Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Torniamo in scena! Riparte dal Teatro dei Georgofili di San Casciano dei Bagni il tour di “Marta Russo – Il mistero della Sapienza”

Torniamo in scena! Riparte dal Teatro dei Georgofili di San Casciano dei Bagni il tour di “Marta Russo – Il mistero della Sapienza”

Riparte dal bellissimo teatro dei Georgofili a San Casciano dei Bagni (SI) il tour che riporta in scena: “Marta Russo, il mistero della Sapienza” dopo le rappresentazioni del 2018 in tutta Italia.

Una pièce teatrale che  ripercorre le vicende sia giudiziarie che umane dei protagonisti. Quei nomi: Alletto, Lipari, Scattone, Ferraro rivivono sul palco, riportandoci a quegli anni, a quella tragedia che ha portato via la vita di Marta e che ha lasciato tanti dubbi non risolti.

Locandina dello spettacolo

Proprio i mass media sono tra gli attori di questa performance di Teatro Civile, un genere teatrale che prende spunto dal Teatro di Narrazione che si sviluppa a cavallo degli anni settanta, per poi divenire un modello per molti registi e autori negli anni novanta. Gli esempi illustri non mancano, Marco Paolini e Duccio Camerini sono un valido esempio di drammaturgia moderna condita da temi sociali o di cronaca, un modo nuovo di raccontare la nostra società, con i suoi pregi e i suoi difetti.

La rappresentazione non punta il dito contro nessuno dei protagonisti, non mette in dubbio il giudizio umano e le sentenze che si sono susseguite negli anni, fino agli ultimi sviluppi. Rende al contrario omaggio e dignità alla povera Marta e alle persone che nel bene e nel male sono state travolte da una vicenda, che ancora oggi, è vissuta da tanti come personale. Una performance vibrante e sostenuta per circa un’ora e mezza da recitazione, narrazione, immagini e musiche di scena.

APPUNTAMENTO QUINDI IL 9 MARZO ALLE 21:00 TEATRO DEI GEORGOFILI SAN CASCIANO DEI BAGNI

(Info e Prenotazioni: 0763 733174 – 334 1615504)

La compagnia in scena

Protagonisti

Mauro Valentini  un narratore

Cecilia De Vecchis  la Stampa

Claudia Caoduro  un’accusata

Giancarlo Zicari,  l’accusatore

Rodolfo Cubeta  un cantore

Marco Abbondanzieri,  un musico

Performance di Mauro Valentini

Regia e luci di Claudia Caoduro

Musiche di scena e editing audio Marco Abbondanzieri 

SUPERBRAIN – Appuntamento con Marco Valentini a Roma domenica 10 marzo

Possono le bollicine sul fondo di un bicchiere svelarti il mistero nascosto dietro il tuo metodo di studio? Venite a scoprirlo

Ricevo e volentieri divulgo la bellissima iniziativa di Marco Valentini*

Ho partecipato all’ultima edizione del programma televisivo Superbrain!!

 

Marco Valentini durante la sua performance su Rai Uno

Dopo aver affrontato la prova, molti mi hanno chiesto come avessi fatto a superare e ad affrontare una prova simile, ho sempre fatto il misterioso, non mi è mai piaciuto svelare i miei assi nella manica. La prova è stata spettacolare, immagina di versare l’acqua in un bicchiere, vedere le bollicine che risalgono dal fondo in superficie fino a fermarsi ed appena tutto è stabile, memorizzarne la forma e posizione, essere bendato e doverlo riconoscere in mezzo ad altri 500. 

Sembra assurdo ed impossibile, un po’ come aver dato microeconomia, matematica, economia aziendale alla Luiss al primo appello per poi farmi un mese in Argentina.

Locandina evento 10 marzo

Vorrei ammettere che sia solo talento, ma non ci sarei MAI riuscito se non avessi frequentato un corso per creare il mio metodo di studio personalizzato (per cui colgo

l’occasione di invitarvi domenica 10 marzo alle 17 oppure la sera alle 20 in via Giorgio Ribotta 21, al grattacielo Eurosky).

Da lì in avanti ho continuato a migliorare, ottenendo più risultati con gli esami avendo più tempo per uscire con i miei amici e potendo addirittura permettermi di lavorare allo stesso tempo per poi a 21 anni uscire di casa perché avevo la voglia di realizzare la mia vita e di voler costruire qualcosa di importante. 

Il giorno della prova è stato un momento molto intenso, sarei andato davanti a 4 milioni di persone in prima serata in diretta su Raiuno (molto diverso da un esame universitario), ma ciò che mi ha permesso di affrontare la prova in maniera ottimale è stato sfruttare bene gli strumenti che avevo implementato al mio metodo. 

Non ero ansioso o teso, sapevo di avere gli strumenti giusti. Sapevo di essere la persona giusta.

Eppure, appena sono entrato, occhi e telecamere puntati addosso, Paola Perego che mi abbraccia il cuore ha cominciato subito a battere all’impazzata. 

