Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Si torna a parlare di Antonella Di Veroli. Ma occorre fare qualche precisazione

Un articolo de Il Corriere della Sera riapre la discussione sul misterioso caso del delitto di via Domenico Oliva

Quando l’editore Sovera mi chiese di scrivere un libro-inchiesta e di scegliermi un caso irrisolto per il mio esordio letterario, io non ebbi il benché minimo dubbio. Pensai immediatamente ad Antonella.

Antonella Di Veroli.

Antonella

Una vicenda tra le tante che hanno colorato di rosso e di nero Roma negli anni 90, che però mi aveva lasciato una malinconica sensazione di impotenza. Quella storia, la storia di questa donna dal carattere forte e fragile allo stesso tempo, uccisa in casa e a cui mai era stata fatta giustizia meritava di esser raccontata. E soprattutto andava fatta chiarezza se non riguardo la sua morte, almeno sulla vita di Antonella, uccisa il 10 aprile del 1994 e poi uccisa dal vociare indegno e senza cuore di una stampa che ha cercato in tutti i modi di renderla in qualche modo “complice” della sua morte. Già perché senza troppi veli e giri di parole la si accusò di esser una donna che si accompagnava a uomini sposati. Una donna che a 47 anni ancora non si era creata una famiglia e che quindi in qualche modo “se l’era cercata”.

Mi offre l’occasione per riparlare del “Delitto della donna nell’armadio” un articolo del Corriere della Sera molto dettagliato e che ripercorre le tappe di questa terribile vicenda, offrendo spunti di riflessione su possibili nuovi scenari investigativi, a quasi 25 anni dall’omicidio.

Rileggendo il lungo articolo diviso in più tappe, qualche precisazione occorre però farla, perché se questa storia è purtroppo diventata una storia sbagliata, un caso irrisolto, lo si deve soprattutto ai dettagli, confusi e mai chiariti e che hanno di fatto reso impossibile (finora) la scoperta del colpevole.

Un colpevole che, questa la mia convinzione che ho espresso con forza nel mio libro “40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli” non può che esser qualcuno della cerchia ristretta, molto ristretta delle frequentazioni di Antonella.

i due fori della pistola che ha colpito Antonella (foto dagli atti del processo)

Perché Antonella (questo è appurato) riceve in pigiama colui (o colei) che la ucciderà qualche minuto dopo esser stato accolto.

Un pigiama, quello di Antonella, di quelli dozzinali, non certo eleganti, che lasciano chiaramente intuire fin da subito che chi ha ucciso ha familiarità con quella casa. E con quella donna.

Una familiarità che, a dirla tutta, forse in quattro, cinque potevano permettersi. Perché Antonella era riservata, gelosa delle sue cose. Impossibile pensare a una sua leggerezza notturna e a una apertura della porta a chicchessia. Chi l’ha uccisa la conosceva bene. Troppo bene.

Si diceva della necessità di alcune precisazione rispetto al pezzo del Corriere.

  • La prima è sul come è stata chiusa l’anta di quel maledetto armadio che si è portato via il respiro di Antonella. Si legge nell’articolo infatti che l’assassino è stato “previdente” nell’utilizzo della colla, ipotizzando quindi che l’assassino se la sia portata dietro, premeditando l’omicidio e anche l’occultamento. Ma non è così. E la dinamica spiega che non può esser così. Perché sappiamo benissimo dagli atti (pubblico anche la foto originale del reperto) che quella non era colla bensì uno stucco di proprietà di Antonella, quindi era in casa. Uno stucco che serviva a riparare qualche graffio sul bellissimo parquet di legno chiaro che si era fatta istallare da pochi mesi. Chi l’ha uccisa non aveva nessuna intenzione di farlo. Sono volate parole grosse forse, oppure qualche documento che Antonella non voleva riconsegnare? O che altro può aver acceso la discussione fino al tragico epilogo?
  • Il tubetto di stucco trovato in casa di Antonella (foto dagli atti del processo)

    Sempre su Il Corriere si parla di “odore di morte” che avrebbe consentito di trovare la povera Antonella. Ritrovata, va ricordato, dalla sorella Carla, dal cognato Giuseppe e da uno degli indagati: Umberto Nardinocchi, onnipresente in tutte le fasi della ricerca. Ebbene, questo odore non c’era. Ce lo dice nientedimeno che il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Talenti, Salvatore Veltri, arrivato immediatamente dopo la scoperta del corpo. Egli mi dice in una intervista riportata nel libro che: “non c’erano odori ne di colla ne di morte in quella casa”, Quindi, chi ha aperto l’armadio (proprio Umberto Nardinocchi) non lo ha fatto richiamato dall’odore, ma da altro. Da una sua intuizione? Una strana intuizione.

