Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

In ricordo di Niki Lauda – Il mio racconto di RUSH

Ron Howard racconta il mito della Formula 1

Ero presente alla presentazione in prima mondiale di RUSH. 

E Ron Howard così sintetizzò in conferenza stampa la sua visione dell’eroe; sia esso un astronauta, un famoso matematico o un grande pilota di Formula 1, quello che più nel suo cinema risulta vincente è questo legame che il pubblico scopre con i personaggi, le loro debolezze e la loro “normalità” al servizio dell’eccesso e del successo.

Nei miei film racconto uomini che si trovano in situazioni particolari da esser considerati degli eroi. E attraverso le loro vite che gli spettatori scoprono i loro lati umani e si riconoscono con essi

Locandina del film

Rush” è proprio questo, il racconto di quei sei anni di vita di due straordinari piloti come James Hunt e Niki Lauda che si contesero nelle loro monoposto un primato che era molto di più di un campionato del mondo, appassionando tra commedia e tragedia non solo gli appassionati di motori ma il mondo intero.

Così diversi questi due campioni, l’Inglese Hunt, bello ed eccessivo, a contendersi la pole position a Lauda, austriaco glaciale e pragmatico, in quel fatidico campionato del 1976, da dove il film parte e arriva.

Una storia in cui i due protagonisti si sfiorano con le loro ruote a trecento all’ora, rivali anche fuori dalla pista, in un gioco di contrapposizioni che subito appassiona e rapisce.

Il contrasto tra l’eroe inglese che vive come una rockstar e l’austriaco cosi sicuro di se da pretendere di dettar legge (e di vincere) nell’officina della scuderia più famosa al mondo sono il “motore” narrativo di Howard, che confeziona un film bellissimo rimanendo in perfetto equilibrio tra racconto sportivo e avvincenti storie di amori e passioni.

Tutto è curato in maniera straordinaria dal regista, coadiuvato da uno sceneggiatore come Peter Morgan, un artista quando si tratta di narrare la cronaca esaltandone l’enfasi, come fu per il meraviglioso “The Queen” per esempio; Morgan ha curato ogni dettaglio insieme a Howard, hanno ascoltato tutto quello che Niki Lauda poteva ricordare di quell’incredibile periodo, arricchendo la sceneggiatura di aneddoti e notizie su James Hunt che nel frattempo è morto di eccessi come amava vivere.

Niki Lauda e James Hunt in una foto del 1979

E poi un tecnicismo cinematografico straordinario, con una fotografia e un colore che richiamano i film dell’epoca, la cinepresa montata sui caschi dei piloti per portare lo spettatore “dentro” la monoposto, una ricostruzione da collezionisti di quei bolidi folli e pericolosissimi e di tutto il contorno che costituiva “la scenografia” degli autodromi,dalle auto alle pubblicità dell’epoca finanche agli ombrellini delle hostess che proteggevano i piloti.

Raccontare di più della trama seppur già scritta nella storia dello sport sarebbe svelare a chi non lo conosce un epilogo emozionante di questo film che corre su un “circuito” fatto di curve e di passioni, di vittorie sotto la bandiera a scacchi e di sconfitte nella vita.

Curato dunque ogni dettaglio scenico e storico, quello che Ron Howard riesce a trasporre però è la contraddizione dell’uomo e dell’eroe che si cela in esso, le rinunce e le sconfitte in cui la vita ti fa inciampare mentre stai puntando il successo, ed è in questo continuo rincorrersi e disprezzarsi che i due protagonisti si ritroveranno imparando a sorridere degli eccessi dell’altro.

Il cast è magnifico, Chris Hemsworth è un Hunt perfetto, bello ribelle e inaccessibile nei pensieri più profondi, una prova che lo sdoganerà speriamo per lui da un certo cinema alla Marvel, mentre Daniel Bruhl ha dovuto trasfigurarsi nel vero senso della parola in Lauda, con un trucco incredibilmente realista e spietato ( chi ha potuto conoscere il vero Lauda rimarrà stupito) pur ritagliandosi una grande prova d’attore, che emerge dentro quella “copia perfetta” del volto del famoso pilota.

Bene Alexandra Maria Lara nel ruolo della “Frau Lauda”, altera e dignitosamente forte anche davanti a momenti difficili, molto bene il nostro Pier Francesco Favino, nella parte di un Clay Regazzoni sornione e intenso, che in una pausa della conferenza stampa ci dice che“ Quando sei diretto da uomo come Ron Howard beh, ogni cosa, anche quella che ti appare come difficile di colpo diventa facile, naturale

La colonna sonora di Hans Zimmer è superba, tra incalzanti melodie che quasi “rombano” insieme alla storia intervallata da una playling list da far sobbalzare di gioia anche il più sofisticato degli amanti del rock anni 70.