Ho fatto un respiro profondo, ho usato gli strumenti appresi al corso ed esattamente come facevo per gli esami, la procedura del metodo che avevo scelto mia ha reso tranquillo e sereno del risultato ed alla fine.. ce l’ho fatta!

Andare in televisione e affrontare la prova per me è stato un momento molto importante perché significava superare una sfida: far vedere davanti a milioni di persone che si possono superare i propri limiti.

L’ho fatto prima su di me laureandomi in tempo in Facoltà e superando colloqui di lavoro fino a giungere a gestire un’azienda. Oggi posso dare la stessa opportunità a chi sente dentro la mia stessa ambizione o chi sente di avere gli strumenti all’altezza dei propri sogni.

Gli scettici hanno visto un semplice bicchiere, io in quelle bollicine, ho racchiuso il mio segreto: IL METODO PERSONALIZZATO!

VI ASPETTO DOMENICA 10 MARZO ALL’EUR

(INFO E PRENOTAZIONI: 339 8218644)

 

Marco Valentini* (Laureato in Economics and Business, madrelingua inglese s ora esperto di apprendimento strategico e docente del corso Genio in 21 giorni di Roma)

 

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2001 – L’Odissea senza fine e quel pensiero immortale 

Più che un film un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia ma che anzi, sembra oggi ancora più moderna

«Siete liberi di speculare sul significato filosofico e allegorico del film – e tale speculazione è indice che esso ha fatto presa sul pubblico a un livello profondo – ma io non voglio precisare una chiave di interpretazione di 2001 che ogni spettatore si sentirà obbligato a seguire, altrimenti lo spettatore penserà di non aver colto il punto.»

Stanley Kubrick 1968 (foto Hollywood Reporter)

Era l’Aprile del 1968 e a Londra Stanley Kubrick così descriveva il suo film, preparando il pubblico di tutto il mondo ad un’esperienza inconsueta e appunto, allegorica e filosofica.

Ma i giornalisti che prendevano appunti mai si sarebbero aspettati un film come “2001 – Odissea nello spazio”, perché mai un film così era stato immaginato e realizzato. Un’opera di fantascienza? Tutt’altro, anche se il mondo immaginato prima da Arthur Clarke che lo aveva scritto e poi da Kubrick che lo mette in scena è chiaramente lontano… nel 2001 appunto. Il racconto dei racconti di un’epopea di sviluppo del genio umano e della creazione di una intelligenza artificiale sono un simbolico specchio con cui confrontarsi spietatamente.

L’Odissea di Kubrick, Omero moderno che attraverso il percorso del protagonista David, nuovo Ulisse dal nome simbolicamente biblico, confronta e si scontra con i pericoli di un’umanità che stava correndo già allora (figuriamoci ora) verso una modernità mostruosamente affascinante e pericolosa.

Una scena del film

Con un salto temporale che anche ancora oggi lascia senza fiato, l’inizio del film  trasporta l’uomo dall’alba della preistoria al futuro mostrando come l’uso dell’intelligenza negli ominidi abbia portato con un soffio breve solo migliaia di anni, nulla rispetto all’eternità dello spazio a concepire un’astronave e da lì, al medesimo problema dell’uomo dall’inizio di tutto: il potere e l’evoluzione. E la gestione del potere. Un racconto diviso in quattro parti e con due protagonisti inanimati ma assolutamente centrali: un misterioso e famosissimo monolite di pietra scura e il computer di bordo dell’astronave dal nome HAL 9000, un factotum essenziale che però è così perfetto da aver pensieri umani e per questo crudeli.

Keir Dullea è David

Tante le risposte e le mille interpretazioni date al cuore filosofico del film, ma come diceva Kubrick, ognuno trovi la sua strada. “2001 – Odissea nello spazio” è prima di tutto un’esperienza visiva e auditiva che non invecchia anzi che sembra ancora più moderna oggi che all’epoca dell’uscita, forse perché su questi temi con la digitalizzazione della nostra vita siamo molto più simili al David che combatte contro HAL e purtroppo, ancora più vicini a quell’ominide che con la violenza del gesto intelligente vince contro l’avversario disarmato.

IL TRAILER ORIGINALE  del 1968

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2001-odissea-nello-spazio-il-trailer-originale-1968/301136/301767

Mauro Valentini

 

Regia di Stanley Kubrick. Un film del 1968 con Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylvester, Daniel Richter, Leonard Rossiter. Titolo originale: 2001: A Space Odyssey.  USA, Gran Bretagna, durata 140 minuti

La locandina originale italiana del 1968

 

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS” A Pomezia per l’8 Marzo arriva uno Shakespeare davvero singolare

” Ora vedo che le nostre lance sono di paglia, che la nostra forza è debole e la nostra debolezza incomparabile, che tanto più sembriamo, tanto meno siamo….”

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS” è lo studio della compagnia laboratorio Per Ananke del Consiglio di Stato, presso il Consiglio di Stato, su una delle opere Shakespeariane più divertenti e controverse. Una libera interpretazione ironica e divertente alla ricerca dell’origine della rabbia della bisbetica e del suo sposo, che vuole ad ogni costo addomesticarla come una gatta selvatica. Caterina urla, sbraita ma alla fine cede. Perché?

