Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Via Poma: 29 anni dopo – Il ricordo di Igor Patruno

Ricevo e volentieri pubblico il pensiero di chi più di altri ha studiato a fondo la triste vicenda di Simonetta Cesaroni

Lui è Igor Patruno, grande giornalista e scrittore. Qualche anno fa ha pubblicato il libro che secondo me è il più completo riguardo questo avvenimento che ha sconvolto il paese: “La ragazza con l’ombrellino rosa” (Edizioni Ponte Sisto). Ecco la sua riflessione riguardo al destino di Simonetta:

Lo scrittore Igor Patruno

Oggi sono ventinove anni dalla morte assurda di Simonetta Cesaroni, la ragazza di periferia uccisa in un palazzo della Roma “bene”.
E in questi ventinove anni l’identità dell’assassino è rimasta inviolata!
Alcuni dei personaggi coinvolti nelle inchieste se ne sono andati, portando nel silenzio assoluto della morte reticenze e omissioni.
Se n’è andato Ermanno Bizzocchi, socio insieme a Volponi, della Reli sas dove la vittima lavorava (in “nero” come è stato stabilito da una sentenza).

Se n’è andato Cesare Valle, l’architetto che abitava ai piani alti della Palazzina B di via Carlo Poma, 2.  
Se n’è andato Pierino Vanacore, il portiere dello stabile, morto suicida in mare, in circostanze quanto meno sconcertanti; se n’è andato per cause naturali Salvatore Sibilia, impiegato dell’associazione degli Ostelli (AIAG) e marito di Anita Baldi, che dell’associazione dove Simonetta si recava per lavoro, da circa un mese due volte a settimana, era all’epoca dirigente amministrativo.
Se n’è andato Francesco Caracciolo di Sarno, discusso presidente regionale degli Ostelli, allontanato qualche tempo dopo l’omicidio dalla dirigenza nazionale (come risulta dagli atti dell’inchiesta) per una sospetta gestione di fondi pubblici!
Scomparsi nelle pieghe del tempo altri personaggi che all’epoca fecero parlare molto di sé stessi, primo tra tutti quel tal Roland Voller, ufficialmente commerciante d’auto austriaco, quasi certamente informatore della Polizia, che “suggerì” agli inquirenti la pista Federico Valle (nipote dell’architetto Valle).
Scomparsi anche i due massimi dirigenti della Polizia di Stato, quel Vincenzo Parisi che fece molte pressioni sui suoi sottoposti affinché risolvessero il caso, e quel Umberto Improta che sul finire del 1990 apparve in televisione per chiedere a l’assassino di consegnarsi alla giustizia (perché – disse – ormai sappiamo chi sei).
Scomparso infine il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, che per la verità ha lottato fino alla fine, talvolta sostituendosi agli inquirenti (come quando, di fronte all’assurda mancanza di foto ufficiali della stanza dove la figlia aveva lavorato quel 7 agosto del 1990, andò con il fido avvocato Lucio Molinaro in via Poma e della stanza fece uno schizzo a penna su un foglio a quadretti).
Nonostante i tanti scomparsi io credo che il responsabile del delitto sia ancora in vita! Assicurarlo alla giustizia è – in una società civile – un atto doveroso.
Di lui sappiamo che aveva quasi certamente sangue di gruppo A, che uccidendo si è ferito (o ha avuto comunque una perdita di sangue per epistassi), che ha avuto una ragione, o meglio una occasione, per trovarsi a via Poma e che conosceva la vittima!

La copertina del libro di Patruno

Ho seguito il delitto di via Poma dal 1990.
Ricordo bene quei giorni di agosto, così lontani nel tempo.
Molti anni dopo, mentre ero alle prese con il manoscritto di La ragazza con l’ombrellino rosa, Gianni Borgna, che abitava poco distante dal luogo dell’omicidio, mi raccontò che nel pomeriggio del 7 agosto si era recato al mare, ad Ostia, e che, facendo il bagno, aveva notato su Roma, una lugubre coltre di nubi. Il mattino successivo apprese dell’omicidio leggendo il giornale.
Quando i quotidiani pubblicarono le foto di Simonetta Cesaroni (foto trovate dagli inquirenti nella sua borsetta, insieme a quattro strisce di negativi) si propagò un vero e proprio effetto estraniante.
Provate a pensarci. Le immagini di una bella e giovane ragazza in costume, nel mentre l’estate è al suo apice temporale, suggeriscono situazioni rassicuranti, addirittura piacevoli, poi leggendo i titoli che accompagnano le fotografie tutte le percezioni mutano in un istante. L’alito della morte raggela l’anima.
Da quel momento il delitto di via Poma è divenuto mediatico (o meglio, ha iniziato a divenirlo). E nella mediaticità la figura della vittima – Simonetta Cesaroni – è lentamente impallidita, sopraffatta dalle ipotesi, dai particolari raccapriccianti, dagli sviluppi delle indagini, dai fallimenti delle indagini, dalle tante riaperture delle indagini, dai processi, dalle perizie, dalle superperizie…


Anche per questo, nei miei interventi pubblici, ho spesso cercato di ricordare la figura di questa ragazza, nel pieno della giovinezza, forse delusa dal comportamento del suo fidanzato, forse preoccupata per la precarietà del suo lavoro, ma affamata di vita.
Anche per questo, pur avendo scritto un libro che ha avuto un incredibile successo e che a distanza di dieci anni (è uscito nel 2009) continua ad essere ristampato e venduto, mi sono spesso tenuto in disparte, prediligendo solo quegli incontri, quegli inviti (come ad esempio quello a Chi l’ha visto? e Storie) dove fosse possibile approfondire con il rispetto dovuto ad una giovane vita spezzata, cancellata dal tempo per chissà quale assurdo movente.
Igor Patruno

 

Ilaria Alpi – L’altra verità

Pino Nazio riscrive la storia di quel tragico mistero.