Un grande film dunque, una lezione di stile, di scrittura e ripresa, un capolavoro che si consegna alla storia del Cinema di sempre.

TRAILER UFFICIALE

Mauro Valentini

Bar Toletti e Bar Toletti 2, ovvero: Quello che non vi ho detto

Parole in libertà e riflessioni del più grande giornalista (non solo) sportivo italiano

Due volumi che si leggono in sol fiato. Un percorso, quello dei due Bar Toletti, che avvolge e affascina per l’epicità delle gesta sportive (e non solo). Due volumi, questi, editi da Minerva Edizioni, che raccolgono i pensieri del più grande giornalista sportivo italiano.

Bar Toletti

Marino Bartoletti ha riunito infatti le sue preziose riflessioni che ha pubblicato in due anni di social network, riflessioni che hanno costruito un “diario” di viaggio e della mente, ricco di incontri, aneddoti e ricordi straordinari. La dimostrazione perfetta di come Facebook abbia una potenzialità culturale e di condivisione che in molti sottovalutano. Già perché Marino da quello scranno virtuale che diventa grazie a lui reale, umano e quindi tutt’altro che digitale, ci racconta emozioni non soltanto sportive ma anche televisive e musicali. La sua passione, lo si percepisce pagina dopo pagina mentre si divorano parole, non è infatti soltanto legata alle gesta eroiche dello sport, ma anche per lo dello spettacolo, formando un perfetto cocktail dolce/amaro da consumare al “bancone” di questo “Bar” da cui non usciresti mai.

Tra i tanti ricordi dolci e struggenti due ne segnalo: quello rivolto a Agostino Di Bartolomei (con un retroscena sconosciuto) e quello a Fabrizio Frizzi.

Bar Toletti 2

Due libri dunque belli e preziosi; Marino è il nostro custode delle emozioni, testimone garbato e colto del nostro tempo, perché chi sa narrare, anche e soprattutto attraverso lo sport e lo spettacolo, può riuscire a raccontare un paese inafferrabile come il nostro. Per ricordarci come eravamo. E come dovremmo tornare ad essere.

Bar Toletti – Così ho sfidato Facebook & Bar Toletti 2 – Così ho digerito Facebook

(Edizioni Minerva)

Mauro Valentini

Ugo Tognazzi – Storie e segreti di un grande attore

Omaggio intimo e pittorico al grande attore della commedia di costume italiana

Ricevo e pubblico volentieri:

Scopriamo chi era Ugo Tognazzi! Un libro che è un omaggio (con tavole pittoriche e i testi di Mario Sesti) che raccontano – attraverso una selezione della sterminata filmografia – l’arte e l’impegno di un attore.
«I suoi personaggi raccontano l’affanno continuo del travestimento, dell’elasticità dell’io che cerca sempre l’accettazione e approvazione degli altri e della società, ma il suo sguardo ci comunica sempre la profonda sfiducia, la vanità malinconica, lo scetticismo disperato nei confronti di una esistenza che si fondi sulla nostra capacità di adeguare noi stessi al mondo grazie alla nostra apparenza.»

Un percorso illustrato e poetico che partendo da Il Federale del 1961, arriverà fino a Primo amore del 1978, passando per capolavori come I Mostri e la Grande Abbuffata.

Il Volume è stato pubblicato in occasione della retrospettiva “Ugo Tognazzi”, organizzata da Luce Cinecittà nel Dicembre 2018.
Presentazione a cura del Museum of Modern Art di New York e Luce Cinecittà di Roma, con l’organizzazione di Josh Siegel, curatore del Department of Film MoMA, e di Camilla Cormanni e Paola Ruggiero, Luce Cinecittà.

Il libro:

UGO TOGNAZZI – Storia, stile e segreti di un grande attore

Testi di Mario Sesti – Illustrazioni di Luisa Mazzone in italiano/inglese (traduzione di Adrian Bedford)

(Edizionisabinae – Luce Cinecittà)

Gli autori:

Mario Sesti
Una delle firme più autorevoli della critica cinematografica in Italia, collaboratore de La Repubblica, autore di un programma tv di cinema, Splendor, Mario Sesti è critico, giornalista e storico cinematografico, oltre che autore di film documentari, proiettati al Festival di Cannes, al Festival di Locarno, alla Mostra del Cinema di Venezia, al MoMA e al Guggenheim di New York.

