Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Mirella Gregori. Vogliamo la verità

36 anni di attese, indagini mai iniziate e truffatori della peggior specie

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?»

Quando ho iniziato il percorso del ricordo insieme ad Antonietta, la sorella di Mirella, quasi un anno fa, questa è stata la frase che mi ha colpito di più, la prima di un diluvio di ricordi e di notizie, di atti   d’indagine (pochi) e di mancanze investigative (troppe).

Tutto quello che ci siamo detti e tutto quello che abbiamo scoperto lo abbiamo trasformato in un libro, in una cronaca piena di dolore, è vero, ma anche di tanto amore per Mirella, per Paolo e per Vittoria, per quella famiglia che era e che da quel 7 maggio non è più stata.

 

Mirella pochi giorni prima di scomparire

Perché non si è cercata subito Mirella? Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria? Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di mamma Vittoria, che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse l’Affaire Orlandi non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni dei pochi amici che Mirella aveva, dei pochissimi che potevano permettersi di chiamarla sotto casa e farla scendere? Di quella manciata di nomi che enunciati al citofono potevano indurla a cadere nella trappola?

Dopo 36 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascerà mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Ed io con lei. Vogliamo la verità. Chi ha commesso questo orrore deve sapere che prima o poi arriveremo da lui. E che un atto di coscienza, un atto di clemenza verso chi ha amato Mirella, seppur tardivo, sarebbe doveroso. Ora!

Antonietta Gregori

Questo libro, questo articolo è dedicato ad Antonietta, perché è lei che con orgoglio ha portato e porta ancora addosso lo sguardo di Mirella, una ragazza come tante, con mille sogni interrotti un pomeriggio di maggio del 1983 per mano di chi ha commesso non un reato ma un sacrilegio. Che non può rimanere impunito.

Cara Mirella, questa è una promessa: Antonietta e con lei noi di Penelope, non ci fermeremo mai.

Come scrive nella postfazione del libro il nostro Presidente Antonio Maria La Scala:

«Questi fascicoli vanno riaperti, e vanno riaperti i sarcofaghi prima che sia troppo tardi. Perché non si possono lasciare nell’oblio migliaia di famiglie. Chi dimentica cancella, e noi non dimentichiamo!»

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro: Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa (Sovera)

Marco Vannini e quel “colpo d’aria” che ha indignato l’Italia

Un Giorno in Pretura racconta il processo contro la famiglia Ciontoli

Atteso e molto criticato già nella presentazione, è iniziato il nuovo percorso della trasmissione di servizio di Rai Tre che analizza i casi di cronaca nera del paese attraverso la cronaca dentro le aule dei tribunali.

31 anni di trasmissioni, e tanti, tantissimi elogi per la conduttrice e autrice Roberta Petrelluzzi, sempre attenta a rimanere in equilibrio tra narrazione e obiettività.

Foto Rai Tre

Io personalmente ricordavo finora (perché me ne occupai anni fa per il mio libro Cianuro a San Lorenzo)  soltanto una concessione da parte della conduttrice a tale rigore quando, commentando la sentenza che assolveva Daniela Stuto dall’accusa di esser stata l’assassina di Francesca Moretti, si lasciò sfuggire un augurio sincero alla ragazza assolta e una vicinanza che sorprese tutti. Altrimenti, sempre equilibrio narrativo, lasciando sempre parlare l’Aula di Tribunale, le vittime, gli accusati, i Giudici. Del resto è questa la missione de “Un Giorno in Pretura“.

Eppure… Questa stagione numero 30 è iniziata con un taglio che a molti è apparso di rottura con il passato. Sigla nuova, studio nuovo e con una sensazione di grandezza immotivata per una sola persona seduta alla scrivania, e poi soprattutto la prima serata della domenica su Rai Tre, con un numero medio di ascolti di circa un milione e mezzo contro i 600mila circa del dopo mezzanotte (fonti dati auditel).

Rottura soprattutto, ed è questo che ha spiazzato e indignato i fedelissimi telespettatori, anche nel coinvolgimento verso gli attori della storia che è stata raccontata nella prima puntata: il Caso Vannini.

Innanzitutto iniziando dal titolo: Il caso Ciontoli. Strana scelta, forse corretta in punta di logica giuridica, ma certo scelta di “rottura” nei confronti della stampa nazionale e dei programmi televisivi che hanno preso coscienza dell’enorme ingiustizia perpetrata alla famiglia di Marco. Una scelta direi non compresa dall’opinione pubblica che infatti si è scatenata sui social e ai centralini della Rai.

Io vi propongo due elementi tratti da Facebook, uno della Petrelluzzi in persona che il 26 aprile così scriveva con una sorta di lettera aperta a Martina Ciontoli e poi la risposta sulla pagina a Marco dedicata da parte del cugino di Marco, Alessandro.

Li pubblico lasciando stavolta a Voi il commento. Che potete scrivere qui sotto.

 

Mauro Valentini

 

Emanuela Orlandi – Parla Pietro

Siamo a una svolta? Ho chiesto a Pietro Orlandi quali sono le sue sensazioni

L’amicizia che ci unisce mi ha sempre imposto discrezione. Tanto è il legame e la stima per Pietro. Legame che sento fortemente reciproco.

Ma la notizia battuta ieri da tutte le agenzie sembra porre le basi per una nuova epoca nella triste storia che riguarda il destino di Emanuela Orlandi. E allora l’ho chiamato, gli ho chiesto cosa pensa. Cosa sente. Ed ecco le sue parole.