  • Nella ricostruzione si fa cenno a un acquisto di una bottiglia di Berlucchi da parte di Antonella quella notte in cui tutto accadde. Ma questa circostanza era stata già cancellata dalle ipotesi durante il processo e anche Carlo Lucarelli nel suo Blu Notte dedicato al caso, aveva fatto un esperimento sul posto escludendo tale ipotesi. Io ho scritto nel mio libro un capitolo a riguardo, dove tra l’altro spiego:

“I due gestori del “ Lucky Bar” di via Nomentana che si trova adiacente alla zona di Talenti dove viveva ed è morta Antonella si presentano spontaneamente ai Carabinieri e raccontano che la notte del 10 Aprile, poco prima dell’orario di chiusura una donna elegante d’aspetto è entrata per acquistare una bottiglia di spumante di una marca importante. I due gestori del bar ne sono sicurissimi, è Antonella Di Veroli la donna ben vestita che ha comprato quella bottiglia.

“Che ore erano?” chiedono i Carabinieri: “ erano circa le 23:00”.

La copertina del mio libro: 40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli

La squadra investigativa scientifica dei Carabinieri rientra per un ulteriore controllo nell’appartamento, vogliono trovare riscontro di quella bottiglia. […[ Cercano anche nei cestini intorno via Domenico Oliva e nella zona, qualora chi fosse uscito se la fosse portata via insieme alla pistola ma non c’è traccia di quella bottiglia di spumante. Eppure sarebbe un elemento importante perché segnerebbe una svolta almeno nella dinamica dell’omicidio.

Certo una svolta alquanto difficile da ipotizzare: Antonella sarebbe dunque andata a piedi percorrendo più di un km nelle strade buie e deserte di quella domenica sera piovigginosa a comprare questa bottiglia, oppure più presumibilmente accompagnata da qualcuno perché la sua A112 non si è mossa dal garage dove era stata parcheggiata la sera stessa. Sarebbe tornata, a piedi o con il suo accompagnatore, salita in casa, spogliata messa il pigiama per poi subire l’aggressione fatale dal suo assassino che a questo punto deve esser per forza quello che l’ha accompagnata al bar, visto che dall’avvistamento al Lucky Bar alla morte di Antonella secondo quanto scritto dalla relazione medico legale non sarebbe passata più di un’ora.

Come è strana questa circostanza, molto strana, ma in mancanza di nessun altro appiglio investigativo la testimonianza viene verbalizzata e tenuta in seria considerazione.

Manca però una prova, un riscontro certo di questo passaggio di Antonella, che i due del bar ribadiscono aver riconosciuto soltanto dalla foto sul Messaggero del 13 Aprile e di non aver mai visto prima di quella notte.

Insomma, manca lo scontrino.

Lo cercano in casa di Antonella, nelle sue borse che si trovano in casa ma non lo trovano; allora gli uomini del nucleo investigativo si presentano al Lucky bar per farsi consegnare la matrice dello scontrino del 10 Aprile 1994. Ma con stupore i due baristi affermano che tale matrice è stata da loro consegnata a dei militari in borghese che si sono presentati qualche giorno prima. ( Nota: Corriere della Sera 18 Gennaio 97).

La matrice non c’è, non si troverà mai. Non vi è traccia di altri militari che hanno preso questa iniziativa, non ci sono verbali di sequestro ne di indagine a tal proposito, i due baristi non hanno la ricevuta del sequestro ne tantomeno prova che questo sequestro sia stato fatto.

Lo scontrino della bottiglia di spumante venduta il 10 Aprile 94 dal Lucky Bar per ben 30 mila lire non si troverà più, semmai sia mai esistito uno scontrino.

Il Lucky bar uscirà ben presto di scena nell’imbarazzo generale tra matrici perdute e dichiarazioni contraddittorie, la dinamica di quella sera in cui due colpi di pistola e una busta di plastica si sono portati via la vita di Antonella anche se appare poco chiara non ha spazio per questa deviazione notturna verso il Lucky Bar, troppo fuori mano per ogni ricostruzione possibile dei fatti.

Un mistero che forse non è un mistero ma solo uno scambio di persona”

  • C’è poi infine, un termine che non può non aver disturbato chi ancora ha nel cuore Antonella: si scrive all’inizio del racconto che proprio Antonella si fosse “incapricciata” di Vittorio Biffani. Il disagio per questa definizione pensavo fosse solo mio, ma non è così. Cosa voleva dire il cronista che lo ha scritto? Per questo ho consultato il Vocabolario della Treccani che, in riferimento al termine così lo descrive: “Lasciarsi prendere da un capriccio, da un desiderio ostinato e per lo più non durevole”.   Ma Antonella per quell’uomo aveva un sentimento molto più grande di questo, un sentimento non certo banale. Aveva perso il suo controllo consueto delle cose della sua vita, si era addirittura spinta a dar prestiti e a vagheggiare una vita possibile insieme. Quando Vittorio chiuderà questa storia, Antonella ricorrerà disperata d’amore anche a delle cartomanti e a dei cialtroni che approfittarono della sua disperazione (altro che capriccio) per toglierle dei soldi e illuderla. No, Antonella di Vittorio era innamorata. E forse lo era ancora, il giorno della sua morte.

