Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

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PSYCHO – Come nasce un capolavoro

60 anni fa il libro di Robert Bloch che diede vita al più geniale film della storia del cinema

“Quella scena dura solo 45 secondi, ma occorsero sette giorni di lavorazione, 72 posizioni della macchina da presa. L’accoltellamento dura 22 secondi per un totale di 35 inquadrature e in nessuna di queste si può vedere il coltello affondare nel corpo di Marion; è il montaggio serrato che fa supporre allo spettatore quello che non si vede, ogni coltellata è un taglio del montaggio, in questo senso un “taglio” vero e proprio!”

Janet Leigh così raccontava quella scena, quell’urlo dietro la tenda che è forse la scena più famosa della storia del cinema.

La scena principe del film

Quell’agosto del 1959 Sir Alfred aveva il contratto in scadenza con la Paramaount a cui doveva un ultimo film. Prima di partire per l’Inghilterra per le vacanze, la sua segretaria Dolores gli regalò un libro di cui si diceva un gran bene, un Horror di Robert Bloch: Psycho, che si ispirava ad un fatto realmente accaduto nel Wisconsin qualche anno prima.

Il viaggio era lungo e Hitchcock era un allenato lettore, quando arrivò a Londra telefonò alla Paramount e disse “ Abbiamo la storyline per il film!”.

In realtà il libro di Bloch era davvero cruento, la donna sotto la doccia veniva addirittura decapitata. No, non era lo stile di “Hitch”, ci voleva uno sceneggiatore che riscrivesse la storia, la modellasse per lo stile del Maestro e che potesse passare la dura censura americana, che in quella scena avrebbe storto il naso per due motivi, il sangue rosso avrebbe avuto zero possibilità di passare la censura e il fatto che la doccia Janet Leigh doveva farla logicamente nuda.

Hitch spiega la scena a Janet Leigh sul set

Lo faremo in bianco e nero” spiazzò tutti Alfred. Si pensò soltanto al fatto che il sangue sarebbe stato più soft, ma in realtà l’idea del bianco e nero in epoca di grande entusiasmo per il colore nascondeva nell’artista una sua visione gotica, espressionista.

Del resto Hitchcock a Berlino prima della guerra fu o non fu l’assistente niente di meno che di Murnau in “ L’ultima risata”?

E le nudità? “ troveremo una soluzione”.

Per la sceneggiatura fu scartato James Canavagh, proposto dalla Paramount ma che Hitchcock e signora (assistente occulta del Maestro) definirono noioso, per questo “Hitch” scovò il giovanissimo Joseph Stefano, che non si lasciò sfuggire l’occasione della vita. Stefano spiazza il Maestro, lesse il libro e al primo incontro gli disse che questo film aveva una protagonista, cioè la vittima! Rovesciare il plot narrativo quindi, questa la sfida e scriverlo dal punto di vista di Marion e non del suo assassino; Marion, che ha una relazione complicata, in un attimo di follia ruba i soldi al lavoro, Marion che scappa, si perde, incontra Norman si rende conto di quanto può esser brutta la vita in solitudine e allora decide di restituire i soldi. Deciderlo la rasserena, si sente meglio, fa una doccia purificatrice e allora… Ecco che entra la morte dietro quella tenda a sconvolgere tutto e a trasferire la scena verso “l’altro”. A Hitchcock piacque cosi tanto che le sue prime parole fu” dobbiamo farla fare ad una vera Star” .

Alfred Hitchcock

Stefano lo aveva convinto, la protagonista era la vittima non l’assassino. Una novità incredibile per l’epoca. Il rapporto con lo sceneggiatore fu subito speciale, si vede da come poi il film fu scritto, non si parlò più del libro da cui si era preso spunto, i personaggi agivano secondo altri impulsi, che venivano in mente a loro due.

Nel libro Norman Bates è un uomo di mezza età, sovrappeso e senza nessuna qualità, Stefano riuscì a creare un uomo diverso, vulnerabile triste e di cui nonostante tutte le sue misteriose azioni presagio di follia se ne potesse provare compassione.

E dopo aver letto il personaggio Hitch disse ” che ne dite di Tony Perkins?”

Janet Leigh invece fu scelta tra le grandi star solo perché lei era cosi felice di lavorare con Hitchcock che non si preoccupò di morire nel primo tempo…E fu la sua fortuna.

Janet Leigh

Il resto del Cast fu scelto con cura, ma il difficile fu mantenere il segreto sul fatto che la mamma di Norman non esistesse in realtà, qualcuno si sarebbe potuto vendere la notizia, rovinando di fatto tutta la storia e il genio di Sir Alfred decise di spargere la voce che cercava una attrice per il ruolo della madre di Bates, cosi che nell’ambiente e tra i giornalisti nessuno sospettò di nulla.

