Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

In memoria di Ustica (di Fabio Mundadori)

In memoria di Ustica (di Fabio Mundadori)

La storia di un viaggio

Un viaggio lungo ventisei anni, un viaggio che all’improvviso assume le sembianze di in un incubo.
E negli incubi le cose non appaiono mai come sono davvero: gli eventi non sembrano mai così reali, i suoni sono sempre distorti, poco riconoscibili.
Gli incubi sono sogni come tutti gli altri: mosaici prodotti dal nostro inconscio che tenta di comunicarci qualcosa, a volte lo capiamo altre no, in ogni caso restano chiusi nella nostra mente.
Poi succede che alcuni incubi vengano a cercarci ed entrino nella nostra vita e per quanto possiamo desiderarlo non siamo sul set di un film.
Il viaggio inizia il 27 giugno 1980.
Alle 20 e 08, il volo IH 870 decolla dall’aeroporto Marconi di Bologna, destinazione Palermo; non vi giungerà mai: il DC9 della ITAVIA scomparirà improvvisamente dai radar cinquantuno minuti dopo. I suoi resti verranno ritrovati al largo dell’isola di Ustica.
Da quel momento in poi, come in un incubo, nulla sarà come sembra.
E sembra un disastro aereo come tanti, una tragedia voluta dal destino, l’effetto un cedimento strutturale che ha spezzato in due il velivolo: crude definizioni che con il passare delle ore appaiono sempre meno aderenti alla realtà.
Ricordo distintamente le immagini mandate in onda dal TG1 a ridosso della tragedia: quelle della calca dei parenti in attesa all’aeroporto di Punta Raisi, quelle del corpo di una delle vittime più giovani che fuoriuscita dalla carlinga riaffiorava sul pelo dell’acqua.
Nei giorni immediatamente successivi si aggiungono al quadro complessivo nuovi inquietanti elementi: nel giorno del funerale delle vittime Gheddafi commissiona la pubblicazione di un necrologio in favore delle vittime sul giornale di Sicilia, ventuno giorni dopo il disastro un Mig libico viene ritrovato sull’altopiano della Sila; nonostante queste circostanze al termine dell’inchiesta aperta dalla magistratura il responso sarà comunque: disastro aereo.
Un responso che rimarrà incontrovertito per nove lunghi anni quando per la prima volta, a seguito della relazione del primo collegio peritale nominato solo quattro anni prima, viene pronunciata la parola strage.
Il verdetto della Corte di Cassazione che stabilisce che a distruggere il DC9 non fu un cedimento strutturale, ma un missile aria-aria è storia dei giorni nostri.
Come per la strage del 2 agosto la giustizia ha ottenuto un risultato solo parziale condannando i colpevoli istituzionali, i Ministeri dei trasporti e della difesa, non ha saputo però dare un nome agli “esecutori materiali”: a oggi su chi abbia sganciato quel missile abbiamo solo ipotesi, vaghe ammissioni mai surrogate da prove.
L’unica cosa che ci rimane sono i resti di un incubo.
Al tempo, come per tutti i disastri aerei, la notizia tenne banco sulle prime pagine solo a ridosso dell’accaduto per scivolare in fretta nelle pagine interne nei mesi successivi. Un unico sussulto si ebbe in occasione del ritrovamento del caccia libico: chi in quei giorni tentò di mettere in relazione i due fatti, fu tacciato nel migliore dei casi di eccessiva fantasia.
Una cortina di silenzio e dissimulazione calò sul disastro e per, me come per molti, quella tragedia restò a lungo solo un fatto di cronaca, uno dei tanti misteri irrisolti.
Sempre attraverso la cronaca, negli anni ho assistito agli sforzi tenaci profusi da esponenti di spicco della cultura, della politica e soprattutto dall’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica, per dissipare quella cortina.
Poi è venuto il giorno in cui giorno ho messo piede nel Museo della memoria per la strage di Ustica.
Dal 1987 al 1991 i frammenti del DC9 precipitato vengono recuperati dal fondale del Tirreno e successivamente assemblati in un hangar dell’aeroporto militare di Pratica di mare, dove resteranno fino al 2006 quando terminerà l’istruttoria condotta dal giudice Priore.
Sarà proprio grazie alle perizie effettuate su quei resti che verrà smascherato il depistaggio più reiterato della storia d’Italia.
A quel punto il relitto cessa la sua funzione di prova oggettiva, ma per l’associazione parenti delle vittime è impensabile che venga smaltito come un normale rifiuto: per ognuno di loro è la manifestazione tangibile di una verità ritrovata, per ognuno di loro è un simbolo.
Il relitto viene smontato e il volo ITAVIA IH 870 inizia, 26 lunghi anni dopo, il suo viaggio di ritorno.

Il viaggio del DC9

Trasportato a Bologna, quello che fino a quel momento è stato un ammasso di frammenti numerati e catalogati, diviene il nucleo attorno al quale l’artista francese Christian Boltanski realizzerà l’installazione permanente che prende il nome di Museo per la memoria di Ustica.

Quando varchi la soglia del museo e affronti la mole di quel gigante ferito è come se qualcosa mettesse in discussione la realtà stessa, come se la forza emanata dal relitto piegasse il tempo e lo spazio, aprendo un varco verso una dimensione onirica.
Sulla tua testa ottantuno lampade a incandescenza, una per ogni vittima, si accendono e si spengono con il ritmo di un incessante respiro luminoso, perché se la vita può cessare la memoria deve restare per sempre.
Alle pareti del ballatoio sopraelevato, che corre lungo tutto il perimetro della stanza principale, sono invece appese le cornici dedicate alle vittime: nessun volto, nessuna immagine, solo superfici completamente nere, traslucide dove chi guarda può vedere la propria immagine riflessa. Da dietro quelle cornici, la voce che Boltanski ha immaginato per ognuna delle persone scomparse, ci sussurra i propri pensieri di gente comune, pensieri rivolti alla vita, alla quotidianità, ai progetti per un futuro che non è stato concesso.
Quei sussurri sono la colonna sonora che accompagna la tua permanenza all’interno del museo, le guide che conducono per mano le tue emozioni e allora il pensiero torna a loro alle vittime e di loro ci resta solo la memoria, una memoria che parla.

*Fabio Mundadori è nato a Bologna, Scrittore e giallista. Il suo ultimo libro: Occhi Viola – La prima indagine di Luca Sammarchi (Bacchilega editore – Collana Zero) sarà in uscita a luglio 2019  

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