Mogadiscio in quei primi mesi del 1994 sembrava diventata il centro del mondo. Del mondo losco e terribile della politica internazionale e dei signori della guerra. Traffici di rifiuti e di armi percorrevano rotte misteriose che però avevano al centro sempre il corno d’Africa. Ilaria Alpi conosceva quel mondo, quelle piste battute dal male. Aveva capito.

Ilaria e Milan

È domenica quel 20 marzo 1994 ma non è una giornata di festa. Per Ilaria non esistono giornate di riposo e quella mattina, insieme al suo cameramen Milan Hrovatin, hanno intervistato un personaggio molto influente del Nord del paese. Qualcuno che sa. Nel primo pomeriggio, un pomeriggio caldo e pieno di vento, passate da poco le 14.30, Ilaria e Milan con il loro autista stanno spostandosi verso l’albergo, quando da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, e fanno fuoco uccidendo i due giornalisti della Rai.

Da quel giorno inizia un calvario di false notizie, di incredibili retroscena che, dopo 25 anni ancora aleggiano e avvolgono il destino di Ilaria e Milan, e che sono ricostruiti con attenzione e passione nel nuovo libro di Pino Nazio, giornalista Rai e autore televisivo e letterario, dall’eloquente titolo: Ilaria Alpi – L’altra verità (Edizioni Ponte Sisto)

Perché Pino, Ilaria l’ha conosciuta. E conosceva la sua energia.

Occasione per parlare del caso e del libro con l’autore sarà la prima presentazione del volume a Roma il 19 marzo alle 11:00, presso “Spazio 5”, centro culturale di grande prestigio a via Crescenzio 99.

La locandina dell’evento

E io ho intervistato Pino oggi, in una pausa del suo lavoro, per capire cosa lo ha spinto ad affrontare un intrigo internazionale come questo che ha portato via Ilaria e Milan.

Ancora un tuo libro su un mistero insoluto. Cosa ti ha portato a parlare di Ilaria?

«L’averla conosciuta e non voler accettare la mancanza di un colpevole per la sua morte. Ilaria Alpi era una giornalista sui generis, sempre pronta a mettersi dalla parte dei più deboli, di chi soffre. E in una guerra, come quella che alcuni “signori” hanno scatenato anche contro una missione di pace, di gente che soffre ce n’è tantissima. Non era una giornalista investigativa.»

Pino Nazio

Come hai incontrato questa storia?

«Ho conosciuto Ilaria Alpi nel 1993 quando Donatella Raffai mi chiese di andare a fare un servizio in Somalia. In quel periodo Somalia era sinonimo di Alpi e l’ho chiamata. Lei è stata disponibile, mi ha dato tutti i consigli che si possono dare a chi non conosce nulla di un paese. I numeri degli uomini della scorta da contattare, dell’autista, di dove dormire, come muovermi in una città pericolosa, i contatto buoni da usare nelle diverse occasioni. Ci siamo sentiti quando sono tornato dopo aver realizzato il mio servizio e ci saremmo dovuti rivedere, ma lei andò prima in Bosnia e poi tornò a Mogadiscio per la sua ultima missione. In questi venticinque anni ho sempre pensato di trovare il modo per approfondire tutto quello che era collegato con la sua morte: scenari, mandanti, esecutori.»

Come hai affrontato l’inchiesta, qual è l’altra verità del titolo?

«Ho letto documenti e sentenze, ho incontrato molti di coloro che potevano avere delle informazioni utili, ho cercato tutti i collegamenti possibili tra gli eventi. E non mi sono accontentato delle versioni ufficiali, delle facili verità, di seguire il senso comune. Così mi sono accorto che c’è una verità altra, su cui, forse per motivi di realpolitik, non si è voluto cercare.»

Emerge in questa tragedia una figura tra le tante che mi ha colpito: quella di Marocchino.  Che sembra essere onnipresente.  È l’elemento chiave?

«Marocchino era l’italiano più potente in Somalia, c’era prima che arrivasse la missione di pace e ci è rimasto dopo. Aveva sposato una bellissima donna somala e vivevano nella più bella villa di Mogadiscio circondati da una trentina di uomini di scorta. Aiutava chiunque avesse dei problemi logistici a risolverli e su questo ha costruito la sua fortuna. Si è indagato molto su di lui, ma alla fine è uscito pulito da ogni accusa. Io non sono per i processi sommari, non mi piacciono le condanne mediatiche, amo cercare le prove.»

Ilaria Alpi

Qual è lo scenario,  in quali stanze si è deciso che Ilaria e Milan dovevano morire?

«L’ultimo capitolo del libro si intitola, appunto, “l’altra verità”. Non vorrei che una frase di troppo togliesse il piacere a qualcuno di leggere il libro per come ho voluto scriverlo.»

Hai la speranza che si possa arrivare ai colpevoli o almeno a una verità giuridica?

«Al tribunale di Roma pende una richiesta di archiviazione contro cui si sono espressi in molti. Una decisione non dovrebbe tardare, forse ci sarà dopo che si saranno spenti gli inevitabili fari che accenderà il venticinquesimo anniversario della sua uccisione. In ogni caso non bisogna smettere di cercare, come ci ha insegnato Ilaria e i suoi straordinari genitori. Vogliamo verità e giustizia.»

Mauro Valentini