Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Pasolini – Il poeta ucciso dal potere

45 anni fa l’omicidio dell’artista più controverso del secolo. Un omicidio premeditato

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno. Il poeta dovrebbere essere sacro!”

Alberto Moravia così salutava, in una orazione funebre diventata un pezzo di storia della letteratura italiana, l’amico e l’artista Pasolini. Il caro Pierpaolo, che era stato poche ore prima non soltanto ucciso ma vilipeso nel corpo e nella dignità da una ricostruzione giornalistica e giudiziaria infamante e evidentemente falsa già a rileggerla con gli occhi dell’epoca. Anche senza le carte processuali e l’autopsia e le perizie che si susseguiranno poi.

Troppo assurdo eppur troppo comodo per molti chiuderla così. Infangare Pasolini lasciandolo nel fango di quel campo schifoso dell’Idroscalo.

Una vita, quella del poeta, che in tutti questi anni si è calcolata con il metro della sua morte tragica. Disperdendo purtroppo quello che Pasolini è stato per la cultura e il sapere italiano. Quel suo saper esser tratto di unione tra la orgogliosa stagione del Neorealismo del dopoguerra e l’espressione più alta e lirica della delusione sociale, politica e m0rale degli anni del post boom economico.

Un testimone attivo, non soltanto un narratore di quel disfacimento morale e di quei rigurgiti autoritaristi che legano con un filo nero le trame che partono dall’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, passanndo per le bombe di Milano e di Brescia, fino ad arrivare all’omicidio eccellente, necessario a chi di quella strategia del terrore e del rovesciamento dello stato democratico ne teneva le fila.

Perchè a distanza di qurantacinque anni, la convinzione che Pier Paolo Pasolini fosse un pericolo non solo politico ma giudiziario per qualcuno è forte. Logica e direi evidente.

Si è parlato di Mattei, e certo non può esser un caso se l’ultim opera incompiuta di Pasolini si intitola Petrolio. E che dentro questa opera sontuosa e accusatoria di quel potere feroce e senza scrupoli manchi quello che l’artista aveva titolato: Appunto 21 – Lampi sull’ENI. Quei lampi che, con molta probabilità, gli sono costati la morte.

Perché quella notte si è perpetrato un omicidio. Un omicidio premeditato. Possiamo davvero credere che abbia fatto tutto uno come Pino Pelosi detto la rana?  Possiamo credere alla storia di un Pasolini che, con le disponibilità e le possibilità che aveva, decide di far venti chilometri quella notte per andare ad appartarsi proprio lì, all’Idroscalo, in quel viaggio senza senso. Insensato come insensata fu la ricostruzione del suo “assassino” e degli inquirenti che gli hanno addirittura creduto.

Qualcuno aveva deciso che questo lucido analista lirico e dolente dello scempio che si stava perpretando nella società italiana andava fatto tacere per sempre, facendolo tacere anche da morto insozzandolo con l’onta di una morte immorale.

E invece, io penso che Pier Paolo sia stato rapito quella notte a Roma da qualcuno che lo ha costretto sotto minaccia ad arrivare con la sua macchina fino a quel campo di calcio melmoso e lurido. Che con l’esca Pelosi a far da spettatore lo si sia pestato a morte chissà in quanti. Che lo abbiano spogliato di dignità e senza nessuna pietà si siano accaniti sul suo corpo vigoroso e coraggioso. E che poi ci abbiano raccontato questa sciocchezza della prestazione sessuale e del rifiuto e di tutte quelle scemenze che abbiamo letto in quegli anni e che ancora sono storia purtroppo.

Lo hanno ucciso così. E conoscerne l’evidenza e non vederla riconosciuta ancora dopo tanti anni almeno dalla storia se non dalla Giustizia, rende ancora più doloroso il sacrificio di un uomo che guardava al futuro e cercava di raccontarlo con le sue opere e che scriveva, all’indomani delle stragi nere del 1974, queste parole che suonano ancora intatte come allora:

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 
Io so. Ma non ho le prove.”