Locandina evento

«Per tutto il tempo del racconto ci siamo chiesti, osservando le brillanti trovate degli spasimanti di Bianca, sorella della bisbetica, e le sue insofferenza quale fosse l’origine di questi strampalati comportamenti amorosi e non solo.» Questa la molla con cui l’autrice Francesca Tricarico, che insieme alla compagnia Campo dei Sogni ha realizzato l’adattamento. che è immaginato appunto in una struttura  all’interno di un centro per malati psichiatrici chiamato CDS. «Una riscrittura che ci ha condotto a viaggiare nel non detto di questo testo alla ricerca delle parole nascoste dentro ognuno di noi.»

Non uno spettacolo consueto, ma piuttosto un percorso, una sfida , con le paure e le ansie di tutti, con ironia e qualche tabù, alla ricerca della nostra storia personale di ognuno attraverso quella “bisbetica di Caterina”.

 

POMEZIA – Venerdì 8 marzo 2019 – Teatro Comunale via della Tecnica – ORE 21:00

“BISBETICA DOMATA ma non troppo: tutta colpa della CDS”
Liberamente tratto da: La Bisbetica Domata di W. Shakespeare

Regia Francesca Tricarico
Testi Francesca Tricarico e La compagnia Campo dei Sogni

Con Maurizio Colica, Silvia Ercoli, Paola Fusco, Alessandra Galimberti, Flavia Gentili,Claudia Giulia, Raffaele Greco, Elvira Pallotta, Paola Poggi, Carmelo Provenzano
Coordinatrice del progetto Paola Poggi
Produzione: Ass. Per Ananke

Ingresso Gratuito

Giulio Regeni aveva ragione…

Il suo mistero è scritto dentro un quaderno scomparso?

É di questi giorni l’incontro bilaterale Italia-Egitto, da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «L’incontro Con il presidente Abdel Fattah Al Sisi, sebbene abbia “l’agenda sia molto serrata, troverà un modo di confrontarci (sul caso) e trasmetterò le premure del governo italiano e dell’Italia” sul caso Regeni» come ha specificato il Presidente Conte ai microfoni del cronista de Il Fatto Quotidiano

Giulio Regeni. il ricercatore italiano che, partito da Cambridge dove studiava è stato ritrovato ucciso a Il Cairo. Come è noto, Giulio fu rapito il 25 gennaio del 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahir e il suo corpo rinvenuto senza vita il 3 febbraio successivo, nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti, orrendamente torturato in un fosso lungo l’autostrada che porta a Il Cairo da Alessandria.

Quali possano essere i motivi di tanta ferocia da parte di possibili apparati oscuri e violenti del governo egiziano non è dato saperlo, tantomeno qualcuno ancora lo ha chiesto ai massimi livelli del paese…

Eppure la pista c’è già, aldilà del ruolo della professoressa Abdelrahman , tutor del ragazzo italiano a Cambridge, che forse, intercettata nelle sue conversazioni, ha generato  la scintilla di questo massacro. Quale ruolo ha avuto la tutor non è ancora chiaro, eppure piano piano,  la verità sull’omicidio di Giulio Regeni sta uscendo fuori.  Certamente grazie alla meravigliosa opera di giornalisti coraggiosi più che per merito delle autorità egiziane, mostratisi spesso in questi lunghi mesi reticenti nelle loro spiegazioni da riuscire ad irritare pure un politico pacato come l’allora ministro Gentiloni, e convinto il Presidente della Camera Roberto Fico a rompere le relazioni diplomatiche con il Parlamento egiziano.

Il Presidente della Camera Roberto Fico

La pista è da allora come adesso la stessa: l’opera di inchiesta e di raccolta dati che Giulio stava elaborando sull’oscura funzione del sindacato dei venditori ambulanti ostili al capo del governo insediato nel 2014.

«Faceva domande strane» dicono in tanti, ecco quello che ha condannato a morte Giulio. Lo ha detto anche e soprattutto, con grande vanto ora, che evidentemente ha concordato per bene quello che aveva da dire, tale Mohamed Abdallah, capo indiscusso (e non eletto) del sindacato dei venditori ambulanti de Il Cairo.

«Faceva domande sulla sicurezza nazionale» ecco la sua colpa. Ed ecco perché questo signore che si è palesato dopo 11 mesi dai fatti e che con orgoglio (proprio così, dice “con orgoglio”) ha dichiarato di aver segnalato e portato Giulio con una trappola nelle mani dei servizi segreti del suo paese. Faceva domande tutt’altro che strane Giulio, per la sua ricerca – inchiesta; faceva le sue domande sul brulicante che governa quel mondo del commercio su strada.

«Ogni buon egiziano lo avrebbe fatto»  ha dichiarato oltre tutto ad alcuni giornali italiani questo signore. Certamente si sarà sentito un buon egiziano, come quelli che hanno preso in consegna il ricercatore italiano, lo hanno torturato prima di ucciderlo come neanche nelle prigioni di via Tasso i nazisti avevano osato fare.