Luisa Mazzone
Diplomata in Scenografia, Arredamento e Costume, allieva di Piero Tosi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, Luisa Mazzone è scenografa, illustratrice e docente di disegno, specializzata nella realizzazione di scenografie e illustrazioni digitali. Ha lavorato su Mila: un corto d’animazione  internazionale come Visual Development Artist. Assistente scenografa nel film Mine Vaganti di Ferzan Ozpetek, illustratrice per il libro Un attimo di vita (Mondadori Electa), espone nel  2015, per la 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica organizzata dalla Biennale di Venezia con una mostra dal titolo “10 Tavole per Pasolini”. Le illustrazioni sono raccolte nel libro Pasolini: il cinema in 20 tavole scritto da Mario Sesti. Ha illustrato un libro su Ugo Tognazzi: storia, stile e segreti di un grande attore con testi di Mario Sesti edito da Edizioni Sabinae. Il volume è stato pubblicato in occasione della retrospettiva “Ugo Tognazzi”, organizzata da Luce Cinecittà, nel dicembre 2018, con presentazione a cura del Museum of Modern Art di New York. Il libro è stato apprezzato dalla stampa locale e americana.

Stanlio & Ollio 

L’amicizia è per sempre

Portare al cinema una coppia mitica del cinema è cosa ardua. I Bio-Pic come vengono chiamati i film biografici sono sempre un rischio, specialmente per chi interpreta personaggi che sono nel cuore e nella mente del pubblico che li ha amati.

Locandina del film originale

E proprio l’amore che Stan Laurel & Oliver Hardy avevano per il loro lavoro è il punto focale di questo film diretto da Jon S.Baird, in una narrazione che parte con un flash back del 1937, all’apice del successo, per poi saltare e svilupparsi a quella che fu la loro ultima tournee teatrale nel Regno Unito vent’anni dopo.

Quelle scene comiche dei film riprodotte a teatro per un pubblico spesso distratto dalla mopdernità post bellica spiazzano e disorientano i due artisti che, proprio in questo percorso da Newcastle fino a Dublino passando per Londra, faranno i conti con il loro passato e la loro grande, meravigliosa amicizia.

In questo film da non perdere i due attori: Steve Coogan nel ruolo di Stan, e John C. Reilly in quello di Ollie, sono semplicemente perfetti.

Laurel & Hardy

I doppi di un duo che è nell’Olimpo del cinema di tutti i tempi.

Stan Laurel sopravvisse al suo tenero amico Hardy otto anni (Ollie morì nel 1957, Stan nel 1965). E Stan per tutti gli ultimi otto anni continuò a scrivere scenette e battute per Oliver, rimanendo, loro che erano degli amanti delle donne, una coppia oltre la professione, una storia di amicizia e di vita tra due persone così diverse in tutto, ma capaci di sorprendere e far ridere con eleganza.

IL TRAILER UFFICIALE DEL FILM

Trailer Stanlio & Ollio

Mauro Valentini

 

 

 

Italia addio, non tornerò

Siamo un popolo di emigranti. Nostro malgrado

Sarà trasmesso in prima TV il primo maggio da FOCUS (canale 35 d.t.) il canale tematico di Mediaset, il docufilm “Italia addio, non tornerò”. Un film realizzato dalla Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione italiana (da un’idea di Marinella Mazzanti) e a cura della reporter Barbara Pavarotti.

Un viaggio, quello di Barbara, che attraversa i luoghi più “abitati” dai nostri giovani e meno giovani al lavoro per il mondo e che analizza con eleganza e dettaglio i motivi che spingono gli italiani a cercar lavoro e soprattutto dignità in altri paesi e continenti.

Uno spaccato impietoso e allo stesso tempo delicato di tanti percorsi, diversi tra loro ma legati da un unico filo comune, anzi, un’unica costatazione: “in Italia non vince il migliore”. Deduzione che emerge dalle interviste raccolte e montate con grande qualità, siano esse a Londra, a Monaco, ma anche la Spagna, negli Usa, a New York e Los Angeles, o nell’Europa dell’Est, fino a Melbourne.

Il documentario potrete vederlo come detto in prima tv il Primo maggio alle 23: 15 su FOCUS e poi con le repliche: Venerdì 3 maggio: h. 15.15 – Domenica 12 maggio: h. 17:00 e Lunedì 13 maggio: h. 9.45

TRAILER UFFICIALE

https://www.youtube.com/watch?v=6IR03bSZhtM

Ho raccolto le impressione dell’autrice, ascoltandola nel percorso che l’ha portata alla realizzazione del film. E dalle parole di Barbara Pavarotti emerge tutta la passione e anche l’importanza di un mezzo, quello del docufilm, che in altri paesi è molto considerato (se si pensa ai lavori di Michael Moore pluripremiati nei Festival cinematografici) ma che in Italia è ancora prodotto di nicchia.