Pietro

«Forse dopo tanta insistenza e istanze presentate hanno capito che e’ il momento di fare chiarezza e mi auguro che questa volontà sia onesta e volta solo a far emergere la verità.»

Ma come si è arrivati dal nulla questo cimitero teutonico? Cos’è questo luogo di cui ora tanto si parla?

«Il camposanto teutonico è interno al Vaticano, non legato alle nostre frequentazioni. Questa pista nasce da indicazioni di fonti non anonime interne al Vaticano e questa lettera anonima arrivata all’avvocata Sgrò  è solo l’ultima riguardo le segnalazioni che ci erano arrivate. Non si poteva restare nel dubbio e per questo abbiamo fatto una nuova richiesta al Vaticano per indagare su questa circostanza per poter verificare. L’ingresso al camposanto comunque è’ sempre stato accessibile a tutti, non sono richiesti particolari permessi. Non si tratta quindi di un luogo misterioso.»

Una svolta, una novità assoluta questa che consente, dopo 36 anni ormai, di aprire all’interno del Vaticano un fascicolo che riguarderà la scomparsa di Emanuela. Finalmente. Un cambio di passo che ha come protagonista Laura Sgrò, il legale che sta seguendo da qualche tempo Pietro Orlandi e la sua famiglia: «

Sì. l’avvocato Sgrò conosce molto bene l’ambito del Vaticano, sa come procedere e certamente questa sua capacità di interloquire all’interno dello Stato Pontificio può esser determinante.»

Pietro, che sensazione hai stavolta?

«Noi lo sai, siamo sempre speranzosi. Ho verificato in questi anni tutte le possibili piste e voci. Questa però per me è una grandissima novità. Perché viene da dentro il Vaticano. Spero sia quella giusta.»

Vedi l’intervista di Andrea Purgatori con l’avvocata Laura Sgrò per Atlantide (La7)

Antonella Di Veroli – 25 anni fa Il caso della donna nell’armadio

Nel mio libro, tutto gli errori nelle indagini.  Un solo sospettato, un caso semplice eppure rimasto insoluto

Antonella Di Veroli vive sola, praticamente da sempre. Ha 47 anni e da poco ha acquistato un appartamento a Talenti, un quartiere tra i più “in” di Roma dove liberi professionisti e la nuova borghesia romana si sono insediata da anni qui, in questa collina a due passi da Villa Torlonia. Antonell

Via Domenico Oliva 8 quel giorno

a è una donna sola. Non ha tanti amici, non ha un marito e a 47 anni non ha neanche un fidanzato. Ne ha avuti due negli ultimi anni, ma avevano un difetto. Erano sposati e non avevano intenzione di lasciare la moglie.

Quella seconda domenica di aprile del 1994, Antonella la trascorre fuori Roma in casa di amici. Le hanno anche proposto di rimanere a cena tanto che fretta c’era di tornare a casa ma lei aveva declinato l’invito: «ho un impegno» si era lasciata sfuggire e chi la ospitava sapeva che di più non avrebbe detto. Donna riservata, fin troppo.

Antonella quella sera torna a Roma alle 20:30, mette la macchina in garage, percorre quei 40 passi che la separano dal portone di casa immergendosi in un gorgo che rimarrà un mistero.

Sappiamo solo che si strucca, si mette in pigiama, sistema sul tavolo del salone dei documenti di lavoro perché Antonella è una commercialista e l’indomani deve sbrigare alcune pratiche. Alle 22:45 fa una telefonata ad una amica e una alla mamma. E poi?

Il giorno dopo, nessuno la sente e la vede. Al lavoro non si presenta. La chiamano a casa ma c’è soltanto la segreteria telefonica. Qualcosa non torna: «deve esserle accaduto qualcosa» dice subito la mamma, che allerta le due sorelle di Antonella che corrono in quell’appartamento nel primo pomeriggio, si fanno aprire da Ninive, la vicina di casa che ha le chiavi e che aiuta Antonella nelle faccende di casa, una donna che le colora con la sua compagnia un poco la vita. Ma la casa è vuota, la luce è accesa e i vestiti ordinatamente riposti sulla sedia accanto al letto. Antonella, non c’è. Arriva anche Umberto, l’ex amante e collega di lavoro da una vita. Umberto è un uomo anziano: «ormai siamo soltanto amici» dice agli amici e con Antonella ha un rapporto che dice esser solo di lavoro. Erano stati amanti fino a che Antonella aveva conosciuto Vittorio, un fotografo bello, simpatico, sposato. Si sposato anche lui. ma stavolta a lei era sembrata una storia diversa. Ci aveva creduto. Gli aveva anche prestato dei soldi, si era fidata. «Che scema!» si era poi detta: «che scema a fidarmi di uno così.» Uno che appena la moglie lo aveva scoperto era scappato. Con i soldi.

Antonella

Ma Antonella dov’è? Che fine ha fatto. Passano due giorni insonni e pieni di paure. La mamma chiama “Chi l’ha visto?” e dalla redazione le dicono: «magari è partita per un viaggio. Controllate se in casa c’è tutto. I vestiti, le valigie…» E allora ritornano in quella casa, la sorella di Antonella, Carla, con suo marito, un’amica e poi Umberto, sempre presente, che ormai ha preso a cuore quella scomparsa. Anche troppo dicono i familiari di Antonella infastiditi.

Cercano nell’armadio, ma l’anta centrale non si apre, è chiusa, ma non con la chiave, è incollata. La forzano e lì dentro giace da tre giorni il corpo di Antonella, con un sacchetto in testa e due colpi di pistola nella fronte. Uccisa e chiusa nell’armadio.