Saul Bass era il “Picture assistant” di Hitchcock, i titoli di testa e di coda furono suoi, ma soprattutto disegnò benissimo tutta la scena della doccia, suggerì ogni inquadratura tanto che si sparse la voce ( o la fece spargere lui apposta) che l’avesse materialmente diretta. Ma Alfred Hitchcock mai avrebbe fatto dire un “ciack azione” a nessuno, in nessun film. Figuriamoci in una scena come quella!

La scena girata in uno spazio di quattro metri per quattro, con una controfigura completamente nuda soltanto per esser usata nel controluce della tenda, in cui Janet Leigh coperta di un pareo di seta bianco aderentissimo che copriva le parti intime non poteva fare. Fu scelta una certa Marli Renfro, che era una spogliarellista famosissima, che girò nuda per una settimana nel set, per la gioia di tutti i cameramen e i tecnici, beccandosi una mezza polmonite visto che

Anthony Perkins

l’acqua della doccia era sempre aperta.

Si diceva del segreto del film (la Signora Bates che è in realtà già morta ma che si scopre solo alla fine), ebbene, come salvaguardare la sorpresa a tutti?

Hitchcock aveva una risposta per tutto: pretese di non far entrare nessuno al cinema a film iniziato, perché diceva “chi entra dopo la scena della doccia non trovando Janet Leigh si chiederà dove sia”. E fu un successo, vietare l’ingresso “anche alla Regina d’Inghilterra”, come recitava il cartello della presentazione spingeva la gente ancor più ad andare a vederlo. Non si fecero “prime” per la stampa, neanche quelli che ci avevano lavorato lo videro, se non al Cinema. Lo stesso Joseph Stefano, che pure il film lo aveva scritto, raccontò che per vederlo con la sua famiglia andò al Cinema a Los Angeles, fece la fila come tutti e quando vide quello che erano riusciti a fare in quella scena della doccia gridò di paura come tutti in sala!

Era riuscito a sconvolgere il pubblico e ad entrare nella Storia.

François Truffaut

Francois Truffaut di questo film che adorava diede la spiegazione migliore, che le racchiude tutte! “Il film è fatto talmente bene che può indurre il pubblico a fare qualcosa che ormai non fa più – urlare verso i personaggi, nella speranza di salvarli dal destino che è stato astutamente lasciato intuire li stia attendendo. Il pubblico all’inizio teme per una ladra, poi nelle scene della pulizia della stanza del motel e dell’affondamento della macchina nella stagno teme che l’assassino non riesca a cancellare le tracce della morte della ragazza, nel finale desidera che sia catturato e costretto a confessare per conoscere il segreto della storia.

Lo spettatore suo malgrado parteggia per i colpevoli e prova pietà per quel povero Norman, che (citando la scena finale) non farebbe male nemmeno ad una mosca”.

Mauro Valentini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A proposito delle scarpe di Lidl

Il fenomeno che scatena il web. E una riflessione perfetta della scrittrice Simona Baldelli

Ne abbiamo lette di tutti i colori, abbiamo rimbalzato meme spiritose e riflessioni al vetriolo su questi comportamenti di massa.

Io sono rimasto abbagliato da questa analisi di Simona Baldelli* che pubblico con il suo consenso e che secondo me spiega perfettamente cosa sta accadendo e purtroppo è accaduto.

(*Simona Baldelli è una scrittrice e una drammaturga di Pesaro. Ha pubblicato tra gli altri: “Evelina e le fate” (Giunti) e “Vicolo dell’immaginario” (Sellerio) – Prossima uscita a fine novembre sempre per Sellerio: “Fiaba di Natale”