Barbara Pavarotti

Barbara ci spiega che: «Occuparsi degli italiani all’estero apre un mondo. C’è un’Italia fuori dall’Italia,  sono 65 milioni gli oriundi italiani sparsi in tutti i continenti, e a questi si aggiungono ogni anno circa 300.000 giovani e adulti che partono in cerca di migliori opportunità di vita o per realizzare i propri desideri.

Entrare in contatto con questo mondo porta, a noi che viviamo in un paese invecchiato, pessimista, lamentoso, una ventata di entusiasmo perché gli italiani all’estero si rimboccano le maniche, danno il meglio di sé, lavorano tanto ed eccellono in molti campi. In questo sicuramente aiutati da paesi dove vige un concetto di meritocrazia a noi sconosciuto. All’estero vedono che c’è una competizione più onesta e trasparente e non un sistema basato sull’antico vizio italico delle raccomandazioni, quello che molti di loro definiscono “mentalità mafiosa per l’accesso al mondo del lavoro”

Eppure… «Gli italiani all’estero sono ansiosi di “Italia”, vogliono rimanere in contatto e quindi ci trasmettono la loro energia. Esistono centinaia gruppi social di italiani nel mondo, in cui ci si scambia informazioni, si fa rete, ci si aiuta nei primi passi nel nuovo paese. Con la realizzazione del docufilm , ho cominciato a parlare con loro e ora, ogni volta che li sento, tramite i social, è come se anche io fossi lì, in America, in Australia, nei vari paesi europei.

Perché dunque questo film?

«C’era bisogno di un documentario che raggruppasse le loro voci e “Italia addio, non tornerò” è il primo del genere finora realizzato in Italia. I giovani sono stati felicissimi di partecipare e, alla notizia che verrà trasmesso da Mediaset il primo maggio,  si è scatenato l’entusiasmo. Tutti stanno informando parenti, amici in Italia, mi ringraziano come se il merito fosse mio. Mi scrivono: “Non l’avremmo mai immaginato, allora siamo importanti anche se tanto lontani”.

Perché a volte, oltreoceano, si sentono soli, hanno nostalgia della casa, della famiglia. Per chi sta in Europa è diverso, sono a poche ore di volo, però di fatto non c’è più il confortevole ambito familiare a proteggerli, devono cavarsela e questo li fa crescere più in fretta. Come dice Christian, 27 anni, impiegato in un’azienda di credito finanziario in Estonia: “Trasferirmi mi ha reso molto più pratico, mi ha fatto capire i problemi quotidiani: pulire la casa, visto che non me la pulisce nessuno, fare la spesa. Cose di cui un ragazzo ha bisogno per crescere”

Un messaggio sociale o politico questo?

«Questo è un monito per i nostri politici, un grido d’allarme e molti l’hanno definito “un sonoro schiaffo al sistema Italia”. Perché un paese sano non rinuncia ai propri figli così, nella generale indifferenza. Non perde, insieme ai giovani, il proprio futuro.  Un conto è partire per scelta, per vivere nuove avventure e conoscere altri mondi, un conto perché in Italia ti hanno sbattuto tutte le porte in faccia e il lavoro è una questua, un’elemosina gentilmente concessa.  I protagonisti del docufilm lo dicono: “In Italia per me non c’era nulla, solo lavoretti precari, avevo perso la fiducia, la speranza. Impensabile fare la carriera che mi sono costruito qui”.  E di questa situazione sono colpevoli tutti, politici e non. E’ colpevole anche la generazione che li ha preceduti, perché non si è resa conto di cosa stava accadendo. E ora che la sconfitta italiana è evidente, ora che le famiglie vivono sulla propria pelle il dramma dei giovani che non trovano lavoro, tutti lì a battersi il petto e a chiedersi come fare.»

Hai la sensazione che sia un momento, e che questi ragazzi torneranno?

«Intanto questi giovani non tornano e non vogliono tornare, se non in vacanza. Hanno l’Italia nel cuore, ma restano dove sono. L’Italia è chiusa, provinciale, stretta, immobile. Anche questa è una sconfitta. E dovrebbe fare molto riflettere il fatto che il nostro paese sia considerato così dai nostri giovani internazionalizzati.

