono le macchie di sangue con strofinacci e successivamente composero una prima volta il numero telefonico di chiamata dei soccorsi”. Questa sequenza di azioni “rende chiaro”, osservano i giudici di piazza Cavour, che “Antonio Ciontoli e i suoi familiari assunsero volontariamente, rispetto a Marco Vannini, rimasto ferito nella loro abitazione, un dovere di protezione e quindi un obbligo di impedire conseguenze dannose per i suoi beni, anzitutto la vita”.

Gli imputati di nuovo a processo

Ma non è tutto. Perché in un altro passaggio, sempre secondo AGI, tutto sembra concentrarsi sul comportamento di Martina, la fidanzata di Marco all’epoca dei fatti. Su di lei i giudici sembrano puntare il dito: “Si coglie anche più della reticenza” nel comportamento di Martina Ciontoli in relazione a un punto che emerge dalla ricostruzione investigativa sull’omicidio del suo fidanzato Marco Vannini. Infatti:  “All’infermiera”, le cui dichiarazioni “sono state confermate da quelle dell’autista” dell’ambulanza, “una ragazza bionda, poi riconosciuta in Martina Ciontoli, non appena ella giunse presso l’abitazione della famiglia Ciontoli, disse di non sapere cosa fosse successo, perché lei non era stata presente”

Ma non basta:  “In ogni caso, presente o meno che fu al momento dello sparo, è certo che accorse subito sul luogo” e che quindi “ebbe sul fatto le stesse informazioni degli altri suoi familiari”.

Sempre secondo le prime indiscrezioni, è proprio l’elemento di reticenza che ha colpito la Cassazione, e che riguarderebbe anche il comportamento di Maria Pezzillo, moglie di Antonio Ciontoli e madre di Martina, e di suo figlio Federico Ciontoli: “entrambi, al momento della prima telefonata al 118, “erano portatori di un sapere” perché “avevano appreso della versione del colpo a salve e, vera o falsa che fosse, non la riferirono benché richiesti”.

La reticenza dunque, quella avrebbe ucciso Marco, non solo quel colpo di pistola sparato chissà perché.

Mauro Valentini

Adriano Olivetti e la “Lettera 32” di Marino Bartoletti

Ricevo da un grande giornalista che mi onora della sua amicizia

Per gentile concessione di Marino Bartoletti 

Soltanto un’altra volta, come in questi giorni, non si era tenuto il Carnevale di Ivrea. Giusto sessant’anni fa. Non c’entravano virus, non c’entravano presunte epidemie. C’entrava il dolore per la morte di un grande figlio di quella terra, che aveva dato pane e persino felicità a decine di migliaia di persone.
Il 27 febbraio del 1960, proprio all’inizio del boom economico italiano, se ne andò per un malore Adriano Olivetti mentre stava recandosi  in Svizzera in treno. Era il nostro Steve Jobs (e forse anche qualcosa di più, visti i tempi e viste le prospettive)! E non ce n’eravamo accorti. O forse se n’era accorta – eccome! –  una classe politico-imprenditoriale a cui il suo modo rivoluzionario e “sereno” di gestire i rapporti di lavoro non andava esattamente di buon grado.
Riuscì a creare nel (difficilissimo e anche doloroso) secondo dopoguerra un’esperienza di fabbrica nuova e unica al mondo.

Adriano Olivetti

E mentre comunismo e capitalismo si fronteggiavano con rabbia rese materialmente possibile un perfetto equilibrio tra solidarietà sociale e profitto: convinto che se l’organizzazione del lavoro si fosse basata su un’idea di benessere collettivo, automaticamente si sarebbe generata efficienza.
I dipendenti vivevano in condizioni migliori rispetto alle altre grandi industrie italiane: ricevevano salari più alti, disponevano di asili e abitazioni. Potevano servirsi delle biblioteche, ascoltare concerti, seguire dibattiti, arricchire le loro conoscenze: in estrema sintesi “vivere bene”. E grazie a questo “welfare” (di cui tanto ci si riempie la bocca a decenni di distanza, ma che purtroppo non è mai stato realizzato, almeno a questi livelli) nacquero gioielli tecnologici senza eguali, ora presenti nei musei di tutto il mondo, come se fossero la nuova “ruota” di un Pianeta che cambiava. Gioielli perfetti e bellissimi, perché le due cose, secondo Olivetti, non potevano restare separate. Prototipi persino di quell’informatica avanzata che era già nel mirino e che avrebbe reso l’Italia all’avanguardia assoluta!