Chi le ha sparato, le ha sparato con una pistola calibro 22 attraverso un cuscino e poi, credendo d’averla uccisa le ha messo la testa in un sacchetto di quelli che si usano per fare la spesa. E inconsapevolmente l’ha soffocata.

Le indagini iniziano come sempre in questi casi partendo dalle conoscenze della vittima. Già ma quali sono le frequentazioni di una donna come Antonella, di cui in fondo nessuno conosce molto? Ai carabinieri i familiari fanno soltanto due nomi: Vittorio Biffani e l’onnipresente Umberto Nardinocchi, gli unici due uomini che Antonella aveva lasciato trapelare nelle pieghe dei suoi silenzi.

E su questi due, su Umberto e Vittorio, che si concentrano da subito le indagini.

Indagini infarcite di errori così grossolani da sembrare grotteschi, errori e dimenticanze che iniziano subito nella casa di via Domenico Oliva dove Antonella è stata uccisa, quando ci si perde gettandolo tra i rifiuti il sacchetto con cui la testa di Antonella era stata avvolta. Un sacchetto che avrebbe portato subito ad isolare le impronte dell’assassino. Ma non è finita qui perché non vengono repertate neanche le impronte della vittima in fase di primo sopralluogo e di autopsia, rendendo impossibile una valutazione attenta sui reperti trovati (bicchieri, piatti ecc.) e non permettendo di agire “per sottrazione” nella determinazione di quelle dell’omicida.

Ai due sospettati però viene fatto il test dello STUB, anche se ormai dal momento dello sparo sono passati già tre giorni. E tutti e due risulteranno positivi. Ma Umberto, che fortuna, proprio pochi giorni prima della morte di Antonella era andato a sparare in un poligono, mentre Vittorio non ha nessuna giustificazione da portare. Lui ha un alibi sostenuto dai suoi due figli ormai maggiorenni e dalla moglie, come del resto lo ha Umberto, ma non può spiegare perché quello stick di cera che gli hanno strofinato sulla mano sinistra, lui che è destrorso, contenga delle particelle di polvere da sparo.

E poi c’è quel debito. Quei 42 milioni che Vittorio aveva ricevuto da Antonella e che non aveva mai restituito, nonostante i solleciti per la verità neanche così pressanti della vittima, che dopo la scoperta della loro relazione si era persa in accese discussioni con Vittorio e con la moglie di lui più sentimentali che economiche. Eppure, basta quello per portarlo a processo e sbatterlo con una foto a nove colonne in prima pagina su tutti i giornali. Per i giornali è lui l’omicida della donna nell’armadio. Sui giornali e nelle televisioni campeggia la sua foto e soprattutto sono descritti momento per momento la sua intimità con Antonella. Che leggono tutti, sua moglie, i figli e i suoi committenti di lavoro che infatti non lo faranno più lavorare.

Vittorio biffani (gentile concessione Unita)

Ma è stato Vittorio? Il processo dirà di no, non è stato lui. Lui non c’era in quella casa quella notte. E quello STUB risultato positivo si scoprirà, soltanto anni dopo durante il processo d’appello, che non era neanche il suo. Lo avevano invertito per errore con quello di qualcun altro.

E allora se non è stato Vittorio, chi è stato?

Analizzando le carte, le testimonianze e i pochi segni che Antonella ha lasciato nella sua vita ci si chiede da subito perché non si è indagato anche su Umberto, che frequentava Antonella con assiduità, che era stato in qualche modo estromesso sentimentalmente dai pensieri della vittima e che comunque con lei continuava ad avere un rapporto morboso e sempre troppo invadente, tanto da gestirle lavoro amicizie interessi economici e finanche i rapporti con il condominio. Eppure, lui, come altre due figure misteriose e reticenti che affiorarono nel buio della vita di Antonella durante le indagini non furono mai coinvolti. Il colpevole per il PM Nicola Maiorano che condusse quell’indagine poteva esser solo Vittorio Biffani.

E poi ci sono le sorprese: per esempio, mancano due reperti fondamentali:

1 – il pianale dove Antonella è stata adagiata e dove c’era un’impronta e del sangue.

2 – L’anta con lo stucco utilizzato per sigillarla in quella maniera così macabra, anta che aveva conservato certamente molte tracce dell’assassino.

Ma questi due reperti sono stati smarriti nel deposito atti giudiziari! Spariti come era sparito quel sacchetto che ha ucciso Antonella e che avrebbe probabilmente consegnato il giorno dopo il nome dell’omicida evitando questa indagine sbagliata che ha logorato i familiari di Antonella Di Veroli e rovinato per sempre il nome di Vittorio Biffani.

Chi ha ucciso dunque Antonella?

Una donna sola, che quella notte ha aperto a qualcuno con cui era molto in confidenza, tanto da aprirgli in pigiama. Qualcuno di cui Antonella si fidava, ma il cui nome si era tenuta per sé. Dopo tante delusioni stavolta non lo aveva detto a nessuno. E questa sua riservatezza le è stata fatale.

Antonella quella notte ha aperto la porta ad un assassino che l’ha uccisa, l’ha chiusa nell’armadio senza pietà e poi è uscito senza far rumore, sparendo da quel palazzo per sempre, percorrendo quei 40 passi a ritroso e spegnendo la vita di una donna tradita soltanto dalla sua voglia di amare.

