Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Archivia Dicembre 2019

«Ich bin ein Berliner!» In memoria di Fabrizia Di Lorenzo

Tre anni fa la strage di Berlino e Sulmona ricorda Fabrizia con una scultura

Berlino è la città europea che ho visitato più volte. Da quando è caduto quel muro che ne deturpava i viali e l’anima, tante sono stati i miei passaggi. E la mia estasi.

Una città veramente poliedrica, colorata nella gioventù sfacciata d’aspetto e rigorosa nel rispetto, che vedi percorrere allegra quel viale alberato, quell’ Unter den Linden che li porta da quel grigio Est eppur così magico al verde che si staglia oltre la Porta di Brandeburgo, quello del Tiergarten con al centro la statua della vittoria di Wendersiana memoria.

«Ich bin ein Berliner» gridò da lì, da quella Porta, il 26 giugno 1963 un certo JFK, e così riecheggia il grido oggi, dentro tutti quelli che amano la libertà e questa libera Berlino.

Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo

Riecheggiava anche quella sera di dicembre di 3 anni fa, quando un Tir a fari spenti, nero come la morte si è abbattuto in un mercatino famosissimo, in uno dei tanti luoghi simbolo della città, seminando decine di morti e feriti. In quel quartiere che è un angolo ruvido eppure così accecante di bellezza, tra lo Zoologischer garten, il Ku’damm viale alberato pieno di energia visiva e poi, quella che, soltanto in un paese attento alla memoria potresti trovare, solo in una nazione che sconta il suo debito di memoria proprio con i simboli continui che lo testimoniano: la Kaiser Kirche meglio conosciuta come Chiesa del ricordo. Rimasta così com’era nel 1945, travolta dal bombardamento finale su Berlino. Accanto ad essa, la nuova chiesa, un ottagono luccicante e trasparente di luce blu. E sotto di esse, un pullulare di giovani e turisti che seppur con un freddo cane come quello di quel 19 dicembre 2016, curiosava nelle bancarelle alla ricerca dell’oggetto giusto che accendesse l’atmosfera natalizia in casa, in famiglia.

E lì sotto quelle mura che resistettero alle bombe del 1945, una strage. E in quella strage tra gli altri, una vittima italiana: Fabrizia Di Lorenzo.

Era in quel mercatino per fare dei regali da portare a Sulmona. Fabrizia Di Lorenzo dal paese arroccato nel fondovalle tra la Majella e il Morrone era andata via più di dieci anni fa, ma ci tornava due volte l’anno. Tutti la definiscono ora “una figlia dell’Erasmus” ed in verità quella sua esperienza formativa alla “Freie Universitat Berlin” l’aveva così rapita che appena finiti i suoi studi era lì che si era accasata. (http://www.fu-berlin.de/index.html )

La città più europea d’Europa” come Fabrizia stessa amava definirla, l’aveva accolta a braccia aperte e le aveva dato un lavoro presso una società di trasporti. Non proprio quello per cui aveva studiato Fabrizia, ma intanto la dignità dello stipendio tutti i mesi, poi il resto sarebbe venuto. Ma qualcuno, un disgraziato che era stato plurisegnalato da tutte le polizie d’Europa ma che continuava a girare imperterrito tra la Germania e l’Italia, ha interrotto i suoi sogni.

Il Tir assassino

Proprio in questi giorni, nella sua Sulmona, è stata posta la prima pietra per un monumento che ricorderà il sacrificio di Fabrizia. Una scultura che rappresenterà due mani che si incrociano ed insieme sorreggono il mondo, simbolo di unione e fraternità tra tutti gli uomini, opera dello scultore molisano Alessandro Caetani

A me ora, anche a distanza di tre anni, rimane una sensazione intima e di memoria, mi rimane il sorriso di mio figlio mentre usciamo dalla birreria Hans am Zoo divertito e stordito dalla sua prima Berliner Weisse. L’odore delle salsicce addosso, le risate e le cianciate in dieci lingue diverse delle scolaresche di tutta Europa che si affacciano ridendo al quartiere a luci rosse poco distante quel luogo che qualche mese dopo sarà teatro di tragedia. E quel blu della memoria, della chiesa della memoria, che tre anni fa vidi circondata da ambulanze, macchie di sangue e di disperazione.

“Ich bin ein Berliner”

Mauro Valentini

 

Daniela Roveri non avrà giustizia

Archiviazione per il terribile delitto di Colognola. Eppure…

Il PM Fabrizio Gaverini ha ottenuto l’archiviazione dell’inchiesta sul caso Roveri, la manager uccisa il 20 dicembre del 2016 nell’androne del palazzo dove viveva con la mamma. Una brutale aggressione da parte di qualcuno che ha colpito per uccidere e che la farà franca.