Ospite insieme alla sorella Carla e al cognato Giuseppe di Rai Due

Io ho cercato di raccontare solo la donna Antonella, donna forte e fragile allo stesso tempo, colpita a morte prima dalle delusioni di una vita che stentava a regalarle tenerezza e amore e poi da una mano senza pietà che le ha sparato e l’ha gettata come una cosa dentro quell’armadio.

L’abbraccio della sorella Carla, indomita con il marito Giuseppe nella ricerca della verità è stato per me il momento più commovente di questa mia avventura letteraria. Così come le parole del vicino di casa, che incontrandomi a una presentazione del mio libro mi disse: «Grazie per quello che ha fatto. Lei ha tirato fuori dopo venti anni la signora Di Veroli da quell’armadio, dove gli inquirenti l’hanno dimenticata

La verità, Antonella. Meriti che qualcuno dica qual è la (tua) verità.

Mauro Valentini

Gli ultimi 40 passi di Antonella (foto dell’autore)

 

 

In memoria di Maria Pilar e di quella nostra meglio gioventù caduta da quell’aereo

Il nostro Paese più bello che muore su quel Boeing in Africa. Persone che dedicavano la vita alla ricerca e per gli altri. Il “Bel Paese”. Quello che non odia ma che ama. La nostra Italia migliore

Otto vittime, tutte dirette a Nairobi dove avrebbero partecipato alla conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni unite.

La nostra migliore gioventù perduta per un difetto (forse) del software del 737.

Tra le vittime c’era Maria Pilar, romana, 30 anni da poco compiuti, con una voglia matta di vivere, viaggiare e soprattutto aiutare quei popoli in difficoltà, cercando di intraprendere una carriera diplomatica.

Maria Pilar si era laureata prima a “Roma Tre” per poi specializzarsi alla Luiss in Relazioni internazionali con 110 e lode.

Dopo un master di preparazione alla carriera diplomatica, ha lavorato per quasi quattro anni al World Food Programme dell’Onu. Era stata consulente anche per l’associazione di studio, ricerca e internazionalizzazione in Eurasia e Africa, e volontaria con il gruppo di Medici Senza Frontiere.
Nel suo profilo Facebook foto allegre e spensierate, un sorriso spiazzante e sincero. Nessuna autocelebrazione per quello che faceva, traspare l’idea di una ragazza che per natura faceva del bene e che aveva un sogno: un mondo migliore.

Una sua foto pubblicata su Facebook

Aveva dedicato la sua vita a questo scopo e proprio in quella terra è morta, cadendo da un aereo impazzito. Perduta per un destino incomprensibile. E più pazzo di quell’aereo maledetto.

Il mio dolore e il mio pensiero alla sua famiglia e alle altre famiglie che piangono questi eroi silenziosi. E veri.

Mauro Valentini

Ecco il comunicato ufficiale della WORLD FOOD PROGRAMME, l’organizzazione con cui collaborava Maria Pilar insieme alle altre giovani vite perdute.

dichiarazione del direttore esecutivo del world food programme – David Beasley

A Villa Francesca (Pomezia) parlando di Mirella Gregori – Ecco il video

Si è svolta domenica 3 marzo a Pomezia l’incontro presentazione del libro “Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa”.

Nella meravigliosa location di Villa Francesca, che ha ospitato con la consueta eleganza la manifestazione, si è parlato del destino di Mirella e della possibilità di una riapertura di quell’indagine che non è mai partita veramente.

Con l’autore del libro, hanno partecipato Antonietta Gregori, sorella di Mirella, e il duo musicale formato da Marco Abbondanzieri e Rodolfo Cubeta.

Per gentile concessione di Regioni in rete ecco il video commento all’incontro realizzato da Giulia Presciutti.

 

Torniamo in scena! Riparte dal Teatro dei Georgofili di San Casciano dei Bagni il tour di “Marta Russo – Il mistero della Sapienza”

Riparte dal bellissimo teatro dei Georgofili a San Casciano dei Bagni (SI) il tour che riporta in scena: “Marta Russo, il mistero della Sapienza” dopo le rappresentazioni del 2018 in tutta Italia.

Una pièce teatrale che  ripercorre le vicende sia giudiziarie che umane dei protagonisti. Quei nomi: Alletto, Lipari, Scattone, Ferraro rivivono sul palco, riportandoci a quegli anni, a quella tragedia che ha portato via la vita di Marta e che ha lasciato tanti dubbi non risolti.

Locandina dello spettacolo

Proprio i mass media sono tra gli attori di questa performance di Teatro Civile, un genere teatrale che prende spunto dal Teatro di Narrazione che si sviluppa a cavallo degli anni settanta, per poi divenire un modello per molti registi e autori negli anni novanta. Gli esempi illustri non mancano, Marco Paolini e Duccio Camerini sono un valido esempio di drammaturgia moderna condita da temi sociali o di cronaca, un modo nuovo di raccontare la nostra società, con i suoi pregi e i suoi difetti.