Mauro Valentini

Il mio libro che racconta questo caso è: “40 passi – l’omicidio di Antonella Di Veroli – Edizioni Sovera

 

 

Giuliana Perrotta è il nuovo Commissario Straordinario per le persone scomparse

Il nuovo commissario straordinario per il fenomeno delle persone scomparse è Giuliana Perrotta. Succede a Mario Papa, diventato capo segreteria del dipartimento di pubblica sicurezza. L’avvicendamento è stato deciso dal Consiglio dei Ministri.

Nata a Campobasso, Giuliana Perrotta è entrata al ministero dell’Interno nel 1981 e ha ricoperto numerosi incarichi. Commissario prefettizio in numerosi Comuni di Campania, Calabria e Puglia, nel 2008 fu nominata prefetto, incarico che ha svolto a Enna, a Lecce e Cagliari. Da maggio 2017 era a capo dell’Ispettorato generale dell’amministrazione a Roma.

Il Commissario straordinario del governo per le persone scomparse è stato istituito nel 2007, esso è delegato tra le altre cose ai rapporti con i familiari degli scomparsi e con le associazioni più rappresentative a livello nazionale, come PENELOPE ITALIA ONLUS.

Ecco il saluto della nuova Prefetto ai familiari e alle loro associazioni (dal sito del Ministero dell’Interno)

Giuliana Perrotta

“Nell’assumere da oggi il delicato incarico di Commissario per le persone scomparse, desidero rivolgere il mio primo pensiero ed affettuoso saluto ai familiari e alle loro associazioni, che spero di incontrare presto per assicurare loro, in continuità con quanto fatto sensibilmente dai miei predecessori, la vicinanza ed il sostegno dell’Ufficio.

I risultati eccellenti sinora raggiunti nelle ricerche, l’interesse manifestato dalla opinione pubblica e dai media, anche internazionali, mi spingono a intensificare ancor di più la collaborazione con i prefetti, le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie nella consapevolezza che la scomparsa è un fenomeno sociale e non è destinato a cessare.

Le iniziative che intraprenderò saranno, dunque, rivolte a introdurre meccanismi di prevenzione e conoscenza del problema, anche perché sono tante le scomparse di genere e quelle dei minori, soprattutto stranieri non accompagnati.

Per fronteggiare la situazione ritengo, pertanto, doveroso prospettare nelle competenti sedi istituzionali la questione della rideterminazione della dotazione organica della struttura organizzativa commissariale per adeguarla alle mutate e gravose esigenze di coordinamento operativo”.

E noi, le auguriamo  buon lavoro dottoressa Perrotta. C’è tanto da fare perché tante sono le famiglie cha attendono una soluzione.

Mauro Valentini

Logo Penelope Italia Onlus

 

#FridaysForFuture – La versione di Lorenzo

La manifestazione per il clima ha acceso le speranze dei giovani di tutto il mondo. Nel nome di Greta Thumberg per fermare il riscaldamento globale. La parola ora deve passare a loro

Un Venerdì 15 marzo che passerà alla storia. Una manifestazione contro un mondo governato da politiche che rimandano, sottovalutano e addirittura negano cosa stia accadendo al clima della Terra.

Greta

Tutto ha inizio questa estate quando Greta Thumberg, una studentessa svedese di 16 anni, ora diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco, decise di non presentarsi più a scuola per venti giorni consecutivi, fino al 9 settembre 2018, giorno delle elezioni politiche svedesi, manifestando in solitaria davanti al parlamento per chiedere di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico. Il resto, lo ha fatto la rete, il coinvolgimento degli studenti di cento paesi nel mondo. Un tam tam digitale e relazionale. Una marea che si è mossa all’alba di questo venerdì per chiedere a gran voce una cosa che sembra quasi un paradosso: Salvare il clima. Salvare il futuro.

1.700 città, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina. In Italia e Francia la mobilitazione più grande. A Roma il corteo è partito dal Colosseo e ha percorso via dei Fori imperiali, arrivando a fianco dell’Altare della Patria, dove hanno parlato tutti ragazzi, tranne il geologo Mario Tozzi, che ha ricordato quali sono i dati che terrorizzano e giustamente le nuove generazioni:

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato da sempre, a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando! Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

Chi sono e cosa pretendono questi giovani, questa marea colorata e decisa a farsi sentire dai governi di tutte le nazioni? Questo milione di studenti italiani che ha sfilato in ogni città dove vuole arrivare? Noi lo abbiamo chiesto a uno di loro, Lorenzo Campanella, rappresentante di istituto al Liceo Ginnasio Francesco Vivona di Roma. Diciotto anni e lo sguardo rivolto al futuro. Alla pretesa di un futuro migliore.

« Purtroppo del clima non si parla mai a scuola. Eppure questa è una questione essenziale. Credo servirebbe un percorso di educazione alla cittadinanza da affiancare alla regolare didattica ma è un tema che non viene dagli insegnanti. Alcuni degli studenti più interessati si sono fatti promotori di questa organizzazione e in generale hanno sottolineato questa problematica rendendola nota a tutti. Nella nostra scuola questo è il secondo anno che, come studenti, organizziamo una giornata Ecologica per la sensibilizzazione e per la partecipazione attiva nel piccolo contesto scolastico. E la manifestazione di venerdì è stata fondamentale per fare un passo in avanti.»

Cosa chiedete ai potenti del mondo e cosa occorre secondo te?

«I problemi ambientali sono noti da anni, oggi non chiedevamo di cercare delle soluzioni ma di applicare le soluzioni che sono note da anni. Indubbiamente mettere in atto questi cambiamenti comporterebbe un impegno maggiore sia a livello economico che organizzativo per le aziende, ma senza questi accorgimenti nel giro di pochi decenni ci ritroveremmo in un mondo invivibile. Non bisogna azzerare il progresso o distruggere le industrie ma rendere sostenibile la loro crescita e garantire che le regole in ambito climatico-ambientale siano rispettate.»