Meme tra le tante del Web

Se fossi il responsabile della comunicazione di una nota rete di supermercati, assai popolare, come i suoi prezzi, e dovessi farmi venire in mente una campagna pubblicitaria a costo zero, o quasi (perché se investissi tanti soldi in pubblicità non mi potrei più permettere i prezzi popolari dei miei prodotti), dovrei trovare il modo di fare le nozze coi fichi secchi, come si dice dalle mie parti.
Poniamo quindi che l’azienda metta sul mercato, per esempio, delle scarpe da ginnastica di qualità medio bassa, ma con un prezzo appetibile, soprattutto per la clientela di riferimento e, come ogni articolo ben pubblicizzato sui suoi volantini, e per di più con i colori del logo (che fanno simpatia fra i clienti fidelizzati), vendessero bene.
Quelle scarpe, così come altri articoli di quell’azienda, andrebbero esaurite in pochi giorni.
Il responsabile della comunicazione potrebbe, allora, suggerire ai negozi della catena:
“Ehi, li avete un po’ di amici disposti a farsi fotografare in fila all’ingresso e poi davanti allo scaffale di quelle scarpe?”
“Vanno bene anche i parenti?”
“Certo”.
“Posso dirlo anche a zia Adelina? Sai, ha otto figli…”
“Ottimo”.
Poniamo, a questo punto, che il responsabile della comunicazione si faccia mandare quelle foto, e intenda pubblicarle sui social della catena di supermercati.
“Sai che novità” obietterebbe l’amministratore delegato. “Sui nostri profili non facciamo altro che mettere foto dei nostri articoli e della clientela… e dovrei pagarti (quei due spicci che ti do) per questa bella pensata?”
“Aspetta e lasciami fare” risponderebbe il responsabile della comunicazione. “Piuttosto dite ai direttori delle filiali di togliere dagli scaffali le scarpe che rimangono”.
“Ma perché? Il nostro scopo è vendere. Sta’ a vedere che ti riduco lo stipendio e di quei pochi spicci che ora prendi, te ne do la metà” insisterebbe l’amministratore delegato.
“Aspetta, ti dico”.
A quel punto, se fossi il responsabile della comunicazione, attraverso account farlocchi (chi non li ha?) comincerei a pubblicare offerte delle suddette scarpe sulle varie piattaforme di commercio online. E a prezzi altissimi. Le trasformerei in un oggetto di culto, quasi irraggiungibile.
Che rischio correrei? Nessuno, tutt’al più non le vendo ma, confidando nella religiosa meticolosità con cui tutti condividono qualsiasi cosa purché un po’ bizzarra, e nella tendenza dell’utente medio di comportarsi da gaggiotto (i gaggiotti, sempre dalle mie parti, sono gli uccellini ancora implumi che aspettano a becco aperto il cibo premasticato dai genitori) come minimo otterrei che i colori e il logo dell’azienda venissero spammati urbi et orbi. Pure se, chi condivide, ci ride su (nel bene o nel male, purché se ne parli, diceva il buon Oscar).
“Ma tu guarda la gente come abbocca!” direbbero, infatti, gli spammatori.
In ogni caso, se fossi il responsabile della comunicazione di quella catena, avrei portato a casa un bel po’ di pubblicità, (visibilità, se preferiamo) e a costo zero. E quei due spicci, me li sarei più che guadagnati.
Se fossi il responsabile della comunicazione di una catena di supermercati, appunto.
Ma non lo sono, io mi limito a inventare storie.
A proposito, il logo di quella catena, anche oggi è “trend topic”?

Scritto di Simona Baldelli pubblicato su Facebook

 

Il caso Davide Cervia diventa un libro

 

Valentino Maimone racconta il calvario lungo 30 anni di una famiglia perbene alla ricerca della verità

 

Ci sono storie che ti entrano dentro e che una volta che le hai conosciute attraverso gli occhi di chi le ha vissute e subite non ti abbandonano più.

Anni fa ho avuto la fortuna di conoscere la famiglia Cervia: Marisa, la moglie di Davide, i loro due figli e Alberto Gentile, papà di Marisa, colonna portante e memoria storica di quel calvario che è stato l’iter processuale e di ricerca vana di quell’uomo buono che era Davide Cervia.

Una scomparsa assurda, un intrigo internazionale a cui nessuno a voluto credere o peggio ha fatto finta di non credere, lasciando alla deriva in una lotta impari e ingiusta una moglie e due figli rimasti senza marito e padre. Questo è stato il percorso di chi è rimasto a casa a cercare. Un percorso condito di depistaggi, telefonate minacciose e finanche attentati.

La copertina del libro

Un calvario che Valentino Maimone, collega giornalista e scrittore ha voluto raccogliere tutto in un libro di fresca uscita ma che già ha avuto un’eco mediatico importante, tanta è ancora evidentemente la rabbia e la passione che la gente comune prova per il destino ingiusto di Davide, Un brav’uomo che aveva soltanto la colpa di esser stato un militare, di aver servito la marina con passione e con lealtà e di aver conosciuto proprio in funzione di quel lavoro dei sistemi missilistici che forse sarebbe stato meglio non conoscere.

 

Il libro dal titolo : “Il caso Davide Cervia – trent’anni di depistaggi e omissioni per coprire una verità indicibile” (in vendita solo su Amazon) raccoglie proprio tutti i documenti e le vicende che sono accadute dal quel maledetto 12 settembre 1990 quando Davide fu rapito con violenza davanti al cancello della sua villetta a Velletri, fino a oggi. Un lavoro certosino e pieno di risultanze anche inedite che si legge d’un fiato ed è come uno schiaffo sul volto dello Stato che Davide ha servito prima con la divisa e poi come semplice cittadino onesto lavoratore.

Maimone restituisce giorno dopo giorno questa vicenda tenebrosa esplorandone sia la parte giudiziaria che quella umana, con un ritmo avvincente e sofisticato.

 

Un libro che si apre con la prefazione scritta dal mio compianto amico Sandro Provvisionato, grande Maestro di giornalismo di inchiesta, che con la lucidità che lo ha sempre contraddistinto scriveva descrivendo l’inerzia e i depistaggi operati dagli uomini che avevano il dovere di ritrovare Davide: “Da loro nessuna collaborazione, perché la verità non è prevista nei manuali operativi. Il dovere e la lealtà non si insegna nelle scuole di guerra.”  