La rappresentazione non punta il dito contro nessuno dei protagonisti, non mette in dubbio il giudizio umano e le sentenze che si sono susseguite negli anni, fino agli ultimi sviluppi. Rende al contrario omaggio e dignità alla povera Marta e alle persone che nel bene e nel male sono state travolte da una vicenda, che ancora oggi, è vissuta da tanti come personale. Una performance vibrante e sostenuta per circa un’ora e mezza da recitazione, narrazione, immagini e musiche di scena.

APPUNTAMENTO QUINDI IL 9 MARZO ALLE 21:00 TEATRO DEI GEORGOFILI SAN CASCIANO DEI BAGNI

(Info e Prenotazioni: 0763 733174 – 334 1615504)

La compagnia in scena

Protagonisti

Mauro Valentini  un narratore

Cecilia De Vecchis  la Stampa

Claudia Caoduro  un’accusata

Giancarlo Zicari,  l’accusatore

Rodolfo Cubeta  un cantore

Marco Abbondanzieri,  un musico

Performance di Mauro Valentini

Regia e luci di Claudia Caoduro

Musiche di scena e editing audio Marco Abbondanzieri 

SUPERBRAIN – Appuntamento con Marco Valentini a Roma domenica 10 marzo

Possono le bollicine sul fondo di un bicchiere svelarti il mistero nascosto dietro il tuo metodo di studio? Venite a scoprirlo

Ricevo e volentieri divulgo la bellissima iniziativa di Marco Valentini*

Ho partecipato all’ultima edizione del programma televisivo Superbrain!!

 

Marco Valentini durante la sua performance su Rai Uno

Dopo aver affrontato la prova, molti mi hanno chiesto come avessi fatto a superare e ad affrontare una prova simile, ho sempre fatto il misterioso, non mi è mai piaciuto svelare i miei assi nella manica. La prova è stata spettacolare, immagina di versare l’acqua in un bicchiere, vedere le bollicine che risalgono dal fondo in superficie fino a fermarsi ed appena tutto è stabile, memorizzarne la forma e posizione, essere bendato e doverlo riconoscere in mezzo ad altri 500. 

Sembra assurdo ed impossibile, un po’ come aver dato microeconomia, matematica, economia aziendale alla Luiss al primo appello per poi farmi un mese in Argentina.

Locandina evento 10 marzo

Vorrei ammettere che sia solo talento, ma non ci sarei MAI riuscito se non avessi frequentato un corso per creare il mio metodo di studio personalizzato (per cui colgo

l’occasione di invitarvi domenica 10 marzo alle 17 oppure la sera alle 20 in via Giorgio Ribotta 21, al grattacielo Eurosky).

Da lì in avanti ho continuato a migliorare, ottenendo più risultati con gli esami avendo più tempo per uscire con i miei amici e potendo addirittura permettermi di lavorare allo stesso tempo per poi a 21 anni uscire di casa perché avevo la voglia di realizzare la mia vita e di voler costruire qualcosa di importante. 

Il giorno della prova è stato un momento molto intenso, sarei andato davanti a 4 milioni di persone in prima serata in diretta su Raiuno (molto diverso da un esame universitario), ma ciò che mi ha permesso di affrontare la prova in maniera ottimale è stato sfruttare bene gli strumenti che avevo implementato al mio metodo. 

Non ero ansioso o teso, sapevo di avere gli strumenti giusti. Sapevo di essere la persona giusta.

Eppure, appena sono entrato, occhi e telecamere puntati addosso, Paola Perego che mi abbraccia il cuore ha cominciato subito a battere all’impazzata. 

Ho fatto un respiro profondo, ho usato gli strumenti appresi al corso ed esattamente come facevo per gli esami, la procedura del metodo che avevo scelto mia ha reso tranquillo e sereno del risultato ed alla fine.. ce l’ho fatta!

Andare in televisione e affrontare la prova per me è stato un momento molto importante perché significava superare una sfida: far vedere davanti a milioni di persone che si possono superare i propri limiti.

L’ho fatto prima su di me laureandomi in tempo in Facoltà e superando colloqui di lavoro fino a giungere a gestire un’azienda. Oggi posso dare la stessa opportunità a chi sente dentro la mia stessa ambizione o chi sente di avere gli strumenti all’altezza dei propri sogni.

Gli scettici hanno visto un semplice bicchiere, io in quelle bollicine, ho racchiuso il mio segreto: IL METODO PERSONALIZZATO!