Dove vuole arrivare questo movimento appena nato, e cosa speri per il pianeta nei prossimi dieci anni, quelli che, a dirla con le parole di Mario Tozzi, saranno quelli decisivi?

Roma venerdì 15 marzo 2019

«La mobilizzazione c’è stata, non solo adesso ma va avanti da tempo e penso che continuerà ad esserci. Esistono accordi internazionali, proposte popolari e di alcune organizzazioni, è giunta l’ora di applicarli. Ma la manifestazione di venerdì non avrà alcun senso se non ne seguiranno degli interventi effettivi.
Perché… Non abbiamo altra scelta! Dobbiamo agire proprio nei prossimi dieci anni, è l’ultima occasione che abbiamo. Il pianeta non si salva in piazza, si salva con delle leggi a tutela dell’ambiente a livello globale. Noi abbiamo voluto far capire che questa è una priorità e che queste regolamentazioni devono essere applicate al più presto.»

Fare presto. E fare bene, perché, come scriveva già cinquant’anni fa il precursore del pensiero ecologista, lo scienziato David Brower: “Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli”

Mauro Valentini

Ascolta Greta Thumberg 

Greta Thumberg per Fridays For Future

Si torna a parlare di Antonella Di Veroli. Ma occorre fare qualche precisazione

Un articolo de Il Corriere della Sera riapre la discussione sul misterioso caso del delitto di via Domenico Oliva

Quando l’editore Sovera mi chiese di scrivere un libro-inchiesta e di scegliermi un caso irrisolto per il mio esordio letterario, io non ebbi il benché minimo dubbio. Pensai immediatamente ad Antonella.

Antonella Di Veroli.

Antonella

Una vicenda tra le tante che hanno colorato di rosso e di nero Roma negli anni 90, che però mi aveva lasciato una malinconica sensazione di impotenza. Quella storia, la storia di questa donna dal carattere forte e fragile allo stesso tempo, uccisa in casa e a cui mai era stata fatta giustizia meritava di esser raccontata. E soprattutto andava fatta chiarezza se non riguardo la sua morte, almeno sulla vita di Antonella, uccisa il 10 aprile del 1994 e poi uccisa dal vociare indegno e senza cuore di una stampa che ha cercato in tutti i modi di renderla in qualche modo “complice” della sua morte. Già perché senza troppi veli e giri di parole la si accusò di esser una donna che si accompagnava a uomini sposati. Una donna che a 47 anni ancora non si era creata una famiglia e che quindi in qualche modo “se l’era cercata”.

Mi offre l’occasione per riparlare del “Delitto della donna nell’armadio” un articolo del Corriere della Sera molto dettagliato e che ripercorre le tappe di questa terribile vicenda, offrendo spunti di riflessione su possibili nuovi scenari investigativi, a quasi 25 anni dall’omicidio.

Rileggendo il lungo articolo diviso in più tappe, qualche precisazione occorre però farla, perché se questa storia è purtroppo diventata una storia sbagliata, un caso irrisolto, lo si deve soprattutto ai dettagli, confusi e mai chiariti e che hanno di fatto reso impossibile (finora) la scoperta del colpevole.

Un colpevole che, questa la mia convinzione che ho espresso con forza nel mio libro “40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli” non può che esser qualcuno della cerchia ristretta, molto ristretta delle frequentazioni di Antonella.

i due fori della pistola che ha colpito Antonella (foto dagli atti del processo)

Perché Antonella (questo è appurato) riceve in pigiama colui (o colei) che la ucciderà qualche minuto dopo esser stato accolto.

Un pigiama, quello di Antonella, di quelli dozzinali, non certo eleganti, che lasciano chiaramente intuire fin da subito che chi ha ucciso ha familiarità con quella casa. E con quella donna.

Una familiarità che, a dirla tutta, forse in quattro, cinque potevano permettersi. Perché Antonella era riservata, gelosa delle sue cose. Impossibile pensare a una sua leggerezza notturna e a una apertura della porta a chicchessia. Chi l’ha uccisa la conosceva bene. Troppo bene.

Si diceva della necessità di alcune precisazione rispetto al pezzo del Corriere.

  • La prima è sul come è stata chiusa l’anta di quel maledetto armadio che si è portato via il respiro di Antonella. Si legge nell’articolo infatti che l’assassino è stato “previdente” nell’utilizzo della colla, ipotizzando quindi che l’assassino se la sia portata dietro, premeditando l’omicidio e anche l’occultamento. Ma non è così. E la dinamica spiega che non può esser così. Perché sappiamo benissimo dagli atti (pubblico anche la foto originale del reperto) che quella non era colla bensì uno stucco di proprietà di Antonella, quindi era in casa. Uno stucco che serviva a riparare qualche graffio sul bellissimo parquet di legno chiaro che si era fatta istallare da pochi mesi. Chi l’ha uccisa non aveva nessuna intenzione di farlo. Sono volate parole grosse forse, oppure qualche documento che Antonella non voleva riconsegnare? O che altro può aver acceso la discussione fino al tragico epilogo?
  • Il tubetto di stucco trovato in casa di Antonella (foto dagli atti del processo)

    Sempre su Il Corriere si parla di “odore di morte” che avrebbe consentito di trovare la povera Antonella. Ritrovata, va ricordato, dalla sorella Carla, dal cognato Giuseppe e da uno degli indagati: Umberto Nardinocchi, onnipresente in tutte le fasi della ricerca. Ebbene, questo odore non c’era. Ce lo dice nientedimeno che il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Talenti, Salvatore Veltri, arrivato immediatamente dopo la scoperta del corpo. Egli mi dice in una intervista riportata nel libro che: “non c’erano odori ne di colla ne di morte in quella casa”, Quindi, chi ha aperto l’armadio (proprio Umberto Nardinocchi) non lo ha fatto richiamato dall’odore, ma da altro. Da una sua intuizione? Una strana intuizione.