Torturato per sapere cosa? Questo è il vero mistero, questo gli inquirenti italiani vogliono scoprire da allora e senza successo i nostri inquirenti.

Giulio può esser solo una vittima tra le tante del “nuovo corso” del governo egiziano, tanti sono gli scomparsi e tante sono le torture che hanno subito i detenuti che hanno poi avuto la fortuna di raccontare, perché sopravvissuti con coraggio e in forma anonima. Coraggio che Giulio Regeni avrebbe avuto, ecco forse il motivo della sua morte.

E poi c’è l’elemento più inquietante, un elemento che manca: il quaderno di appunti di Giulio. Quello non si trova più. Svanito insieme alla sua giovane vita.

Il mistero dunque era dentro il quadernetto di Giulio?

Certo, una verità, almeno una, c’era scritta tra quegli appunti che hanno di fatto, ormai sembra certo segnato la sua condanna a morte. Possiamo dirlo con certezza perché almeno una parte degli appunti del ricercatore ci è arrivata sana e salva: Giulio annota di aver incontrato tre volte Abdallah, anche se lo stesso Abdallah asserisce di averlo incontrato in sei occasioni (meglio abbondare si sarà detto per avvalorare l’ipotesi) e tra quelle note Giulio lo definisce come “una miseria umana”. Ecco il pensiero di Giulio. Poche parole ma definitive, Lui lo aveva classificato semplicemente così.

E almeno su questo Giulio aveva ragione.

Mauro Valentini

Daniele Potenzoni – Quella scomparsa senza un colpevole (per ora…)

Una lettera aperta di papà Francesco al figlio, pubblicata attraverso il sito v-news.it tiene viva l’attenzione sul caso, alla vigilia della pubblicazione delle motivazioni della sentenza di primo grado, che aveva stabilito che la colpa della scomparsa non era di nessuno

Era il 10 giugno del 2015, Daniele, che ha un disturbo mentale grave e che per questo deve esser seguito a vista, scende le scale mobili che lo conducono alla fermata di Termini della Linea A di Roma. Lui a Roma non c’è mai stato, ma questo conta poco. Il professionista che lo ha in affidamento è l’infermiere Massimiliano Sfondrini, dell’Ospedale di Melegnano che, con gli altri colleghi ognuno dei quali ha la responsabilità di un assistito, si tuffano nella bolgia infernale dell’ora di punta di quella fermata. Il gruppo ha un’esitazione, decidono prima di salire, poi, visto che non riuscivano a salire tutti insieme Sfondrini riscende e nel farlo non riesce a portar fuori dal vagone strapieno Daniele. Le porte si chiudono e il treno parte, portando Daniele in un buco nero e senza scampo. Daniele si perde per sempre.

 

La linea A di Roma

Ma papà Francesco, non si vuole arrendere all’assurdo, a una scomparsa che ha dell’incredibile se si pensa che essa è maturata dentro una metropolitana tra le più affollate.

Il processo di primo grado ha sancito poche settimane fa che Sfondrini non ha avuto una condotta colpevole. «Sono allibito, si stabilisce un precedente pericolosissimo, e cioè che la negligenza verso persone indifese come mio figlio non è una colpa.» Francesco ha ragione, non si può relegare a incidente di percorso un evento come questo, ma al di là delle considerazioni penali, ci si chiede come sia stato possibile perdersi un ragazzo con quella disabilità, che non può che esser uscito dal treno a una delle fermate successive.

Abbiamo provato a percorrere quell’ipotetico percorso alla stessa ora: La fermata Repubblica che è quella immediatamente successiva, in genere continua a far salire persone, pigiandosi addosso alle tante già presenti e provenienti da Termini, dove è salito Daniele. Appare complicato che sia riuscito a uscire lì. E allora, potrebbe esser stato spinto dall’onda che si crea alle fermate di Barberini e Spagna. Oppure esser rimasto ancorato e smarrito ai sostegni del treno e esser sceso alla fine del percorso, al capolinea alla fermata Battistini. Ma poi da lì cosa può mai aver fatto? Sono state perlustrate tutte le gallerie tra quelle fermate, ma senza esito. Il mistero sta anche nel fatto che nessuna telecamera lo riprende uscire da una delle fermate successive. Ma se è rimasto sotto, qualcuno lo avrebbe trovato.

Dicevamo della lettera, una missiva affidata da Francesco al sito www.V-news.it scritta al figlio ma anche a tutti quelli che avrebbero potuto evitare una tragedia come questa e non hanno fatto nulla. È soprattutto il comportamento degli infermieri in tutta quella maledetta giornata in cui Daniele si è perso, che sarà sicuramente rianalizzato nel processo di secondo grado.  

una lettera piena di rammarico e di disarmante tenerezza.

“Ciao caro figlio mio Daniele ti scrivo queste parole per dirti che questa notte ti ho sognato sono stati dei momenti bellissimi ma purtroppo e stato solo un sogno perché per un uomo senza cuore che un giorno ti ha portato a vedere il Santo Padre ti ha perso in quella metro di Roma e poi se ne fregato di te e di noi che ci hanno lasciati nella disperazione totale ma se tu puoi leggere questo messaggio fatti aiutare a farti venire tra di noi. Noi tutti insieme ti cercheremo sempre non ci fermiamo fino che non ti troveremo tuo padre vuole la verità”.