La speranza è che “Italia addio, non tornerò”  possa suscitare la sufficiente indignazione affinché  il tema dell’emigrazione italiana degli anni 2000, tornata ai livelli del dopoguerra,  sia preso seriamente in considerazione. Non solo come un fenomeno positivo, di mobilità, come è stato fatto finora. Troppo facile dire: siamo cittadini del mondo e con questo non fare assolutamente nulla in Italia per creare le giuste condizioni di lavoro per le nuove generazioni. Anzi, deprezzandolo questo lavoro, con stipendi sempre più bassi, precarietà diffusa e sfruttamento. La speranza è anche e soprattutto che questo docufilm possa contribuire a sancire un principio troppo spesso negato, in Italia e in tante altre parti del mondo: liberi di partire, ma anche liberi di restare e di tornare

Intervista a Barbara Pavarotti raccolta da Mauro Valentini

 

 

Suburra – Ovvero: Tutti i limiti della Serie TV

Siete pronti per la terza serie?

Netflix infatti ha appena annunciato che Suburra La Serie tornerà con una nuova stagione. Le prime due sono state un grandissimo successo, diciamo pure che la seconda non ha replicato gli ascolti della prima, ma del resto era difficile ripetersi e poi la difficoltà della trama, più politica e meno da “action-movie”, l’ha forse un po’ penalizzata.

Ma Suburra ha se non altro già un primato: quello di esser la prima serie completamente italiana inserita nel circuito Netflix.

Eppure…

Alessandro Borghi

Sorvolando sulla trama che in molti conoscono e che se non conoscono non posso proprio per questo fare spoiler, qualche riflessione mi sento di farla.

La regia e la fotografia sono di passo chiaramente cinematografico, l’afflato narrativo sembra appunto quello di un film d’autore e del resto la mano di Michele Placido alla regia, pur coadiuvato da altri due registi come Andrea Molaioli (La ragazza del lago) e Giuseppe Capotondi (coregista anche della serie TV Berlin Station) sta lì a dimostrarlo-

Ma insieme a questo indubbio merito ci sono anche molti, secondo me troppi limiti rispetto alla storia narrata dal libro di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, o anche e soprattutto dal bellissimo film omonimo di Stefano Sollima.

Limiti per esempio legati ad una certa staticità della location, spesso imbarazzante. Comprendendo anche tutte le esigenze di costruzione e di  semplificazione riferiti ai personaggi, i luoghi dove accadono gli avvenimenti sono sempre gli stessi. Per cui i personaggi li ritrovi sempre o sulla spiaggia o al maneggio o tutt’al più sotto la vela di Calatrava. Qualcuno poi dovrebbe erudirci sul come faccia Samurai a esser sempre nel luogo giusto al momento giusto, cogliendo sempre in sella al suo scooter tutti ma proprio tutti i movimenti dei dieci personaggi che ruotano attorno alla storia narrata.

Claudia Gerini

Ma il limite più evidente è quello legato alla costruzione in sceneggiatura di alcuni personaggi, che mal si legano ad altri, davvero belli e strutturati. Certo è che molto conta anche la qualità dell’attore, nella serie come al cinema del resto. Alessandro Borghi per esempio, specie nella prima stagione, si eleva su tutti gli altri prendendo la scena quasi con prepotenza, come farebbe in effetti quell’Aureliano Adami che interpreta, ma anche molto a loro agio appaiono per esempio la rediviva Claudia Gerini e Filippo Nigro, che per esempio deve supplire con la sua classe alle evidenti semplificazioni in sceneggiatura operate sul personaggio del politico prima idealista poi affarista. Ma quello che riesce a Nigro purtroppo non riesce a molti altri, e così trovo debolissima e piatta la recitazione di Francesco Acquaroli che certo non ha la stoffa del Samurai di Claudio Amendola al cinema. mentre provo sincera ammirazione per l’impegno che ci mettono sia Giacomo Ferrara che Barbara Chichiarelli nel tessere una struttura attorno alle esili scritture di Spadino e di Livia Adami.

Francesco Acquaroli

Ma per alcuni il gioco diventa troppo difficile. Impossibile per esempio per Eduardo Valdarnini che, nel ruolo del figlio del poliziotto con ambizioni da boss non convince mai, inceppando continuamente la fluidità della narrazione, anche se certe scorciatoie di scrittura non potevano aiutarlo: Come si può pensare infatti che un fannullone buono a nulla come lui, prima riesca a realizzare un agguato contro uno dei boss più temuti di Roma, poi in pochi giorni si trasformi in un accreditato socio in affari di due come Spadino e Aureliano, fino al capolavoro dell’assurdo, diventando in tre mesi addirittura ispettore di Polizia con poteri assoluti nella gestione del personale, senza concorso e senza tirocinio… Francamente sembra troppo… anche per una serie TV.