  • Nella ricostruzione si fa cenno a un acquisto di una bottiglia di Berlucchi da parte di Antonella quella notte in cui tutto accadde. Ma questa circostanza era stata già cancellata dalle ipotesi durante il processo e anche Carlo Lucarelli nel suo Blu Notte dedicato al caso, aveva fatto un esperimento sul posto escludendo tale ipotesi. Io ho scritto nel mio libro un capitolo a riguardo, dove tra l’altro spiego:

“I due gestori del “ Lucky Bar” di via Nomentana che si trova adiacente alla zona di Talenti dove viveva ed è morta Antonella si presentano spontaneamente ai Carabinieri e raccontano che la notte del 10 Aprile, poco prima dell’orario di chiusura una donna elegante d’aspetto è entrata per acquistare una bottiglia di spumante di una marca importante. I due gestori del bar ne sono sicurissimi, è Antonella Di Veroli la donna ben vestita che ha comprato quella bottiglia.

“Che ore erano?” chiedono i Carabinieri: “ erano circa le 23:00”.

La copertina del mio libro: 40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli

La squadra investigativa scientifica dei Carabinieri rientra per un ulteriore controllo nell’appartamento, vogliono trovare riscontro di quella bottiglia. […[ Cercano anche nei cestini intorno via Domenico Oliva e nella zona, qualora chi fosse uscito se la fosse portata via insieme alla pistola ma non c’è traccia di quella bottiglia di spumante. Eppure sarebbe un elemento importante perché segnerebbe una svolta almeno nella dinamica dell’omicidio.

Certo una svolta alquanto difficile da ipotizzare: Antonella sarebbe dunque andata a piedi percorrendo più di un km nelle strade buie e deserte di quella domenica sera piovigginosa a comprare questa bottiglia, oppure più presumibilmente accompagnata da qualcuno perché la sua A112 non si è mossa dal garage dove era stata parcheggiata la sera stessa. Sarebbe tornata, a piedi o con il suo accompagnatore, salita in casa, spogliata messa il pigiama per poi subire l’aggressione fatale dal suo assassino che a questo punto deve esser per forza quello che l’ha accompagnata al bar, visto che dall’avvistamento al Lucky Bar alla morte di Antonella secondo quanto scritto dalla relazione medico legale non sarebbe passata più di un’ora.

Come è strana questa circostanza, molto strana, ma in mancanza di nessun altro appiglio investigativo la testimonianza viene verbalizzata e tenuta in seria considerazione.

Manca però una prova, un riscontro certo di questo passaggio di Antonella, che i due del bar ribadiscono aver riconosciuto soltanto dalla foto sul Messaggero del 13 Aprile e di non aver mai visto prima di quella notte.

Insomma, manca lo scontrino.

Lo cercano in casa di Antonella, nelle sue borse che si trovano in casa ma non lo trovano; allora gli uomini del nucleo investigativo si presentano al Lucky bar per farsi consegnare la matrice dello scontrino del 10 Aprile 1994. Ma con stupore i due baristi affermano che tale matrice è stata da loro consegnata a dei militari in borghese che si sono presentati qualche giorno prima. ( Nota: Corriere della Sera 18 Gennaio 97).

La matrice non c’è, non si troverà mai. Non vi è traccia di altri militari che hanno preso questa iniziativa, non ci sono verbali di sequestro ne di indagine a tal proposito, i due baristi non hanno la ricevuta del sequestro ne tantomeno prova che questo sequestro sia stato fatto.

Lo scontrino della bottiglia di spumante venduta il 10 Aprile 94 dal Lucky Bar per ben 30 mila lire non si troverà più, semmai sia mai esistito uno scontrino.

Il Lucky bar uscirà ben presto di scena nell’imbarazzo generale tra matrici perdute e dichiarazioni contraddittorie, la dinamica di quella sera in cui due colpi di pistola e una busta di plastica si sono portati via la vita di Antonella anche se appare poco chiara non ha spazio per questa deviazione notturna verso il Lucky Bar, troppo fuori mano per ogni ricostruzione possibile dei fatti.

Un mistero che forse non è un mistero ma solo uno scambio di persona”

  • C’è poi infine, un termine che non può non aver disturbato chi ancora ha nel cuore Antonella: si scrive all’inizio del racconto che proprio Antonella si fosse “incapricciata” di Vittorio Biffani. Il disagio per questa definizione pensavo fosse solo mio, ma non è così. Cosa voleva dire il cronista che lo ha scritto? Per questo ho consultato il Vocabolario della Treccani che, in riferimento al termine così lo descrive: “Lasciarsi prendere da un capriccio, da un desiderio ostinato e per lo più non durevole”.   Ma Antonella per quell’uomo aveva un sentimento molto più grande di questo, un sentimento non certo banale. Aveva perso il suo controllo consueto delle cose della sua vita, si era addirittura spinta a dar prestiti e a vagheggiare una vita possibile insieme. Quando Vittorio chiuderà questa storia, Antonella ricorrerà disperata d’amore anche a delle cartomanti e a dei cialtroni che approfittarono della sua disperazione (altro che capriccio) per toglierle dei soldi e illuderla. No, Antonella di Vittorio era innamorata. E forse lo era ancora, il giorno della sua morte.