VI ASPETTO DOMENICA 10 MARZO ALL’EUR

(INFO E PRENOTAZIONI: 339 8218644)

 

Marco Valentini* (Laureato in Economics and Business, madrelingua inglese s ora esperto di apprendimento strategico e docente del corso Genio in 21 giorni di Roma)

 

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2001 – L’Odissea senza fine e quel pensiero immortale 

Più che un film un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia ma che anzi, sembra oggi ancora più moderna

«Siete liberi di speculare sul significato filosofico e allegorico del film – e tale speculazione è indice che esso ha fatto presa sul pubblico a un livello profondo – ma io non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire, altrimenti lo spettatore penserà di non aver colto il punto.»

Stanley Kubrick 1968 (foto Hollywood Reporter)

Era l’Aprile del 1968 e a Londra Stanley Kubrick così descriveva il suo film, preparando il pubblico di tutto il mondo ad un’esperienza inconsueta e appunto, allegorica e filosofica.

Ma i giornalisti che prendevano appunti mai si sarebbero aspettati un film come “2001 – Odissea nello spazio”, perché mai un film così era stato immaginato e realizzato. Un’opera di fantascienza? Tutt’altro, anche se il mondo immaginato prima da Arthur Clarke che lo aveva scritto e poi da Kubrick che lo mette in scena è chiaramente lontano… nel 2001 appunto. Il racconto dei racconti di un’epopea di sviluppo del genio umano e della creazione di una intelligenza artificiale sono un simbolico specchio con cui confrontarsi spietatamente.

L’Odissea di Kubrick, Omero moderno che attraverso il percorso del protagonista David, nuovo Ulisse dal nome simbolicamente biblico, confronta e si scontra con i pericoli di un’umanità che stava correndo già allora (figuriamoci ora) verso una modernità mostruosamente affascinante e pericolosa.

Una scena del film

Con un salto temporale che anche ancora oggi lascia senza fiato, l’inizio del film  trasporta l’uomo dall’alba della preistoria al futuro mostrando come l’uso dell’intelligenza negli ominidi abbia portato con un soffio breve solo migliaia di anni, nulla rispetto all’eternità dello spazio a concepire un’astronave e da lì, al medesimo problema dell’uomo dall’inizio di tutto: il potere e l’evoluzione. E la gestione del potere. Un racconto diviso in quattro parti e con due protagonisti inanimati ma assolutamente centrali: un misterioso e famosissimo monolite di pietra scura e il computer di bordo dell’astronave dal nome HAL 9000, un factotum essenziale che però è così perfetto da aver pensieri umani e per questo crudeli.

Keir Dullea è David

Tante le risposte e le mille interpretazioni date al cuore filosofico del film, ma come diceva Kubrick, ognuno trovi la sua strada. “2001 – Odissea nello spazio” è prima di tutto un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia anzi che sembra ancora più moderna oggi che all’epoca dell’uscita, forse perché su questi temi con la digitalizzazione della nostra vita siamo molto più simili al David che combatte contro HAL e purtroppo, ancora più vicini a quell’ominide che con la violenza del gesto intelligente vince contro l’avversario disarmato.

IL TRAILER ORIGINALE  del 1968

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2001-odissea-nello-spazio-il-trailer-originale-1968/301136/301767

Mauro Valentini

 

Regia di Stanley Kubrick. Un film del 1968 con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter. Titolo originale: 2001: A Space Odyssey.  USA, Gran Bretagna, durata 140 minuti

La locandina originale italiana del 1968

 

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS” A Pomezia per l’8 Marzo arriva uno Shakespeare davvero singolare

” Ora vedo che le nostre lance sono di paglia, che la nostra forza è debole e la nostra debolezza incomparabile, che tanto più sembriamo, tanto meno siamo….”

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS” è lo studio della compagnia laboratorio Per Ananke del Consiglio di Stato, presso il Consiglio di Stato, su una delle opere Shakespeariane più divertenti e controverse. Una libera interpretazione ironica e divertente alla ricerca dell’origine della rabbia della bisbetica e del suo sposo, che vuole ad ogni costo addomesticarla come una gatta selvatica. Caterina urla, sbraita ma alla fine cede. Perché?

Locandina evento

«Per tutto il tempo del racconto ci siamo chiesti, osservando le brillanti trovate degli spasimanti di Bianca, sorella della bisbetica, e le sue insofferenza quale fosse l’origine di questi strampalati comportamenti amorosi e non solo.» Questa la molla con cui l’autrice Francesca Tricarico, che insieme alla compagnia Campo dei Sogni ha realizzato l’adattamento. che è immaginato appunto in una struttura  all’interno di un centro per malati psichiatrici chiamato CDS. «Una riscrittura che ci ha condotto a viaggiare nel non detto di questo testo alla ricerca delle parole nascoste dentro ognuno di noi.»

Non uno spettacolo consueto, ma piuttosto un percorso, una sfida , con le paure e le ansie di tutti, con ironia e qualche tabù, alla ricerca della nostra storia personale di ognuno attraverso quella “bisbetica di Caterina”.