La famiglia Potenzoni è assistita nel percorso che porta alla verità dall’avvocato Gennaro Galadeta, attraverso l’associazione Penelope Italia Onlus, che, fatto unico in un processo non per omicidio, è stata in primo grado riconosciuta nella costituzione di parte civile. Perché nessuno vuole rassegnarsi a una sorte così dolorosa, certamente non si rassegnerà Penelope, tantomeno papà Francesco.

Mauro Valentini

 

Il Vedovo compie 60 anni. Quella Milano ancora da bere tra risate e spietatezze

Un capolavoro che ha resistito alle intemperie delle evoluzioni dei costumi. Il boom economico visto da dentro, con tutto ma proprio tutto il marciume che lo contraddistinguerà negli anni successivi

Quando nel 1959 Dino Risi insieme a Rodolfo Sonego, che era lo sceneggiatore perfetto per Alberto Sordi, scrisse “ Il Vedovo” nessuno ipotizzava, neanche lui, di aver scritto un racconto quasi futurista, una fotografia con cui si cristallizzava un paese che aveva scoperto le porcherie di affaristi senza scrupoli e che non se ne sarebbe più liberata.

Alberto Nardi, romano e aspirante industriale abita in quel meraviglioso palazzo nel centro di Milano, la Torre Velasca, vista sul Duomo, appartamentino da miliardari con donne di servizio in livrea.

 

La Torre Velasca, dove vivono Alberto Nardi e sua moglie, teatro principale della commedia

 

Ma la ricca è sua moglie, Elvira Almiraghi, rampolla tuttologa e sfacciata donna di affari che è adorata dalla Milano che conta e che mal sopporta come dice anche pubblicamente questo marito definito più volte “ Cretino, megalomane, che si circonda di incapaci per sentirsi forte”. Una sventura per l’algida Elvira, dunque, una croce da portare in un’epoca dove il divorzio non era contemplato ma aggirato.

Gli affari di Alberto vanno malissimo, Elvira non vuole più aiutarlo economicamente nelle sue divertentissime imprese industriali;  quei “freni per ascensore brevetto Fritzmayer!” fanno cilecca, ma la fortuna sembra arridere al pusillanime pseudo-industriale, sotto forma di un incidente ferroviario in cui sembra che la signora Almiraghi sia deceduta.

La mia Elvira non c’è più” finge di disperarsi il neo – Vedovo, ma in realtà sta già facendo i conti su come spendere l’immenso patrimonio che erediterà, chi lo disprezzava lo comincia a temere e mentre si organizza un funerale in stile Hollywoodiano la morta ricompare, il treno caduto nel crepaccio lei lo aveva perso, non ci sarà nessun funerale e soprattutto Alberto Nardi non è più vedovo… “ Cosa fai cretinetti, parli da solo?” gli grida Elvira al marito che la vede ricomparire, disintegrando i suoi progetti di ricco ereditiero.

Da qui in poi, Nardi progetterà come uccidere la moglie, crearsi da solo un “ divorzio all’italiana”, ricostituire quello status di vedovo che la sorte gli ha tolto, in un crescendo di trovate straordinarie fino ad un epilogo sorprendente.

Alberto Sordi nella parte del “Vedovo”

Un ritratto sociologico terrificante, racchiuso in un film dalle vette di comicità sublimi, un duo quello di Alberto Sordi e Franca Valeri irresistibile, ma un ritratto di questa classe dirigente italiana marcia già dalle fondamenta, arrivista senza scrupoli e soprattutto allergica ad ogni regola.

Le amanti arriviste, che puntano alla scalata sociale, gli industriali potenti che fanno il bello ed il cattivo tempo, uno stuolo di parassiti intorno al “Sciur Commendatur” tutti pronti a sfruttarne la posizione e mangiarsi le briciole di quel mondo dorato post-bellico e pre-industriale, un “modus vivendi”precursore della faunadi tirapiedi e portaborse che popola ancora oggi questo paese, un film quasi Tarantiniano per amoralità e ferocia se non fosse che Tarantino neanche era nato, tutto condito da quell’aurea di comicità con cui la nostra commedia più nobile faceva riflettere (sor)ridendo.

Dino Risi

Dino Risi iniziò da questo affresco arguto e divertentissimo un’analisi che proseguì nel 1961 con “ Una vita difficile”, “Il sorpasso” nel 62, capolavoro di cinismo e tecnica assoluto e conclusa con lo spietatissimo “ I mostri” nel 63, quattro racconti di inusitata ferocia,. in cui l’individualismo e l’arrivismo sono denunciati attraverso il sorriso amaro della farsa, con quei personaggi tutti riconoscibili progenitori degli arrivisti che ancora oggi popolano le nostre miserie.

Una Milano ancora da bere e che qualcuno ha cercato (ed è riuscito poi) a mangiare, in un turbine di affarismo sfrenato e senza regole che ha deturpato il sogno post bellico del Bel Paese.