Ospite insieme alla sorella Carla e al cognato Giuseppe di Rai Due

Io ho cercato di raccontare solo la donna Antonella, donna forte e fragile allo stesso tempo, colpita a morte prima dalle delusioni di una vita che stentava a regalarle tenerezza e amore e poi da una mano senza pietà che le ha sparato e l’ha gettata come una cosa dentro quell’armadio.

L’abbraccio della sorella Carla, indomita con il marito Giuseppe nella ricerca della verità è stato per me il momento più commovente di questa mia avventura letteraria. Così come le parole del vicino di casa, che incontrandomi a una presentazione del mio libro mi disse: «Grazie per quello che ha fatto. Lei ha tirato fuori dopo venti anni la signora Di Veroli da quell’armadio, dove gli inquirenti l’hanno dimenticata

La verità, Antonella. Meriti che qualcuno dica qual è la (tua) verità.

Mauro Valentini

Gli ultimi 40 passi di Antonella (foto dell’autore)

 

 

A Villa Francesca (Pomezia) parlando di Mirella Gregori – Ecco il video

Si è svolta domenica 3 marzo a Pomezia l’incontro presentazione del libro “Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa”.

Nella meravigliosa location di Villa Francesca, che ha ospitato con la consueta eleganza la manifestazione, si è parlato del destino di Mirella e della possibilità di una riapertura di quell’indagine che non è mai partita veramente.

Con l’autore del libro, hanno partecipato Antonietta Gregori, sorella di Mirella, e il duo musicale formato da Marco Abbondanzieri e Rodolfo Cubeta.

Per gentile concessione di Regioni in rete ecco il video commento all’incontro realizzato da Giulia Presciutti.

 

Giulio Regeni aveva ragione…

Il suo mistero è scritto dentro un quaderno scomparso?

É di questi giorni l’incontro bilaterale Italia-Egitto, da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «L’incontro Con il presidente Abdel Fattah Al Sisi, sebbene abbia “l’agenda sia molto serrata, troverà un modo di confrontarci (sul caso) e trasmetterò le premure del governo italiano e dell’Italia” sul caso Regeni» come ha specificato il Presidente Conte ai microfoni del cronista de Il Fatto Quotidiano

Giulio Regeni. il ricercatore italiano che, partito da Cambridge dove studiava è stato ritrovato ucciso a Il Cairo. Come è noto, Giulio fu rapito il 25 gennaio del 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahir e il suo corpo rinvenuto senza vita il 3 febbraio successivo, nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti, orrendamente torturato in un fosso lungo l’autostrada che porta a Il Cairo da Alessandria.

Quali possano essere i motivi di tanta ferocia da parte di possibili apparati oscuri e violenti del governo egiziano non è dato saperlo, tantomeno qualcuno ancora lo ha chiesto ai massimi livelli del paese…

Eppure la pista c’è già, aldilà del ruolo della professoressa Abdelrahman , tutor del ragazzo italiano a Cambridge, che forse, intercettata nelle sue conversazioni, ha generato  la scintilla di questo massacro. Quale ruolo ha avuto la tutor non è ancora chiaro, eppure piano piano,  la verità sull’omicidio di Giulio Regeni sta uscendo fuori.  Certamente grazie alla meravigliosa opera di giornalisti coraggiosi più che per merito delle autorità egiziane, mostratisi spesso in questi lunghi mesi reticenti nelle loro spiegazioni da riuscire ad irritare pure un politico pacato come l’allora ministro Gentiloni, e convinto il Presidente della Camera Roberto Fico a rompere le relazioni diplomatiche con il Parlamento egiziano.

Il Presidente della Camera Roberto Fico

La pista è da allora come adesso la stessa: l’opera di inchiesta e di raccolta dati che Giulio stava elaborando sull’oscura funzione del sindacato dei venditori ambulanti ostili al capo del governo insediato nel 2014.

«Faceva domande strane» dicono in tanti, ecco quello che ha condannato a morte Giulio. Lo ha detto anche e soprattutto, con grande vanto ora, che evidentemente ha concordato per bene quello che aveva da dire, tale Mohamed Abdallah, capo indiscusso (e non eletto) del sindacato dei venditori ambulanti de Il Cairo.

«Faceva domande sulla sicurezza nazionale» ecco la sua colpa. Ed ecco perché questo signore che si è palesato dopo 11 mesi dai fatti e che con orgoglio (proprio così, dice “con orgoglio”) ha dichiarato di aver segnalato e portato Giulio con una trappola nelle mani dei servizi segreti del suo paese. Faceva domande tutt’altro che strane Giulio, per la sua ricerca – inchiesta; faceva le sue domande sul brulicante che governa quel mondo del commercio su strada.

«Ogni buon egiziano lo avrebbe fatto»  ha dichiarato oltre tutto ad alcuni giornali italiani questo signore. Certamente si sarà sentito un buon egiziano, come quelli che hanno preso in consegna il ricercatore italiano, lo hanno torturato prima di ucciderlo come neanche nelle prigioni di via Tasso i nazisti avevano osato fare.

Torturato per sapere cosa? Questo è il vero mistero, questo gli inquirenti italiani vogliono scoprire da allora e senza successo i nostri inquirenti.