E a Maimone ho chiesto quale fosse per lui l’elemento più evidente che dimostra che quello fu un rapimento, dato che le autorità in un primo momento avevano evidentemente con cinico calcolo trattato come allontanamento volontario: “Ci sono due testimoni oculari che si confermano l’uno con l’altro: il vicino di casa e l’autista dell’Acotral. Il primo descrive il sequestro nei dettagli, parla di Davide cloroformizzato e portato via con la forza in auto, ricorda addirittura il numero delle persone coinvolte in quell’operazione; il secondo ricorda l’auto (marca, colore, addirittura caratteristiche somatiche delle persone alla guida e nei sedili posteriori) che gli tagliò la strada uscendo dal vialetto che porta a casa Cervia per poi dileguarsi a tutta velocità.”

Perché quindi Davide è stato rapito? Quale è stato il suo destino? La risposta di Maimone è drammaticamente semplice:  “Davide è stato venduto a un Paese straniero come un pacchetto” “chiavi in mano”, con una partita di quegli armamenti che solo lui sapeva far funzionare e per i quali solo lui avrebbe potuto formare il personale militare sul posto.” 

Scomparso dunque perché indifeso e perché capace di fare quello che era diventato ormai il suo ex lavoro. Un lavoro che gli aveva dato soddisfazioni ma che lui aveva lasciato per amore, per Marisa e per quei suoi due angeli che lo hanno avuto come papà e che lui non ha potuto veder crescere perché una maledetta mano lorda di sangue ha deciso che lui serviva come un manuale di istruzioni vivente per azionare macchine costruite per uccidere.

 

La memoria del destino di Davide Cervia ora è tutta in questo libro. A futura memoria, come solo i libri sanno restituire.

Mauro Valentini

per informazioni e acquisto : https://www.amazon.it/caso-Davide-Cervia-depistaggi-indicibile/dp/B08HG7TX86/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=davide+cervia&qid=1605102681&sr=8-1

 

 

 

Pasolini – Il poeta ucciso dal potere

45 anni fa l’omicidio dell’artista più controverso del secolo. Un omicidio premeditato

“Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno. Il poeta dovrebbere essere sacro!”

Alberto Moravia così salutava, in una orazione funebre diventata un pezzo di storia della letteratura italiana, l’amico e l’artista Pasolini. Il caro Pierpaolo, che era stato poche ore prima non soltanto ucciso ma vilipeso nel corpo e nella dignità da una ricostruzione giornalistica e giudiziaria infamante e evidentemente falsa già a rileggerla con gli occhi dell’epoca. Anche senza le carte processuali e l’autopsia e le perizie che si susseguiranno poi.

Troppo assurdo eppur troppo comodo per molti chiuderla così. Infangare Pasolini lasciandolo nel fango di quel campo schifoso dell’Idroscalo.

Una vita, quella del poeta, che in tutti questi anni si è calcolata con il metro della sua morte tragica. Disperdendo purtroppo quello che Pasolini è stato per la cultura e il sapere italiano. Quel suo saper esser tratto di unione tra la orgogliosa stagione del Neorealismo del dopoguerra e l’espressione più alta e lirica della delusione sociale, politica e m0rale degli anni del post boom economico.

Un testimone attivo, non soltanto un narratore di quel disfacimento morale e di quei rigurgiti autoritaristi che legano con un filo nero le trame che partono dall’omicidio di Enrico Mattei nel 1962, passanndo per le bombe di Milano e di Brescia, fino ad arrivare all’omicidio eccellente, necessario a chi di quella strategia del terrore e del rovesciamento dello stato democratico ne teneva le fila.

Perchè a distanza di qurantacinque anni, la convinzione che Pier Paolo Pasolini fosse un pericolo non solo politico ma giudiziario per qualcuno è forte. Logica e direi evidente.

Si è parlato di Mattei, e certo non può esser un caso se l’ultim opera incompiuta di Pasolini si intitola Petrolio. E che dentro questa opera sontuosa e accusatoria di quel potere feroce e senza scrupoli manchi quello che l’artista aveva titolato: Appunto 21 – Lampi sull’ENI. Quei lampi che, con molta probabilità, gli sono costati la morte.

Perché quella notte si è perpetrato un omicidio. Un omicidio premeditato. Possiamo davvero credere che abbia fatto tutto uno come Pino Pelosi detto la rana?  Possiamo credere alla storia di un Pasolini che, con le disponibilità e le possibilità che aveva, decide di far venti chilometri quella notte per andare ad appartarsi proprio lì, all’Idroscalo, in quel viaggio senza senso. Insensato come insensata fu la ricostruzione del suo “assassino” e degli inquirenti che gli hanno addirittura creduto.

Qualcuno aveva deciso che questo lucido analista lirico e dolente dello scempio che si stava perpretando nella società italiana andava fatto tacere per sempre, facendolo tacere anche da morto insozzandolo con l’onta di una morte immorale.