Soprattutto, questo film più degli altri è stato un inascoltato grido di allarme dell’intellettuale Dino Risi, sottovalutato nel suo aspetto sociologico nonostante il successo clamoroso del film, forse proprio per colpa del successo. Il regista non assolve nessuno dei protagonisti e neppure delle figure meschine di contorno, sommersi dalle risate tutti, tutti condannati, al ludibrio o anche a molto di più, fino al memorabile “ Che fa marchese, spinge” con cui l’aspirante vedovo si condanna ad una fine cruenta e divertentissima per sua stessa mano.

Il Link con il film completo

Mauro Valentini

La svolta nel delitto di Arce e quel libro di Pino Nazio…

«Non conta chi ha sferrato il colpo decisivo, mia figlia è rimasta lì a terra 4-5 ore. poteva essere salvata e si scelse invece di lasciarla morire . Come per Stefano Cucchi…

si è cercato di nascondere la verità perché altri in caserma hanno sentito quello che accadeva, ma qui l’Arma si è riscattata con le nuove indagini e la determinazione di arrivare in fondo. Io e Serena ci attendiamo ora un segnale di giustizia: che queste persone vengano arrestate come altri innocenti prima di loro e passino il processo in carcere».

Guglielmo Mollicone stavolta vede la fine del tunnel. Al collega Fulvio Fiano de “Il Corriere della Sera” del 19 febbraio, ha raccontato tutta la sua rabbia ma anche e soprattutto la sua speranza. Speranza che si apra finalmente uno squarcio di verità sulla sorte della figlia Serena, morta a Arce il primo di giugno del 2001 in circostanze che ormai sono chiare, almeno secondo i RIS che hanno consegnato una relazione alla Procura di Cassino che sembra già una sentenza.

Serena Molicone

Per quello che trapela da quella relazione infatti, appare chiaro che Serena è stata colpita a morte nella caserma dei Carabinieri di Arce. E tutto lascia presupporre che per il comandante della Stazione di allora Franco Mottola e per la sua famiglia inizierà un periodo difficile. Molto difficile.

Le tante tracce esaminate per giorni con microscopi di ultima generazione, le comparazioni scientifiche per rintracciare una «coerenza dei materiali» (così è detto nella relazione) rendono infatti un quadro schiacciante che porta dritti a una soluzione che è quella paventata e urlata per diciotto anni da Guglielmo: Serena per lui è morta in caserma, anzi, nella casa del comandante della Stazione e poi è stata portata legata e chiusa in una busta di plastica al bosco di Fonte Cupa (oggi Fonte Serena).

Chi si è occupato del caso Mollicone e ne ha scritto anche un libro è il giornalista della Rai Pino Nazio, che oggi sul suoi profilo Facebook ha voluto riportare alcuni passi del libro: Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce (Sovera edizioni 2013).

Passi che in effetti chiarivano fin da subito alcuni passaggi investigativi che soltanto ora riportano i RIS.

Era tutto così chiaro eppure…

Pino Nazio

Scrive Nazio: “Finalmente siamo vicini a un nuovo processo per la morte di Serena Mollicone. Alla verità no, quella è stata urlata da anni dal papà Guglielmo e l’ho descritta nel mio libro del 2013. Mi sono andato a rileggere alcuni passaggi del libro e c’è dentro tutto quello che si sta verificando in questi giorni….”

Ed ecco alcuni passaggi fondamentali del suo libro:

[…]
Quando la parte più lunga della notte era già trascorsa, Guglielmo rientrò a casa in preda allo sconforto e trovò una strana sorpresa: ad aspettarlo davanti casa non c’era la figlia, come durante

quelle interminabili ore aveva pregato che avvenisse, ma il maresciallo Mottola.

Frastornato dall’insolita apparizione, non trovò irrealistica la richiesta dell’uomo di entrare in casa e perquisire la stanza di Serena, alla ricerca di elementi utili.

Tutte le denunce di scomparsa non vengono approfondite dalle forze dell’ordine nelle prime ore; la stragrande maggioranza dei casi si risolvono nell’arco delle ventiquattro ore.

[…]

Il maresciallo Franco Mottola si dimostrò inspiegabilmente esagerato e noncurante delle regole, c’erano tante stranezze nel suo comportamento, ma cosa non era sembrato strano a Guglielmo in quella notte?
[…]

Il maresciallo Franco Mottola condusse l’interrogatorio, incurante del dolore dell’uomo e delle due nottate in bianco, appena trascorse.

Le domande erano sempre le stesse, ripetitive, ossessive, a cui Guglielmo rispondeva sempre nello stesso modo. A nulla valevano le suppliche di farlo tornare a casa, perché da un momento all’altro sarebbe rientrata Consuelo e non avrebbe trovato nessuno.

Solo alle quattro del mattino si riaprì il portone della caserma e Guglielmo poté tornare a casa.

Appena tornato a casa, Guglielmo andò ad aprire un cassetto, già aperto ore prima da Mario, senza che quest’ultimo vi avesse trovato nulla di interessante, fece una incredibile scoperta: qualcuno aveva messo lì dentro il telefono della ragazza.