Officine Olivetti 1957

Personalmente so cosa devo a quest’uomo. E ogni tanto mi capita di tornare ad accarezzarla, Esattamente 57 anni fa, di questi tempi, ordinai a rate la appena nata “Lettera 32”, evoluzione della “22” resa celebre dai Padri della nostra professione.

Non sapevo neanche io dove mi avrebbe portato. Men che meno sapevo le tante cose che vi avrei scritto sopra e le decine di migliaia di chilometri che avrebbe percorso con me. Con gioia. Sì con tanta gioia! Non sapevo di aver acquistato a 3350  lire al mese per dieci mesi (togliendole quasi integralmente alla mia paghetta di 4000 lire) il mio futuro e l’essenza stessa della mia vita.

Quando Alice mi chiede di poterla usare perché le piace il suono del suo trillo ad ogni “a capo” non sa quanto mi fa felice. Perché mi massaggia il cuore. Perché è giusto che quel gioiello possa ancora vivere. E quando mi dice “nonno, mi fai usare un po’ la tua tastiera?” non la correggo.
Perché è bello così. Perché i capolavori hanno diritto di vivere anche nelle parole del presente!

Marino Bartoletti

La Lettera 32 di Marino Bartoletti (per gentile concessione)

Grattis på födelsedagen Greta!

Compie 18 anni la ragazza simbolo di una Ecologia nuova

“Ha la forza della gioventù” ha scritto il Time che l’ha eletta personaggio dell’anno 2019. Soprattutto ha coraggio e determinazione per presentarsi davanti ai principali meeting internazionali, accusando i capi di stato e gli imprenditori di essere i responsabili dei cambiamenti climatici. Soprattutto è lei l’ideatrice dei Fridays For Future, l’artefice delle manifestazioni per promuovere politiche e comportamenti sostenibili, è lei che ha portato nelle strade di centinaia di città del mondo i millenials.

La copertina del TIME

Tutto questo a soli 17 anni.

Oggi diventa maggiorenne e certo questa pandemia che non era ipotizzabile né da lei né da nessuno scienziato ha di fatto zittito tutti quei negazionisti dell’ovvio che si sono accaniti contro una ragazzina  che per anni ha detto quello che ogni persona di buonsenso avrebbe dovuto dire al posto suo.

Tutto cominciò nell’agosto del 2018, che sembra un’era geologica fa, quando una serie di incendi catastrofici avvenuti nelle foreste svedesi. Greta, allora quindicenne, decide che è più utile protestare contro il governo anziché andare a scuola. E dall’inizio dell’anno scolastico – che in Svezia parte a metà agosto – fino alle elezioni del 9 settembre, si piazza davanti al Parlamento, dove rimane fino all’orario in cui a scuola terminano le lezioni. Con sé porta una tavola di legno con scritto Skolstrejk för klimatet, (sciopero scolastico per il clima).

Ormai il solco lo ha tracciato. E tutti i tuoi coetanei te ne saranno grati per sempre.

E quando tutto questo finirà…. perché finirà prima o poi, forse non saranno più soli le Greta del mondo. Forse avremo capito la lezione.

Buon Compleanno! Anzi: Grattis på födelsedagen

Mauro Valentini

Greta Thunberg

«Ich bin ein Berliner!» In memoria di Fabrizia Di Lorenzo

Tre anni fa la strage di Berlino e Sulmona ricorda Fabrizia con una scultura

Berlino è la città europea che ho visitato più volte. Da quando è caduto quel muro che ne deturpava i viali e l’anima, tante sono stati i miei passaggi. E la mia estasi.