E invece, io penso che Pier Paolo sia stato rapito quella notte a Roma da qualcuno che lo ha costretto sotto minaccia ad arrivare con la sua macchina fino a quel campo di calcio melmoso e lurido. Che con l’esca Pelosi a far da spettatore lo si sia pestato a morte chissà in quanti. Che lo abbiano spogliato di dignità e senza nessuna pietà si siano accaniti sul suo corpo vigoroso e coraggioso. E che poi ci abbiano raccontato questa sciocchezza della prestazione sessuale e del rifiuto e di tutte quelle scemenze che abbiamo letto in quegli anni e che ancora sono storia purtroppo.

Lo hanno ucciso così. E conoscerne l’evidenza e non vederla riconosciuta ancora dopo tanti anni almeno dalla storia se non dalla Giustizia, rende ancora più doloroso il sacrificio di un uomo che guardava al futuro e cercava di raccontarlo con le sue opere e che scriveva, all’indomani delle stragi nere del 1974, queste parole che suonano ancora intatte come allora:

Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. 
Io so. Ma non ho le prove.”

Mauro Valentini

Quell’11 Settembre visto con gli occhi di un bambino

Molto forte, incredibilmente vicino – Ovvero quando è il cinema a ricordarci che la storia siamo noi

Che solo dopo 11 anni il cinema americano si sia avvicinato alla tragedia dell’11 Settembre dal punto di vista emozionale più che della cronaca non era stata una sorpresa.

Ogni evento luttuoso dell’ultimo secolo, ha toccato il Cinema prima nella narrazione lucida e poi nell’analisi che tali accadimenti producono nell’anima delle persone coinvolte.

Tom Hanks e Thomas Horn

Come per la guerra in Vietman, dove si e’ assistito a questa elaborazione del dolore, si pensi al Taxi Driver di Scorsese e al Cacciatore di Cimino, personaggi resi deboli e piegati dall’esperienza della guerra, cosi è accaduto anche per quello che in America viene definito “ il giorno più brutto della Storia“.

A fare da “apripista” al progressivo genere post 11 Settembre è stato questo film dal titolo già difficile ancorché splendido: ” Molto forte, incredibilmente vicino“,che nell’anniversario del crollo delle Torri Gemelle ho voluto rivedere e rivivere. Il regista Britannico Stephen Daldry, già introspettivamente narratore in “The readersui drammi del nazismo, ha portato in scena l’evento delle Torri dentro gli occhi di un bambino, che li dentro quei mostri di acciaio vede cadere e polverizzare i suoi 11 anni insieme al suo Papà .

La vita di Oskar verrà travolta dal crollo delle Torri Gemelle, dove il padre perde la vita non prima di aver chiamato al telefono a casa e lasciato voce e dramma nella segreteria telefonica. Oltre quel nastro che il bambino continua ad ascoltare all’infinito, Oskar troverà una busta con un nome e una chiave, “Black”. La ricerca della serratura e del Signore o la Signora Black per tutta New York diventeranno per lui salvifico mezzo di assuefazione al dolore e di compensare il vuoto affettivo di quel padre così brillante e con il sorriso di Tom Hanks.

La storia che è tratta da un romanzo di Jonathan Safran Foer, nel racconto originale si concentra sul parallelismo di Oskar e del nonno muto, ammutolito dalle bombe su Dresda nel 1945, in un ideale doloroso passaggio di testimone, ma che nel film invece si sfiora appena, essendo tutto racchiuso nel gioco di specchi dei pensieri del ragazzo, che alla ricerca di “Black” scopre una città attonita ed ancora sotto shock, come Lui, e come Lui desiderosa di amore.

Gli attori sono una garanzia, oltre al grande Hanks, il bambino, Thomas Horn (doppiato purtroppo in maniera alquanto approssimativa nell’edizione italiana) ha occhi e gesti da grande interprete, e quando si hanno appunto Tom Hanks e Sandra Bullock a disposizione, il disegno della “ordinary family” americana e’ garantito.

Sandra Bullock, si carica di un ruolo difficilissimo, quello di una mamma silenziosa e rifiutata, colpevole agli occhi del ragazzo di esser la sopravvissuta. Lei è il centro nascosto del film, che emoziona e coinvolge, molto di più potremmo azzardare dell’ex naufrago Hanks, che sceglie sempre eroi positivi e senza macchia, come e’ questo Mister Schell, che anche nel momento del crollo della Torre Nord riesce ad aver parole d’amore.

Il migliore però è Max Von Sydon, fuoriclasse assoluto, un nonno ritrovato e muto ( nel vero senso della parola per giocare agli ossimori tanto cari al piccolo protagonista) anch’egli figlio come detto di un dramma di guerra, che riaccende la vita e la speranza di tutti, non solo della famiglia Schell, soltanto con il suo sguardo da mimo ed il suo blocchetto dove trascrive pensieri bellissimi..

La fotografia e’ straordinaria, colta e mai appoggiata all’effetto speciale; le torri sono li sullo sfondo, non ci si indugia e non si cercano come appeal, e quando si vedono in lontananza, lo spettatore non le vede quasi, perché “ci vede” soltanto il povero Thomas che parlando al telefono le umanizza quasi, facendole diventare pensieri e persone e non vetro e cemento.