Mauro Valentini

Il caso Lavorini – Quell’omicidio che accompagnò l’Italia nel baratro delle stragi

Il Maestro Sandro Provvisionato ci lascia un racconto perfetto del tragico rapimento che 50 anni fa sconvolse il Paese

Quando ci incontrammo per l’ultima volta, ero a un passo dal completare la bozza del mio libro sul caso Marta Russo. Avevo bisogno di un suo consiglio e di una pacca sulla spalla, e lui mi ascoltò con pazienza e con quel sorriso bonario seminascosto dalla barba che lasciava presagire sempre qualche rivelazione importante. Due colpi di penna, la sua, e tutto mi apparì più chiaro. Poi, nel momento di alzarsi dal tavolino del bar dietro piazza della Minerva, mi disse quasi sovrappensiero: «Ho iniziato un percorso narrativo per raccontare quei tanti, troppi misteri insoluti di questo Paese. E partirò dal caso Lavorini. Lo conosci?» «No Sandro. Non lo conosco.» «Allora perfetto, così la sorpresa sarà più grande.» Fu l’ultima volta che lo vidi. Ci avrebbe lasciato poche settimane dopo.

Edizioni Chiarelettere

E ora che è uscito il suo libro postumo: Il caso Lavorini – Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia (Chiarelettere) ho capito perché quello era per lui un caso da cui partire. Quel rapimento posticcio, violento e senza nessuna pietà, preparato da un gruppo di delinquenti con la passione per la politica reazionaria, era stato la scintilla di un’escalation di violenza che poi porterà ai grandi, tragici fatti di quell’anno e dei dieci successivi.

Ma soprattutto, ritengo che a un Maestro come Sandro Provvisionato non poteva non colpire l’uso strumentale e politico che di quella tragica morte fu operato da chi, a colpi di dileggio, rovinò per ragioni politiche tante figure che uscirono, senza colpa alcuna, ferite a morte nell’anima e anche nel corpo.

Perché il “caso Lavorini” aprì il sipario sulla storia più nera della nostra Repubblica. Confessioni false, infinite ritrattazioni, veri e propri linciaggi, una storia incredibile che ha infiammato l’opinione pubblica che, stordita da notizie che si rincorrevano senza senso, trasformava in poche ore persone rispettabili in mostri, con la complicità di inquirenti che, invece di cercare il male, ebbero un ruolo preciso nell’intorbidire la verità. Che pure era lì a portata di mano.

Come Provvisionato spiega nel libro, tracciando un quadro d’insieme che non fa sconti, tutto si trasformò in una caccia alle streghe, travolgendo le vite di tanti innocenti imputati per un presunto delitto sessuale, smentito dai fatti. Giudici e forze dell’ordine restarono per anni in balia di un manipolo di minorenni che impunemente cambiarono mille volte versione, facendo nomi e cognomi che non c’entravano nulla e che vennero tirati dentro un tritacarne giudiziario e mediatico senza precedenti. Un secondo caso Montesi, quasi una fotocopia, un “metodo” su come si possa cavalcare una tragedia per rovinare innocenti.

Sandro Provvisionato

Solo dopo anni, la matrice politica del rapimento emerse: Il Fronte monarchico locale aveva arapito quel bambino per chiederne un riscatto, utile ad acquistare degli esplosivi che sarebbero poi serviti per compiere una serie di attentati. Era il 1969. Piazza Fontana era vicina, e con essa la fine dell’innocenza, se mai questa Repubblica sia stata mai innocente.

Un libro bellissimo, lucido e puntuale, scritto da una delle penne migliori del giornalismo italiano. Scritto da un Maestro. Scritto da Sandro.

«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.» Così scriveva a proposito di quel delirio di dichiarazioni Pier Paolo Pasolini. Un delirio che in questo libro appare chiaro e ancora attuale.

Sandro Provvisionato (1951-2017) è stato direttore di Radio Città Futura, capo dei servizi parlamentari e della redazione politica dell’Ansa, inviato speciale e vicecapo della redazione romana del settimanale «L’Europeo», capo della cronaca al Tg5. Per questa testata ha diretto anche la redazione inchieste, è stato conduttore del telegiornale della notte e inviato di guerra (in Kosovo, Libano, Iraq); dal 2000 al 2012, coautore e curatore del programma televisivo Terra!, di cui è stato anche conduttore. Ha fondato e diretto il sito misteriditalia.it, un archivio storico-giornalistico sulle vicende più oscure dell’Italia repubblicana. È autore di libri importanti sul caso Moro, la strategia della tensione, i tanti casi italiani irrisolti, tra i quali ricordiamo, con Chiarelettere: «Doveva morire» (2008), «Attentato al papa» (2011), scritti con il giudice Ferdinando Imposimato, e «Complici», con Stefania Limiti (2015). Questo libro è stato consegnato all’editore poco prima della sua morte, avvenuta alla fine di ottobre del 2017.

Mauro Valentini