Una città veramente poliedrica, colorata nella gioventù sfacciata d’aspetto e rigorosa nel rispetto, che vedi percorrere allegra quel viale alberato, quell’ Unter den Linden che li porta da quel grigio Est eppur così magico al verde che si staglia oltre la Porta di Brandeburgo, quello del Tiergarten con al centro la statua della vittoria di Wendersiana memoria.

«Ich bin ein Berliner» gridò da lì, da quella Porta, il 26 giugno 1963 un certo JFK, e così riecheggia il grido oggi, dentro tutti quelli che amano la libertà e questa libera Berlino.

Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo

Riecheggiava anche quella sera di dicembre di 3 anni fa, quando un Tir a fari spenti, nero come la morte si è abbattuto in un mercatino famosissimo, in uno dei tanti luoghi simbolo della città, seminando decine di morti e feriti. In quel quartiere che è un angolo ruvido eppure così accecante di bellezza, tra lo Zoologischer garten, il Ku’damm viale alberato pieno di energia visiva e poi, quella che, soltanto in un paese attento alla memoria potresti trovare, solo in una nazione che sconta il suo debito di memoria proprio con i simboli continui che lo testimoniano: la Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo. Rimasta così com’era nel 1945, travolta dal bombardamento finale su Berlino. Accanto ad essa, la nuova chiesa, un ottagono luccicante e trasparente di luce blu. E sotto di esse, un pullulare di giovani e turisti che seppur con un freddo cane come quello di quel 19 dicembre 2016, curiosava nelle bancarelle alla ricerca dell’oggetto giusto che accendesse l’atmosfera natalizia in casa, in famiglia.

E lì sotto quelle mura che resistettero alle bombe del 1945, una strage. E in quella strage tra gli altri, una vittima italiana: Fabrizia Di Lorenzo.

Era in quel mercatino per fare dei regali da portare a Sulmona. Fabrizia Di Lorenzo dal paese arroccato nel fondovalle tra la Majella e il Morrone era andata via più di dieci anni fa, ma ci tornava due volte l’anno. Tutti la definiscono ora “una figlia dell’Erasmus” ed in verità quella sua esperienza formativa alla “Freie Universitat Berlin” l’aveva così rapita che appena finiti i suoi studi era lì che si era accasata. (http://www.fu-berlin.de/index.html )

La città più europea d’Europa” come Fabrizia stessa amava definirla, l’aveva accolta a braccia aperte e le aveva dato un lavoro presso una società di trasporti. Non proprio quello per cui aveva studiato Fabrizia, ma intanto la dignità dello stipendio tutti i mesi, poi il resto sarebbe venuto. Ma qualcuno, un disgraziato che era stato plurisegnalato da tutte le polizie d’Europa ma che continuava a girare imperterrito tra la Germania e l’Italia, ha interrotto i suoi sogni.

Il Tir assassino

Proprio in questi giorni, nella sua Sulmona, è stata posta la prima pietra per un monumento che ricorderà il sacrificio di Fabrizia. Una scultura che rappresenterà due mani che si incrociano ed insieme sorreggono il mondo, simbolo di unione e fraternità tra tutti gli uomini, opera dello scultore molisano Alessandro Caetani

A me ora, anche a distanza di tre anni, rimane una sensazione intima e di memoria, mi rimane il sorriso di mio figlio mentre usciamo dalla birreria Hans am Zoo divertito e stordito dalla sua prima Berliner Weisse. L’odore delle salsicce addosso, le risate e le cianciate in dieci lingue diverse delle scolaresche di tutta Europa che si affacciano ridendo al quartiere a luci rosse poco distante quel luogo che qualche mese dopo sarà teatro di tragedia. E quel blu della memoria, della chiesa della memoria, che tre anni fa vidi circondata da ambulanze, macchie di sangue e di disperazione.

“Ich bin ein Berliner”

Mauro Valentini