Un film questo “molto forte”, dove padri e madri, nonni e figli si ritrovano sopravvissuti e vivi in una ricerca di speranza contro le ingiustizie della guerra e del mondo, che Daldry guida con sapienza da autentico campione.

Se non lo avete visto, non lo perdete.

MAURO VALENTINI

Processo Vannini – Cosa dirà Viola?

Il 9 settembre inizia il secondo processo d’Appello per la morte di Marco con un’unica teste chiamata a rispondere

Ricomincia il processo Vannini. L’assurda morte di Marco avrà quindi un ulteriore passaggio giudiziario, come ha deciso la Cassazione nella sua pronuncia del 7 febbraio 2020.

Unica teste ammessa Viola Giorgini, presente in quella casa quando tutto quello che non doveva accadere è accaduto e scagionata dai reati a lei ascritti sia in primo che in secondo grado.

Non sappiamo (e forse non si comprenderà neanche durante il processo) quale siano state le motivazioni degli avvocati della difesa dei Ciontoli che li hanno indotti a rimetter al centro della scena Viola, che era uscita indenne da tutto. Cosa possa averli spinti a farle ripercorrere tutto l’iter giudiziario seppur da teste. Magari ci sorprenderà, magari racconterà un’altra verità?

Nel libro che ho scritto insieme a Marina, dal titolo: Mio figlio Marco – La verità sul caso Vannini  (Armando Editore) riporto due frasi che Viola pronuncia durante l’intercettazione ambientale del 18 maggio in caserma a Civitavecchia. Sono passate poche ore dalla tragedia e lei, parlando con Federico e Martina dice: “… Se fosse rimasto vivo sarebbe rimastro handicappato”. E subito dopo, incalzata da Martina, dirà ancora: “Secondo me sarebbe rimasto con qualche ritardo. Quindi Marti, una cosa bruttissima te la immagini la sua vita con qualche ritardo? Si sarebbe ucciso lo stesso”. 

Come faceva Viola a ipotizzare già in quella sede, senza autopsia (che arriverà un mese dopo) tutti quei danni permanenti su Marco, quando lei pensava fosse soltanto un “COLPO D’ARIA” così come le aveva riferito Ciontoli padre?

Un colpo d’aria. E del resto Viola lo spiega anche alla sua amica al telefono pochi giorni dopo (pagina 111) : “Noi eravamo convinti che fosse un colpo d’aria, perchè sai, resta un’aria nella pistola e quando tu spari esce aria.”

Come è possibile che un colpo d’aria possa lasciare handicappato per sempre un ragazzo forte e sano come Marco? Forse qualcuno in questo processo chiederà a Viola come mai, pur avendo compreso la gravità di quelle condizioni, come lei stessa afferma non sapendo di esser intercettata, poi non si è attivata per i soccorsi? Come mai dichiara poi che quel malessere fosse solo una conseguenza della paura di Marco. Da curare con acqua e zucchero e con le gambe alzate.

Lo spiegherà? Ce lo auguriamo. Per la verità, Per Marina e Valerio.

E per Marco.

A cui va come sempre il mio pensiero più dolce.

Mauro Valentini

 

Pastorale Americana

Una riflessione da genitore

Un libro che sembra perfetto, nella porosità degli eventi narrati e nel suo rituale narrativo ruvido ed efficace. Philip Roth ha il dono, quello che ogni scrittore cerca e coltiva e per alcuni, come Roth appunto, arriva per magia da chissà quale parte della natura.

Philip Roth

Il suo è la storia del sogno tradito a stelle e strisce, delle lotte interne politiche e terroristiche che molti pensano siano vissute nella stagione soltanto europea della Baader Meinhof o delle Brigate Rosse e che invece fu anche un fenomeno americano. Una rivolta anti razzista e anti Vietnam, ma non solo. Certamente questo è il cuore del libro, il crogiolo della famiglia statunitense che si inceppa, si distrugge in mille pezzi proprio a fronte del conflitto generazionale e politico tra chi è uscito dalla guerra da vincitore e i loro figli che mettono in discussione tutto il modello. E lo stile.

Ed ecco appunto il… punto da cui ripartire per rileggere quel libro. Il confronto e lo scontro genitori-figli. Uno scontro sempre acuto e politicamente quasi necessario, ove per politica si possa intendere in senso più ampio stili di vita, costumi e libertà individuali.

Ma quello che più mi ha lasciato il segno nella rilettura coltivata come occasione dopo la visione del film omonimo diretto da Ewan McGregor, è stato proprio questo: Il dramma di un padre che cerca disperatamente di salvare sua figlia dal gorgo senza fine della clandestinità. E non per mera convinzione politica, ma per amore. Per amore incondizionato. Per amore assoluto.

Una condanna a cui la mamma Dawn non si consegna ma che invece investe fino alla distruzione della sua essenza “Lo Svedese”, il padre, il ricco borghese invidiato e amato da tutti, che porterà addosso quella croce fino alle estreme conseguenze.