 

POMEZIA – Venerdì 8 marzo 2019 – Teatro Comunale via della Tecnica – ORE 21:00

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS”
Liberamente tratto da: La Bisbetica Domata di W. Shakespeare

Regia Francesca Tricarico
Testi Francesca Tricarico e La compagnia Campo dei Sogni

Con Maurizio Colica, Silvia Ercoli, Paola Fusco, Alessandra Galimberti, Flavia Gentili,Claudia Giulia, Raffaele Greco, Elvira Pallotta, Paola Poggi, Carmelo Provenzano
Coordinatrice del progetto Paola Poggi
Produzione: Ass. Per Ananke

Ingresso Gratuito

Giulio Regeni aveva ragione…

Il suo mistero è scritto dentro un quaderno scomparso?

É di questi giorni l’incontro bilaterale Italia-Egitto, da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «L’incontro Con il presidente Abdel Fattah Al Sisi, sebbene abbia “l’agenda sia molto serrata, troverà un modo di confrontarci (sul caso) e trasmetterò le premure del governo italiano e dell’Italia” sul caso Regeni» come ha specificato il Presidente Conte ai microfoni del cronista de Il Fatto Quotidiano

Giulio Regeni. il ricercatore italiano che, partito da Cambridge dove studiava è stato ritrovato ucciso a Il Cairo. Come è noto, Giulio fu rapito il 25 gennaio del 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahir e il suo corpo rinvenuto senza vita il 3 febbraio successivo, nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti, orrendamente torturato in un fosso lungo l’autostrada che porta a Il Cairo da Alessandria.

Quali possano essere i motivi di tanta ferocia da parte di possibili apparati oscuri e violenti del governo egiziano non è dato saperlo, tantomeno qualcuno ancora lo ha chiesto ai massimi livelli del paese…

Eppure la pista c’è già, aldilà del ruolo della professoressa Abdelrahman , tutor del ragazzo italiano a Cambridge, che forse, intercettata nelle sue conversazioni, ha generato  la scintilla di questo massacro. Quale ruolo ha avuto la tutor non è ancora chiaro, eppure piano piano,  la verità sull’omicidio di Giulio Regeni sta uscendo fuori.  Certamente grazie alla meravigliosa opera di giornalisti coraggiosi più che per merito delle autorità egiziane, mostratisi spesso in questi lunghi mesi reticenti nelle loro spiegazioni da riuscire ad irritare pure un politico pacato come l’allora ministro Gentiloni, e convinto il Presidente della Camera Roberto Fico a rompere le relazioni diplomatiche con il Parlamento egiziano.

Il Presidente della Camera Roberto Fico

La pista è da allora come adesso la stessa: l’opera di inchiesta e di raccolta dati che Giulio stava elaborando sull’oscura funzione del sindacato dei venditori ambulanti ostili al capo del governo insediato nel 2014.

«Faceva domande strane» dicono in tanti, ecco quello che ha condannato a morte Giulio. Lo ha detto anche e soprattutto, con grande vanto ora, che evidentemente ha concordato per bene quello che aveva da dire, tale Mohamed Abdallah, capo indiscusso (e non eletto) del sindacato dei venditori ambulanti de Il Cairo.

«Faceva domande sulla sicurezza nazionale» ecco la sua colpa. Ed ecco perché questo signore che si è palesato dopo 11 mesi dai fatti e che con orgoglio (proprio così, dice “con orgoglio”) ha dichiarato di aver segnalato e portato Giulio con una trappola nelle mani dei servizi segreti del suo paese. Faceva domande tutt’altro che strane Giulio, per la sua ricerca – inchiesta; faceva le sue domande sul brulicante che governa quel mondo del commercio su strada.

«Ogni buon egiziano lo avrebbe fatto»  ha dichiarato oltre tutto ad alcuni giornali italiani questo signore. Certamente si sarà sentito un buon egiziano, come quelli che hanno preso in consegna il ricercatore italiano, lo hanno torturato prima di ucciderlo come neanche nelle prigioni di via Tasso i nazisti avevano osato fare.

Torturato per sapere cosa? Questo è il vero mistero, questo gli inquirenti italiani vogliono scoprire da allora e senza successo i nostri inquirenti.

Giulio può esser solo una vittima tra le tante del “nuovo corso” del governo egiziano, tanti sono gli scomparsi e tante sono le torture che hanno subito i detenuti che hanno poi avuto la fortuna di raccontare, perché sopravvissuti con coraggio e in forma anonima. Coraggio che Giulio Regeni avrebbe avuto, ecco forse il motivo della sua morte.

E poi c’è l’elemento più inquietante, un elemento che manca: il quaderno di appunti di Giulio. Quello non si trova più. Svanito insieme alla sua giovane vita.

Il mistero dunque era dentro il quadernetto di Giulio?