 

Mauro Valentini

La gabbia di Anna

Esordio letterario per Maria Lovito

“Sono una donna maltrattata.

Non mi chiedete mai:

«Perché non lo hai denunciato subito?»

Anna è una donna come tante. Anzi, meglio di tante altre. Anna è innamorata dell’amore, della vita e ha tanti sogni, tutti raccolti dentro i suoi vent’anni. Poi conosce Lorenzo, bravo, preciso, perfetto… troppo. E quel troppo affiorerà davanti ai suoi occhi a poco a poco, divorando i sogni e il sorriso di Anna… Chiudendola in gabbia.

Maria Lovito

“La gabbia di Anna” (Edigrafema Edizioni) è l’esordio letterario di Maria Lovito, che ha per professione (è un legale) e per passione seguito i percorsi difficili di riscatto delle tante Anna che vivono e soffrono in questo paese. Un paese che ancora non si è accorto che il Femminicidio è un’emergenza sociale. E che queste storie, come quella di Anna, possono accadere. Possono aver come spesso accade un epiologo drammatico. E possono accadere a tutte.

Impossibile raccontare il libro senza svelare elementi che lasceremo ai lettori, perché tanta è la velocità degli avvenimenti e degli spunti emozionali e narrativi che Maria Lovito sfiora, parola dopo parola, con empatia ed eleganza, senza percorrere mai le strade sicure del pietismo ma al contrario regalando a chi legge una speranza, scovata, setacciata e riportata alla luce dal buio di quei momenti della vita di Anna. Momenti così drammatici e pieni di solitudine.

Una donna fragile? In balia degli eventi? No… Anna scoprirete che è molto di più.

Un libro che si legge con grande passione, scritto benissimo, delicata voce narrante di un incubo dorato, di una casa che prima sembra accoglierla insieme a Lorenzo in una nuova vita e che poi, pian piano, offrirà allo sguardo limpido di Anna il suo lato più sinistro. Il suo esser Gabbia.

Un libro scritto con parole di speranza.

Mauro Valentini

LA GABBIA DI ANNA

Autore: Maria Lovito
Titolo: La gabbia di Anna ( www.edigrafema.it )
ISBN: 978-88-98432-23-3. Pagine 104
Prezzo: 10,00 euro

 

Esecuzioni a distanza – In un libro la guerra elettronica e la morte digitale

Un viaggio agghiacciante dove l’elettronica ha sostituito la coscienza

Un Superpocket da 84 pagine, piccolissimo e super tascabile, William Langewiesche, giornalista americano corrispondente di guerra e scrittore, ha raccontato due punti di vista molto tecnologici della guerra che fu (ma è mai finita?) in Afghanistan e cioè quella di un tiratore scelto e di un pilota di Droni .

Ne viene fuori un libro agghiacciante, perché “smaterializza” l’eroismo militare e lo ricompatta dietro un mirino elettronico e dietro un joystick che comanda un aereo a distanza pronto a colpire dall’altra parte del mondo.

Sembra già una storia vecchia. Ma è il futuro.

Diviso in due parti bene distinte, il racconto di questi due NON eroi accende in chi legge una riflessione sul mestiere di soldato, in un’epoca che sembra di pace ma che è ricca di guerra.

Il cecchino Crane, che decide di lasciare la polizia, ed entrare nell’esercito, trovandosi poi con un fucile in mano con su scritto “ Remember 9/11” a colpire uomini con la barba (saranno tutti talebani?) in Afghanistan.

E sempre sui cieli dell’Afghanistan viaggiano i “Predator“ , droni leggeri e carichi di armi, con il pilota seduto tranquillamente in una base militare a Las Vegas, che arriva alla base, timbra il cartellino, si connette da un PC ai suoi comandi per seminare bombe e mitragliate su obiettivi strategici, per poi riprendere la macchina e tornare a casa imprecando con gli altri ignari cittadini nel traffico.

Una riflessione arguta e semplice nella sua drammatica modernità; questi professionisti della morte supertecnologici, preparatissimi ma che come in un moderno “Blade Runner” si interrogano nel loro angolo umano dentro un’anima robotizzata che elimina persone con l’ausilio di un software di un mirino elettronico

(foto da American Sniper)

Sapranno riconoscere una bandiera bianca? Sapranno valutare chi colpire, scegliendo tra chi appare in azioni di guerriglia da chi semplicemente sta vivendo una vita diversa da quella di chi ha elaborato il oftware?