È giusto? È naturale? Non ho una risposta per me, figuriamoci per gli altri, ma mi resta l’amaro e il dolce di quelle pagine e di quelle scene così ben recitate dallo stesso McGregor, da Jennifer Connelly e da Dakota Fanning nel film che ritengo sia fedelissimo alle pagine di Roth, non tanto nella tensione del romanzo in sé, quanto proprio nel raccontare un padre, una madre e una figlia colti nell’avventura di vivere come in un’istantanea lunga una vita.

Mauro Valentini

 

 

«Cercherò sempre mia sorella Mirella»

37 anni di assenza. Maria Antonietta Gregori vuole la verità

Era il 7 maggio del 1983. Una citofonata. E Mirella scende di casa per sparire. Sono passati 37 anni e le domande sono sempre quelle. Quelle domande a cui nessuno per pochezza investigativa, per supponenza e presunzione  ha mai risposto. E che ancora risuonano nel vuoto di quel portone da cui Mirella esce quel pomeriggio per non tornare più.

Il primo articolo che parla della scomparsa di Mirella

Perché non si è cercata subito Mirella?
Perché si è creduto in maniera cieca e colpevole a una scomparsa volontaria?
Perché non si è provveduto immediatamente ad attivare tutte le energie investigative, ascoltando il grido di allarme di Vittoria, la mamma di Mirella Gregori che dopo due ore aveva già chiaro i contorni del dramma?

Perché, prima che tutto deviasse verso l’intrigo internazionale e tutto diventasse “l’Affaire Orlandi” non si è torchiato e analizzato minuto per minuto gli alibi e le dichiarazioni di quell’Alessandro che Mirella dice esser al citofono in quei momenti che precedono la scomparsa e dei pochi amici che Mirella aveva?
Gli alibi di quella misera manciata di nomi che potevano carpire la fiducia di Mirella e gettarla in una trappola?

Dopo 37 anni siamo ancora qui a cercarla, Antonietta non lascia mai nulla di intentato nel percorso che porterà alla verità. Vuole la verità. Vogliamo tutti che chi ha commesso questo orrore paghi una volta per tutte. E vogliamo che chi è a conoscenza del tragico destino di Mirella parli. Finalmente.

Abbiamo girato insieme l’Italia io e Maria Antonietta, portando la sua testimonianza e il mio libro a un pubblico sempre più grande. Sempre attento e partecipe: «Lo devo a mia sorella. E ai miei genitori che finché hanno avuto forza l’hanno cercata come il primo giorno. Come quel 7 maggio 1983. E non mi fermerò mai.»

Maria Antonietta Gregori

Ci sono tra i fascicoli archiviati in Procura molte pagine mai analizzate dagli inquirenti. In quelle pagine, siamo convinti, c’è il tassello mancante che potrebbe portare alla verità.

«Vorrei tanto sapere cosa le è successo. Dio mio non sai quanto! Perché chi sa non parla adesso? Perché non si libera la coscienza?» Questo diceva Maria Antonietta un anno fa. Questo ripete ancora oggi.

La verità. Nient’altro che la verità. Lo dobbiamo a Mirella e lo dobbiamo anche ai tanti volti senza nome che mancano da anni alle loro famiglie.

Mauro Valentini – Per Maria Antonietta Gregori

Per approfondire il libro:
Mirella Gregori. Cronaca di una scomparsa

La copertina del libro Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa

 

Emanuela Orlandi – Il Vaticano non ha mai smesso di archiviare

«Una giornata di vergogna, una delle tante.» Il commento dell’avv. Laura Sgrò

Ci risiamo! Il procedimento relativo alla presunta sepoltura della povera Emanuela in Vaticano, presso il cimitero Teutonico, è stato archiviato. Il Giudice Unico dello Stato ha accolto la richiesta dell’Ufficio del Promotore di Giustizia. Lo rende noto un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede riportato da AGI e poi rimbalzato su tutti i quotidiani.

Un procedimento aperto nell’estate scorsa, dopo la denuncia dei familiari di Emanuela, a seguito della quale il Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e il suo aggiunto, Alessandro Diddi, avevano autorizzato l’accesso a due tombe ubicate all’interno del Cimitero Teutonico.

Sembrava una apertura, una prima apertura da parte degli organi di Giustizia della Santa Sede che dopo 36 anni di silenzio si erano forse accorti che Emanuela Orlandi, cittadina vaticana, era scomparsa per mano di qualcuno. Sembrava… Ma non era così nemmeno stavolta.”I frammenti rinvenuti sono databili ad epoca anteriore alla scomparsa della povera Emanuela: i più recenti risalgono ad almeno cento anni fa”. Una valutazione sbalorditiva, fatta non in laboratorio ma solo per esperienza e che porta immediatamente all’archiviazione, chiudendo alla velocità della luce il loro primo fascicolo aperto sul caso. O almeno l’unico ufficiale perchè appare improbabile che nessuno abbia mai fatto indagini in segreto sulla vicenda, che ha coinvolto a più riprese il Papa e i suoi collaboratori più stretti) e per la quale l’autorità vaticana, spiega la nota con malcelato paradosso: ha offerto, sin dall’inizio, la più ampia collaborazione. E proprio in questo spirito” continua la nota: il provvedimento di archiviazione lascia alla famiglia Orlandi di procedere, privatamente, ad eventuali ulteriori accertamenti su alcuni frammenti già repertati e custoditi, in contenitori sigillati, presso la Gendarmeria”.