Certo, una verità, almeno una, c’era scritta tra quegli appunti che hanno di fatto, ormai sembra certo segnato la sua condanna a morte. Possiamo dirlo con certezza perché almeno una parte degli appunti del ricercatore ci è arrivata sana e salva: Giulio annota di aver incontrato tre volte Abdallah, anche se lo stesso Abdallah asserisce di averlo incontrato in sei occasioni (meglio abbondare si sarà detto per avvalorare l’ipotesi) e tra quelle note Giulio lo definisce come “una miseria umana”. Ecco il pensiero di Giulio. Poche parole ma definitive, Lui lo aveva classificato semplicemente così.

E almeno su questo Giulio aveva ragione.

Mauro Valentini

Daniele Potenzoni – Quella scomparsa senza un colpevole (per ora…)

Una lettera aperta di papà Francesco al figlio, pubblicata attraverso il sito v-news.it tiene viva l’attenzione sul caso, alla vigilia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza di primo grado, che aveva stabilito che la colpa della scomparsa non era di nessuno

Era il 10 giugno del 2015, Daniele, che ha un disturbo mentale grave e che per questo deve esser seguito a vista, scende le scale mobili che lo conducono alla fermata di Termini della Linea A di Roma. Lui a Roma non c’è mai stato, ma questo conta poco. Il professionista che lo ha in affidamento è l’infermiere Massimiliano Sfondrini, dell’Ospedale di Melegnano che, con gli altri colleghi ognuno dei quali ha la responsabilità di un assistito, si tuffano nella bolgia infernale dell’ora di punta di quella fermata. Il gruppo ha un’esitazione, decidono prima di salire, poi, visto che non riuscivano a salire tutti insieme Sfondrini riscende e nel farlo non riesce a portar fuori dal vagone strapieno Daniele. Le porte si chiudono e il treno parte, portando Daniele in un buco nero e senza scampo. Daniele si perde per sempre.

 

La linea A di Roma

Ma papà Francesco, non si vuole arrendere all’assurdo, a una scomparsa che ha dell’incredibile se si pensa che essa è maturata dentro una metropolitana tra le più affollate.

Il processo di primo grado ha sancito poche settimane fa che Sfondrini non ha avuto una condotta colpevole. «Sono allibito, si stabilisce un precedente pericolosissimo, e cioè che la negligenza verso persone indifese come mio figlio non è una colpa.» Francesco ha ragione, non si può relegare a incidente di percorso un evento come questo, ma al di là delle considerazioni penali, ci si chiede come sia stato possibile perdersi un ragazzo con quella disabilità, che non può che esser uscito dal treno a una delle fermate successive.

Abbiamo provato a percorrere quell’ipotetico percorso alla stessa ora: La fermata Repubblica che è quella immediatamente successiva, in genere continua a far salire persone, pigiandosi addosso alle tante già presenti e provenienti da Termini, dove è salito Daniele. Appare complicato che sia riuscito a uscire lì. E allora, potrebbe esser stato spinto dall’onda che si crea alle fermate di Barberini e Spagna. Oppure esser rimasto ancorato e smarrito ai sostegni del treno e esser sceso alla fine del percorso, al capolinea alla fermata Battistini. Ma poi da lì cosa può mai aver fatto? Sono state perlustrate tutte le gallerie tra quelle fermate, ma senza esito. Il mistero sta anche nel fatto che nessuna telecamera lo riprende uscire da una delle fermate successive. Ma se è rimasto sotto, qualcuno lo avrebbe trovato.

Dicevamo della lettera, una missiva affidata da Francesco al sito www.V-news.it scritta al figlio ma anche a tutti quelli che avrebbero potuto evitare una tragedia come questa e non hanno fatto nulla. È soprattutto il comportamento degli infermieri in tutta quella maledetta giornata in cui Daniele si è perso, che sarà sicuramente rianalizzato nel processo di secondo grado.  

una lettera piena di rammarico e di disarmante tenerezza.

“Ciao caro figlio mio Daniele ti scrivo queste parole per dirti che questa notte ti ho sognato sono stati dei momenti bellissimi ma purtroppo e stato solo un sogno perché per un uomo senza cuore che un giorno ti ha portato a vedere il Santo Padre ti ha perso in quella metro di Roma e poi se ne fregato di te e di noi che ci hanno lasciati nella disperazione totale ma se tu puoi leggere questo messaggio fatti aiutare a farti venire tra di noi. Noi tutti insieme ti cercheremo sempre non ci fermiamo fino che non ti troveremo tuo padre vuole la verità”.

La famiglia Potenzoni è assistita nel percorso che porta alla verità dall’avvocato Gennaro Galadeta, attraverso l’associazione Penelope Italia Onlus, che, fatto unico in un processo non per omicidio, è stata in primo grado riconosciuta nella costituzione di parte civile. Perché nessuno vuole rassegnarsi a una sorte così dolorosa, certamente non si rassegnerà Penelope, tantomeno papà Francesco.