Era tardi, il giorno dopo lo aspettava la durissima giornata dei funerali, lasciò sul tavolo il cellulare che aveva trovato e crollò sul letto quasi svenuto.

[…]
Le tracce di Serena si erano perse alle 9.35 di fronte alla fermata della corriera di Isola Liri, un successivo avvistamento la vole
va in compagnia di alcuni ragazzi al bar della Valle intorno alle 10. Era stata la dipendente del bar, Simonetta, a ricordare che Serena era scesa da una Lancia Y, lo stesso modello di automobile che aveva Marco Mottola, figlio del comandante della stazione dei carabinieri di Arce. Simonetta ricordava di averla vista entrare nel bar con il ragazzo per comprare delle Marlboro light, le stesse si
garette che fumava Serena.
[…]

Lungo la strada Serena avrà avuto un battibecco con Marco, il figlio del comandante della stazione o con qualcun altro, io non posso sapere chi c’era in quella macchina. Lei era indignata dal fatto che in paese girassero sostanze mortali, forse aveva paura che volessero darle anche al fidanzato, fare di lui un tossico”.

“Ti risulta che avvenissero cose simili?”, domanda Lucrezia. “In quel giro c’erano state altre volte delle liti, perché qualche spacciatore voleva avviare all’uso di droghe pesanti qualche ragazzo i cui parenti e amici si erano opposti, se ne è parlato anche al processo”.

“Quindi una discussione nata in macchina, una lite pesante,” cerca di riassumere Jacopo attento a non perdere il filo del discorso, “con Serena che minacciava di andare a dire tutto ai carabinieri?”.

“Sì. E l’altro, forte di qualche protezione altolocata, potrebbe averla sfidata, arrivando a proporle di portarcela lui stesso alla caserma dei carabinieri”.

“Proprio come aveva detto Santino Tuzzi, che quella mattina la aveva vista arrivare in caserma, dalla quale però non la vide più uscire ‘aggiunge Lucrezia’.

Mia figlia è stata inghiottita da quelle mura dove era andata per chiedere protezione, cercava giustizia, ha trovato una banda di assassini”.
[…]

Io credo di capire cosa sostenga Guglielmo, il papà di Serena, la molla che lo spinge ad andare avanti è la ricerca degli assassini, guardarli in faccia, vederli condannati. Quella è diventata la sua ragione di vita”.

Mauro Valentini

Edizioni Sovera

(brani tratti da: Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce (Sovera edizioni 2013)

Fonte: Corriere della Sera ( https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/19_febbraio_20/serena-mollicone-l-ultima-perizia-incastra-famiglia-comandante-delitto-arce-88611766-3488-11e9-a0cc-9d1fdf09d884.shtml )

Padre Graziano – Attesa per il verdetto della Cassazione. Ma può aver fatto tutto da solo?

L’appuntamento per l’ultimo grado di giudizio per padre Graziano è fissato per il 20 febbraio 2019.

La Cassazione valuterà se le due sentenze di primo grado e d’appello sono congruenti e se per il destino di Guerrina Piscaglia si può chiudere qui. Il prete congolese è stato riconosciuto colpevole di omicidio e distruzione del cadavere in Corte d’Assise ad Arezzo e in Corte d’Appello d Firenze. 25 anni di reclusione, questa la condanna che dovrà passare al vaglio della Suprema Corte.  Per i giudici è stato lui. Il movente è chiaro per l’accusa e per le due Corti che hanno accolto il teorema accusatorio: la donna minacciava di rivelare particolari sui loro incontri ed era diventata ossessiva tanto da costituire una minaccia per la reputazione (e la gestione dei suoi movimenti molto particolari) del frate.

Epilogo quasi scontato, anche se il corpo della povera donna non è stato ancora trovato. Un fatto questo che aveva fatto ipotizzare una soluzione diversa, ma il quadro indiziario era così schiacciante da render quasi impossibile ogni ipotesi alternativa alla condanna.

La vicenda di Guerrina Piscaglia inizia il primo maggio del 2014, quando la donna allora 50enne scompare nel breve tragitto che intercorre tra la sua abitazione, dove vive con il figlio e il marito, e la canonica della chiesa di Ca’ Raffaello nel comune di Badia Tedalda (Arezzo). In quella canonica c’è Padre Graziano che l’aspetta, dato questo che si evince dall’ultimo messaggio scritto dalla donna al frate, inequivocabile nel testo esplicitamente riferito ad un appuntamento di natura sessuale.

Quello che inchioderà Gratien Alabì sarà proprio quel cellulare in uso a Guerrina, perché nei due mesi successivi partiranno vari messaggi a persone diverse, ricchi di frasi che avrebbero avuto il chiaro intento di far pensare ad una fuga d’amore della donna.

Ma quel cellulare si accenderà per due mesi sempre agganciando la cella dove è agganciato Padre Graziano e il primo messaggio che quel telefono invia, viene inviato ad un prete amico di Graziano ma che non era nella rubrica di Guerrina.