Giulio può esser solo una vittima tra le tante del “nuovo corso” del governo egiziano, tanti sono gli scomparsi e tante sono le torture che hanno subito i detenuti che hanno poi avuto la fortuna di raccontare, perché sopravvissuti con coraggio e in forma anonima. Coraggio che Giulio Regeni avrebbe avuto, ecco forse il motivo della sua morte.

E poi c’è l’elemento più inquietante, un elemento che manca: il quaderno di appunti di Giulio. Quello non si trova più. Svanito insieme alla sua giovane vita.

Il mistero dunque era dentro il quadernetto di Giulio?

Certo, una verità, almeno una, c’era scritta tra quegli appunti che hanno di fatto, ormai sembra certo segnato la sua condanna a morte. Possiamo dirlo con certezza perché almeno una parte degli appunti del ricercatore ci è arrivata sana e salva: Giulio annota di aver incontrato tre volte Abdallah, anche se lo stesso Abdallah asserisce di averlo incontrato in sei occasioni (meglio abbondare si sarà detto per avvalorare l’ipotesi) e tra quelle note Giulio lo definisce come “una miseria umana”. Ecco il pensiero di Giulio. Poche parole ma definitive, Lui lo aveva classificato semplicemente così.

E almeno su questo Giulio aveva ragione.

Mauro Valentini

Daniele Potenzoni – Quella scomparsa senza un colpevole (per ora…)

Una lettera aperta di papà Francesco al figlio, pubblicata attraverso il sito v-news.it tiene viva l’attenzione sul caso, alla vigilia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza di primo grado, che aveva stabilito che la colpa della scomparsa non era di nessuno

Era il 10 giugno del 2015, Daniele, che ha un disturbo mentale grave e che per questo deve esser seguito a vista, scende le scale mobili che lo conducono alla fermata di Termini della Linea A di Roma. Lui a Roma non c’è mai stato, ma questo conta poco. Il professionista che lo ha in affidamento è l’infermiere Massimiliano Sfondrini, dell’Ospedale di Melegnano che, con gli altri colleghi ognuno dei quali ha la responsabilità di un assistito, si tuffano nella bolgia infernale dell’ora di punta di quella fermata. Il gruppo ha un’esitazione, decidono prima di salire, poi, visto che non riuscivano a salire tutti insieme Sfondrini riscende e nel farlo non riesce a portar fuori dal vagone strapieno Daniele. Le porte si chiudono e il treno parte, portando Daniele in un buco nero e senza scampo. Daniele si perde per sempre.

 

La linea A di Roma

Ma papà Francesco, non si vuole arrendere all’assurdo, a una scomparsa che ha dell’incredibile se si pensa che essa è maturata dentro una metropolitana tra le più affollate.

Il processo di primo grado ha sancito poche settimane fa che Sfondrini non ha avuto una condotta colpevole. «Sono allibito, si stabilisce un precedente pericolosissimo, e cioè che la negligenza verso persone indifese come mio figlio non è una colpa.» Francesco ha ragione, non si può relegare a incidente di percorso un evento come questo, ma al di là delle considerazioni penali, ci si chiede come sia stato possibile perdersi un ragazzo con quella disabilità, che non può che esser uscito dal treno a una delle fermate successive.

Abbiamo provato a percorrere quell’ipotetico percorso alla stessa ora: La fermata Repubblica che è quella immediatamente successiva, in genere continua a far salire persone, pigiandosi addosso alle tante già presenti e provenienti da Termini, dove è salito Daniele. Appare complicato che sia riuscito a uscire lì. E allora, potrebbe esser stato spinto dall’onda che si crea alle fermate di Barberini e Spagna. Oppure esser rimasto ancorato e smarrito ai sostegni del treno e esser sceso alla fine del percorso, al capolinea alla fermata Battistini. Ma poi da lì cosa può mai aver fatto? Sono state perlustrate tutte le gallerie tra quelle fermate, ma senza esito. Il mistero sta anche nel fatto che nessuna telecamera lo riprende uscire da una delle fermate successive. Ma se è rimasto sotto, qualcuno lo avrebbe trovato.

Dicevamo della lettera, una missiva affidata da Francesco al sito www.V-news.it scritta al figlio ma anche a tutti quelli che avrebbero potuto evitare una tragedia come questa e non hanno fatto nulla. È soprattutto il comportamento degli infermieri in tutta quella maledetta giornata in cui Daniele si è perso, che sarà sicuramente rianalizzato nel processo di secondo grado.  

una lettera piena di rammarico e di disarmante tenerezza.

“Ciao caro figlio mio Daniele ti scrivo queste parole per dirti che questa notte ti ho sognato sono stati dei momenti bellissimi ma purtroppo e stato solo un sogno perché per un uomo senza cuore che un giorno ti ha portato a vedere il Santo Padre ti ha perso in quella metro di Roma e poi se ne fregato di te e di noi che ci hanno lasciati nella disperazione totale ma se tu puoi leggere questo messaggio fatti aiutare a farti venire tra di noi. Noi tutti insieme ti cercheremo sempre non ci fermiamo fino che non ti troveremo tuo padre vuole la verità”.

La famiglia Potenzoni è assistita nel percorso che porta alla verità dall’avvocato Gennaro Galadeta, attraverso l’associazione Penelope Italia Onlus, che, fatto unico in un processo non per omicidio, è stata in primo grado riconosciuta nella costituzione di parte civile. Perché nessuno vuole rassegnarsi a una sorte così dolorosa, certamente non si rassegnerà Penelope, tantomeno papà Francesco.

Mauro Valentini