Un libro che cambia il modo di pensare la guerra, per sempre.

Esecuzioni a distanza – William Langewiesche – Ed. Adelphi 

Mauro Valentini

 

 

Come pensare (di più) il sesso – Alain de Botton racconta le battaglie nel letto coniugale

Ci voleva uno svizzero molto inglese per di più filosofo per spiare dal buco della serratura della fantasia erotica delle coppie stabili

Se i libri che vanno per la maggiore negli scaffali dedicati alle famiglie sono quelli di come curare le rose in balcone, come far crescere i figli senza che uccidano le maestre o di cosa cucinare quando viene a cena la suocera, qualcosa allora di non detto c’era.

Si perché quando si parla di sesso, è tutto un fiorire di manuali sulle relazioni premature, di incanto e di scoperta, regole per il primo approccio, come vestirsi (e spogliarsi) per conquistare e arrivare all’oggetto ( o soggetto ) del desiderio… ma poi? Come si difende quella eccitante rincorsa al piacere quando la si deve tramutare in famiglia, in relazione di coppia stabile, come conservarla alle avversità del tempo e dai clamori dei tacchi a spillo della vicina o dei bicipiti dell’istruttore di tennis?

 

Alain de Botton

Alain de Botton ci aveva provato già venti anni fa con “ Esercizi d’amore” un romanzo mascherato da manuale che ebbe grande successo di pubblico ( anche se la critica se lo mangiò decretandolo campione del mondo dell’ovvio), ma stavolta il filosofo scrittore imprenditore culturale e personaggio televisivo (così recita Wikipedia) si produce in un manualetto divertente e dissacrante, da leggere in coppia per scoprire come parlare ma soprattutto “ Come pensare (di più) il sesso”.

Il gioco della seduzione tra conviventi non è mai stato tanto difficile, e le simboliche cavie letterarie del sesso inventate da Alain de Botton sono l’escamotage attraverso cui analizzare le frustrazioni e i desideri repressi della vita a due aprendo varchi di ironica disperazione e di soluzioni pratiche.

Perché distinguere tra attrazione fisica e amore algido e poetico potrebbe esser terapeutico per tutti quelli che simulano amore estasiato solo per portarsi a letto ( e poi a casa e poi in vacanza e poi a cena da mamma) il suo oggetto del desiderio erotico, mentre scoprire il motivo per cui è “stupido” l’adulterio seppur condizione che Freud definiva imprescindibile appena cento anni fa potrebbe evitarne ( o aumentarne) l’incidenza nella coppia e nelle relazioni sociali.

Come pensare (di più) al sesso – Edizioni Guanda

Si scoprirà che c’è un legame tra gli “asparagi di Manet” e la sessualità di coppia, e che il responsabile dell’astinenza sessuale matrimoniale potrebbe esser la tappezzeria della casa o la terribile colpa di aver lasciato briciole sul tavolo mentre tagliavate il pane.

Quindi, un manualetto da spiaggia inconsueto e divertente, con spiccate soluzioni pratiche e plausibili, per ragionare di uno degli aspetti più importanti della vita di coppia, perché il pericolo è sempre dietro l’angolo e ci si deve difendere dall’agguato della noia e dell’assuefazione, perché come diceva Oscar Wilde “ la felicità di un uomo sposato dipende sempre dalle persone che non ha sposato” 

Come pensare ( di più ) il sesso – Alain de Botton – Ed. Guanda

Mauro Valentini

Ilaria Alpi – L’altra verità

Pino Nazio riscrive la storia di quel tragico mistero.

Mogadiscio in quei primi mesi del 1994 sembrava diventata il centro del mondo. Del mondo losco e terribile della politica internazionale e dei signori della guerra. Traffici di rifiuti e di armi percorrevano rotte misteriose che però avevano al centro sempre il corno d’Africa. Ilaria Alpi conosceva quel mondo, quelle piste battute dal male. Aveva capito.

Ilaria e Milan

È domenica quel 20 marzo 1994 ma non è una giornata di festa. Per Ilaria non esistono giornate di riposo e quella mattina, insieme al suo cameramen Milan Hrovatin, hanno intervistato un personaggio molto influente del Nord del paese. Qualcuno che sa. Nel primo pomeriggio, un pomeriggio caldo e pieno di vento, passate da poco le 14.30, Ilaria e Milan con il loro autista stanno spostandosi verso l’albergo, quando da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, e fanno fuoco uccidendo i due giornalisti della Rai.