Un coltellata alla gola così precisa e violenta che non le ha lasciato scampo ma che ha al contrario reso impossibile allo stato attuale una spiegazione.

Rilievi sul corpo di Daniela Roveri

Viveva con la mamma Daniela, con cui apparentemente aveva un rapporto simbiotico, strettissimo, fatto di cene fuori Bergamo e di viaggi esotici. Aveva un ruolo importante in un’azienda del bergamasco, pochi hobby, pochissima vita mondana. E una mania: la cura del corpo. Sempre in palestra, con annessa SPA e centro estetico, luogo questo molto più frequentato dalla vittima che lo preferiva di gran lunga alle lezioni di aerobica e ai pesi.

«Lampade, trattamenti relax e massaggi, fino ad un mese prima della morte era sempre qui» avevano riferito le amiche e le dipendenti della palestra.  Specie da quando aveva stretto una particolare amicizia con un massaggiatore del centro, un’amicizia che si era trasformata in una relazione. Clandestina, perché l’uomo era sposato.

I PM Davide Palmieri prima e Fabrizio Gaverini, che ha ereditato l’inchiesta e che ha poi chiesto l’archiviazione, avevano escluso la pista passionale solo pochi giorni dopo, convinti com’erano che la soluzione ruotasse attorno a questioni professionali, stanno facendo un passo indietro. O in avanti forse. Il furto della borsa e dei cellulari della donna lascia pensare che l’azione era premeditata, non come si era detto a scopo di rapina. Un colpo secco, fortissimo e deciso alla gola con un coltello mai ritrovato, un colpo che le ha lesionato finanche la vertebra posteriore. Un colpo dato da chi nutriva un rancore possente nei confronti di Daniela.

Eppure… In mano agli inquirenti c’erano due elementi, uno di natura scientifica ed uno investigativa forse più importante:

1 – L’elemento biologico è dato da un capello, isolato sulla scena del crimine con abilità dalla Scientifica di Milano che potrebbe esser quello dell’assassino. Certo sembrerebbe una carta importante per la soluzione del caso ma è pur vero che l’omicidio è avvenuto in un androne di un palazzo, esposto tra l’altro a passaggi frequenti da parte degli abitanti degli stabili vicini, essendo difronte all’ingresso di un giardino comunale. C’erano stati dei forti attriti con i vicini di casa ultimamente per questioni condominiali, qualcuno lo aveva sussurrato senza indugio ai PM la notte stessa dell’omicidio. E qualche nome è stato fatto. Ma qualora anche dai riscontri già in fase di ultimazione con il DNA si fosse scoperto che quel capello è di uno dei vicini di casa, sarebbe stato difficile portarlo come capo d’accusa, perché la logica direbbe che chi vive lì e ci passa tutti i giorni le tracce le lascia sicuramente in maniera accidentale. Differente però sarebbe se quel capello fosse di persona conosciuta alla vittima ma non del luogo, come un collega per esempio, un fornitore o un familiare. E se fosse un frequentatore della palestra?

Il luogo del delitto

2 – Ed ecco l’altro elemento: si ritorna alla palestra per logica: Daniela quella sera aveva con se proprio la borsa della palestra, eppure erano più di dieci giorni che non andava. Come mai? Aveva deciso di andare ma poi qualcosa o qualcuno che è intervenuto o che l’aspettava proprio all’ingresso l’avevano fatta desistere? L’amante della donna, il massaggiatore, era a casa, certo non in compagnia della moglie perché qualche minuto prima che Daniela venga uccisa è al telefono proprio con lei. Cosa si sono detti? Qual era lo stato della loro relazione? L’ultima telefonata, dopo quella al suo amante Daniela la fa alla mamma. Le parla praticamente fin sotto casa. Chiude per dirle semplicemente: «sono arrivata ora salgo» e pochi secondi dopo muore. Con la borsa della palestra in mano. L’altra, quella con gli effetti personali e i telefoni le viene sottratta. Quella borsa sportiva serviva a nascondere alla mamma i suoi movimenti? Anche se adulta ed indipendente, può Daniela aver “depistato” con una borsa da mostrare come giustificazione per le sue assenze alla mamma, per un incontro particolare, inventando in quegli ultimi giorni di andare in palestra mentre invece era da tutt’altra parte? Con chi? C’entra qualcosa quella borsa con la sua morte?

Non lo sapremo forse mai: La morte di Daniela per la Giustizia è da archiviare.

Mauro Valentini