Rileggo la nota con Laura Sgrò, la legale che per conto della famiglia Orlandi segue da anni ormai la vicenda e il suo commento è durissimo:

 

Laura Sgrò con Pietro Orlandi (Farodiroma.it)

«Francamente siamo sbalorditi. Si ricorda che il riscontro “analitico” da parte del consulente della Santa Sede è avvenuto solo visivamente, senza applicare alcuna strumentazione, nemmeno in un minimo campione dei resti ossei indicati dalla Parte Offesa. Le indicazioni suggerite dai consulenti della Fam.Orlandi, dottor Giorgio Portera e Laura Donato, non hanno avuto alcun seguito, pur avendo gli stessi indicato protocolli e pubblicazioni riconosciuti a livello internazionale, dove viene indicato il metodo del radio carbonio come unico riscontro certo.»
C’è poi quella “concessione” di valutare privatamente i resti che lascia sgomenti, rimandando quindi all’azione privata della famiglia, lasciandola quindi sola ancora una volta: «Proprio così. Perchè concedere la possibilità di eseguire analisi forensi a spese degli Orlandi non è assolutamente condivisibile ed attuabile. Si tratta di approfondimenti costosi e probabilmente non siamo in presenza di costi sostenibili dalla famiglia stessa. Archiviare un’indagine forense del genere dopo aver visto solamente le ossa è evidentemente non condivisibile.

Peraltro tutto avviene, dopo dieci mesi dalle nostre richieste, in piena emergenza Covid.»
Un’amarezza che non può che esser condivisa da chi in questi anni si è battuto per la verità su quello che è stato in destino tremendo di una ragazzina di soli 15 anni, strappata agli affetti senza che nessuna delle autorità vaticane abbia mai davvero mostrato interesse: «Scrivono “piena collaborazione” da parte della Santa Sede, ma non mi sento di condividere tale affermazione.
È stata scritta una giornata di vergogna, una delle tante. Purtroppo la Giustizia è altra cosa.»

Mauro Valentini

(Grazie all’Avv. Laura Sgrò)

Verità per Emanuela

Hitchcock – Truffaut – L’incontro che fece la storia

A 40 anni dalla scomparsa il Maestro del Brivido rivive in un docufilm

“Un’artista che scriveva con la Cinepresa”. La definizione perfetta per il cinema di Sir Alfred Hitchcock è quella che esce dalla voce di Francois Truffaut, in quella che rimarrà alla storia come la più bella chiacchierata sulla settima arte di tutti i tempi.

Siamo ad Hollywood, è il 1963, Hitch ha appena finito di girare “Gli uccelli”, Truffaut parte da Parigi con un registratore, una interprete e la voglia di capire l’idea di cinema di colui che la rivista “Cahiers du Cinema” ha sempre difeso dai puristi della critica, che lo reputavano (la storia dirà poi a torto) un semplice imbonitore commerciale che sforna grandi incassi e nulla più.

Ma per il regista francese non fu mai così, egli tradusse in un libro straordinario quest’intervista lunga otto giorni. Un libro che uscirà nel 1966 dal titolo appunto di “ Truffaut intervista Hitchcock”.

La Sacra Bibbia di ogni cinefilo dirà uno che di cinema se ne intende come Martin Scorsese.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma in anteprima a ottobre 2015, l’opera è costruita come un epico racconto e realizzato da Kent Jones, direttore del NY Film Fest. Ne viene fuori un documentario ricchissimo di voci e immagini, con al centro l’audio originale di tanti brani di quella maratona di parole tra i due registi. Una maratona ricca di humour tutto inglese, da parte di un divertito e divertente Sir Alfred che gioca con quel giovane e adorato suo collega francese, svelando mille e più trucchi del suo cinema. E mostrando con pochi gesti come si realizza un capolavoro. Un film “alla Hitchcock”.

Da “Vertigo” a Psycho” è un susseguirsi narrativo che incanta e che tracima spesso in nostalgia. “I miei film sono sempre pensati per una sala da 2000 posti piena, non per la visione di uno soltanto”. Ecco forse a distanza di così tanti anni la magistrale lezione che se ne trae da questo bellissimo docu-film è proprio tutta racchiusa nelle parole di Hitchcock.

“Con questo film, non ho intenzione di compiacere i cinefili. Voglio che lo spettatore abbia la viscerale rivelazione di cosa sia il cinema nella sua più potente bellezza”. Le parole del regista non saprebbero spiegare meglio questo capolavoro per appassionati divertente ed emozionante, assolutamente non celebrativo. Ma indimenticabile.

Mauro Valentini