Mauro Valentini

 

Il Vedovo compie 60 anni. Quella Milano ancora da bere tra risate e spietatezze

Un capolavoro che ha resistito alle intemperie delle evoluzioni dei costumi. Il boom economico visto da dentro, con tutto ma proprio tutto il marciume che lo contraddistinguerà negli anni successivi

Quando nel 1959 Dino Risi insieme a Rodolfo Sonego, che era lo sceneggiatore perfetto per Alberto Sordi, scrisse “ Il Vedovo” nessuno ipotizzava, neanche lui, di aver scritto un racconto quasi futurista, una fotografia con cui si cristallizzava un paese che aveva scoperto le porcherie di affaristi senza scrupoli e che non se ne sarebbe più liberata.

Alberto Nardi, romano e aspirante industriale abita in quel meraviglioso palazzo nel centro di Milano, la Torre Velasca, vista sul Duomo, appartamentino da miliardari con donne di servizio in livrea.

 

La Torre Velasca, dove vivono Alberto Nardi e sua moglie, teatro principale della commedia

 

Ma la ricca è sua moglie, Elvira Almiraghi, rampolla tuttologa e sfacciata donna di affari che è adorata dalla Milano che conta e che mal sopporta come dice anche pubblicamente questo marito definito più volte “ Cretino, megalomane, che si circonda di incapaci per sentirsi forte”. Una sventura per l’algida Elvira, dunque, una croce da portare in un’epoca dove il divorzio non era contemplato ma aggirato.

Gli affari di Alberto vanno malissimo, Elvira non vuole più aiutarlo economicamente nelle sue divertentissime imprese industriali;  quei “freni per ascensore brevetto Fritzmayer!” fanno cilecca, ma la fortuna sembra arridere al pusillanime pseudo-industriale, sotto forma di un incidente ferroviario in cui sembra che la signora Almiraghi sia deceduta.

La mia Elvira non c’è più” finge di disperarsi il neo – Vedovo, ma in realtà sta già facendo i conti su come spendere l’immenso patrimonio che erediterà, chi lo disprezzava lo comincia a temere e mentre si organizza un funerale in stile Hollywoodiano la morta ricompare, il treno caduto nel crepaccio lei lo aveva perso, non ci sarà nessun funerale e soprattutto Alberto Nardi non è più vedovo… “ Cosa fai cretinetti, parli da solo?” gli grida Elvira al marito che la vede ricomparire, disintegrando i suoi progetti di ricco ereditiero.

Da qui in poi, Nardi progetterà come uccidere la moglie, crearsi da solo un “ divorzio all’italiana”, ricostituire quello status di vedovo che la sorte gli ha tolto, in un crescendo di trovate straordinarie fino ad un epilogo sorprendente.

Alberto Sordi nella parte del “Vedovo”

Un ritratto sociologico terrificante, racchiuso in un film dalle vette di comicità sublimi, un duo quello di Alberto Sordi e Franca Valeri irresistibile, ma un ritratto di questa classe dirigente italiana marcia già dalle fondamenta, arrivista senza scrupoli e soprattutto allergica ad ogni regola.

Le amanti arriviste, che puntano alla scalata sociale, gli industriali potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo, uno stuolo di parassiti intorno al “Sciur Commendatur” tutti pronti a sfruttarne la posizione e mangiarsi le briciole di quel mondo dorato post-bellico e pre-industriale, un “modus vivendi”precursore della faunadi tirapiedi e portaborse che popola ancora oggi questo paese, un film quasi Tarantiniano per amoralità e ferocia se non fosse che Tarantino neanche era nato, tutto condito da quell’aurea di comicità con cui la nostra commedia più nobile faceva riflettere (sor)ridendo.

Dino Risi

Dino Risi iniziò da questo affresco arguto e divertentissimo un’analisi che proseguì nel 1961 con “ Una vita difficile”, “Il sorpasso” nel 62, capolavoro di cinismo e tecnica assoluto e conclusa con lo spietatissimo “ I mostri” nel 63, quattro racconti di inusitata ferocia,. in cui l’individualismo e l’arrivismo sono denunciati attraverso il sorriso amaro della farsa, con quei personaggi tutti riconoscibili progenitori degli arrivisti che ancora oggi popolano le nostre miserie.

Una Milano ancora da bere e che qualcuno ha cercato (ed è riuscito poi) a mangiare, in un turbine di affarismo sfrenato e senza regole che ha deturpato il sogno post bellico del Bel Paese.

Soprattutto, questo film più degli altri è stato un inascoltato grido di allarme dell’intellettuale Dino Risi, sottovalutato nel suo aspetto sociologico nonostante il successo clamoroso del film, forse proprio per colpa del successo. Il regista non assolve nessuno dei protagonisti e neppure delle figure meschine di contorno, sommersi dalle risate tutti, tutti condannati, al ludibrio o anche a molto di più, fino al memorabile “ Che fa marchese, spinge” con cui l’aspirante vedovo si condanna ad una fine cruenta e divertentissima per sua stessa mano.

Il Link con il film completo

Mauro Valentini