Da quel giorno inizia un calvario di false notizie, di incredibili retroscena che, dopo 25 anni ancora aleggiano e avvolgono il destino di Ilaria e Milan, e che sono ricostruiti con attenzione e passione nel nuovo libro di Pino Nazio, giornalista Rai e autore televisivo e letterario, dall’eloquente titolo: Ilaria Alpi – L’altra verità (Edizioni Ponte Sisto)

Perché Pino, Ilaria l’ha conosciuta. E conosceva la sua energia.

Occasione per parlare del caso e del libro con l’autore sarà la prima presentazione del volume a Roma il 19 marzo alle 11:00, presso “Spazio 5”, centro culturale di grande prestigio a via Crescenzio 99.

La locandina dell’evento

E io ho intervistato Pino oggi, in una pausa del suo lavoro, per capire cosa lo ha spinto ad affrontare un intrigo internazionale come questo che ha portato via Ilaria e Milan.

Ancora un tuo libro su un mistero insoluto. Cosa ti ha portato a parlare di Ilaria?

«L’averla conosciuta e non voler accettare la mancanza di un colpevole per la sua morte. Ilaria Alpi era una giornalista sui generis, sempre pronta a mettersi dalla parte dei più deboli, di chi soffre. E in una guerra, come quella che alcuni “signori” hanno scatenato anche contro una missione di pace, di gente che soffre ce n’è tantissima. Non era una giornalista investigativa.»

Pino Nazio

Come hai incontrato questa storia?

«Ho conosciuto Ilaria Alpi nel 1993 quando Donatella Raffai mi chiese di andare a fare un servizio in Somalia. In quel periodo Somalia era sinonimo di Alpi e l’ho chiamata. Lei è stata disponibile, mi ha dato tutti i consigli che si possono dare a chi non conosce nulla di un paese. I numeri degli uomini della scorta da contattare, dell’autista, di dove dormire, come muovermi in una città pericolosa, i contatto buoni da usare nelle diverse occasioni. Ci siamo sentiti quando sono tornato dopo aver realizzato il mio servizio e ci saremmo dovuti rivedere, ma lei andò prima in Bosnia e poi tornò a Mogadiscio per la sua ultima missione. In questi venticinque anni ho sempre pensato di trovare il modo per approfondire tutto quello che era collegato con la sua morte: scenari, mandanti, esecutori.»

Come hai affrontato l’inchiesta, qual è l’altra verità del titolo?

«Ho letto documenti e sentenze, ho incontrato molti di coloro che potevano avere delle informazioni utili, ho cercato tutti i collegamenti possibili tra gli eventi. E non mi sono accontentato delle versioni ufficiali, delle facili verità, di seguire il senso comune. Così mi sono accorto che c’è una verità altra, su cui, forse per motivi di realpolitik, non si è voluto cercare.»

Emerge in questa tragedia una figura tra le tante che mi ha colpito: quella di Marocchino.  Che sembra essere onnipresente.  È l’elemento chiave?

«Marocchino era l’italiano più potente in Somalia, c’era prima che arrivasse la missione di pace e ci è rimasto dopo. Aveva sposato una bellissima donna somala e vivevano nella più bella villa di Mogadiscio circondati da una trentina di uomini di scorta. Aiutava chiunque avesse dei problemi logistici a risolverli e su questo ha costruito la sua fortuna. Si è indagato molto su di lui, ma alla fine è uscito pulito da ogni accusa. Io non sono per i processi sommari, non mi piacciono le condanne mediatiche, amo cercare le prove.»

Ilaria Alpi

Qual è lo scenario,  in quali stanze si è deciso che Ilaria e Milan dovevano morire?

«L’ultimo capitolo del libro si intitola, appunto, “l’altra verità”. Non vorrei che una frase di troppo togliesse il piacere a qualcuno di leggere il libro per come ho voluto scriverlo.»

Hai la speranza che si possa arrivare ai colpevoli o almeno a una verità giuridica?

«Al tribunale di Roma pende una richiesta di archiviazione contro cui si sono espressi in molti. Una decisione non dovrebbe tardare, forse ci sarà dopo che si saranno spenti gli inevitabili fari che accenderà il venticinquesimo anniversario della sua uccisione. In ogni caso non bisogna smettere di cercare, come ci ha insegnato Ilaria e i suoi straordinari genitori. Vogliamo verità e giustizia.»

Mauro Valentini