Per l’accusa questa è la pistola fumante, Graziano ha depistato le indagini e ha inviato per errore quel messaggio ad un suo amico invece che ad altra persona. Un depistaggio che in parte era anche riuscito, perché fino ad agosto dello stesso anno nessuno inspiegabilmente cerca la donna. I Carabinieri della locale stazione, secondo quello che afferma Mirko, il marito della donna, si sarebbero limitati ad un controllo di routine avvalorando di fatto la tesi dell’allontanamento volontario.

Ad agosto, però la svolta. L’avvocata Faggiotto, che cura in quel momento gli interessi della famiglia della scomparsa, scrive una lettera dettagliata a “Chi l’ha visto?”. L’inviato della trasmissione Giuseppe Pizzo arriva sul posto e non ci mette molto a comprendere, con poche verifiche e tante domande, che il racconto del frate presenta troppe incongruenze, accendendo definitivamente i riflettori su una vicenda che altrimenti sarebbe caduta nel dimenticatoio.

Incongruenze che ci sono però anche nel racconto del marito della vittima, che fino alla lettera dell’avvocata alla Redazione di Rai Tre, ha continuato ad avere con padre Graziano un rapporto molto stretto di amicizia e di frequentazione, una frequentazione che in effetti era fitta, molto fitta ad ascoltare i suoi racconti spesso al limite del surreale, anche prima della scomparsa della donna, nonostante Guerrina non sembrava far mistero della sua passione per quest’uomo di chiesa.

Ma è soprattutto nella spiegazione riguardo alle ore successive alla scomparsa fatta da Graziano che qualcosa da subito non torna. Guerrina scompare nel nulla appena dopo le 13:30, mentre suo marito Mirko sta lavando l’auto del frate nel cortile della loro casa. Quella macchina che Mirko l’aveva presa poche ore prima dalla canonica. Un’ora dopo l’ultimo saluto alla moglie, Mirko racconta di esser di nuovo in chiesa per prendere Padre Graziano in quanto lo deve accompagnare a celebrare una messa in un paese non molto lontano.

Sembra una partenza in perfetto orario ma all’appuntamento in chiesa i due arrivano con diversi minuti di ritardo. Successivamente lo stesso marito dichiarerà che il ritardo di quel pomeriggio era dovuto al fatto che erano tornati indietro per prendere un libro necessario al frate congolese per celebrare la funzione, ma certo è che se si da per vera la ricostruzione dell’accusa premiata in pieno dai giudici di primo e di secondo grado) Guerrina a quell’ora è stata già uccisa proprio in quella canonica e questo ritardo e questo tergiversare di Graziano con il marito della donna la attorno è quantomeno singolare.

E poi c’è quel racconto sempre fatto da padre Graziano, dell’incontro con il fantomatico zio Francesco, sempre il giorno della scomparsa. Un racconto che fa acqua da tutte le parti, quello dell’imputato, che racconta (ma soltanto quando gli inquirenti lo hanno ormai messo nel mirino delle indagini) di una Guerrina che è in auto con quest’uomo che nessuno conosce e nessuno ha mai visto prima e dopo quel giorno, chiedendo soldi e aiuto perché voleva scappare e non tornare più a casa.

Ma a casa Guerrina ha un figlio disabile che lo aspetta. Un figlio che l’ha aspettata per due anni e mezzo, un ragazzo da cui Guerrina non si sarebbe mai staccata così senza un cenno.

Guerrina è stata uccisa quindi da padre Graziano, ma è davvero difficile non pensare ad una correità di qualcuno lì in canonica tra i frequentatori e gli amici di Graziano, almeno nell’occultamento del cadavere della donna.

questa triste vicenda non può avere solo un colpevole.

Il marito di Guerrina Mirko Alessandrini si è costituito parte civile. Come l’associazione Penelope che si occupa di persone scomparse. Dopo la sentenza definitiva, in caso di conferma della condanna, si spera che Graziano, dica almeno dov’è il corpo. E magari chi lo ha aiutato.

Mauro Valentini

 

A Uno Mattina il mio libro “Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa”

Questa mattina sono stato ospite, insieme ad Antonietta Gregori, della trasmissione

Uno Mattina.

Uno Mattina 19 febbraio 2019

Con i conduttori Franco di Mare e Benedetta Rinaldi abbiamo ripercorso i momenti drammatici di questa storia e i possibili sviluppi proprio a seguito della pubblicazione del libro edito da Sovera.

Tra inchiesta e testimonianza Antonietta ha ribadito la sua volontà a non mollare nella ricerca della verità, perché, come ho ribadito anche io agli autori della trasmissione: «Il mistero attorno a Mirella può esser risolto con la rilettura ragionata delle carte, finalmente separate dal caso Orlandi che, associato da sempre al caso di Mirella, non ha fatto che render impossibile allora la ricostruzione delle responsabilità.»

Qui sotto il link della puntata integrale: il nostro intervento da: 1:25:30 

https://www.raiplay.it/video/2019/02/Unomattina-fb5b6243-faf2-4960-8fcd-0f45d0e33dbe.html