Mauro Valentini

Scrittore & Giornalista

Come pensare (di più) il sesso – Alain de Botton racconta le battaglie nel letto coniugale

Come pensare (di più) il sesso – Alain de Botton racconta le battaglie nel letto coniugale

Ci voleva uno svizzero molto inglese per di più filosofo per spiare dal buco della serratura della fantasia erotica delle coppie stabili

Se i libri che vanno per la maggiore negli scaffali dedicati alle famiglie sono quelli di come curare le rose in balcone, come far crescere i figli senza che uccidano le maestre o di cosa cucinare quando viene a cena la suocera, qualcosa allora di non detto c’era.

Si perché quando si parla di sesso, è tutto un fiorire di manuali sulle relazioni premature, di incanto e di scoperta, regole per il primo approccio, come vestirsi (e spogliarsi) per conquistare e arrivare all’oggetto ( o soggetto ) del desiderio… ma poi? Come si difende quella eccitante rincorsa al piacere quando la si deve tramutare in famiglia, in relazione di coppia stabile, come conservarla alle avversità del tempo e dai clamori dei tacchi a spillo della vicina o dei bicipiti dell’istruttore di tennis?

 

Alain de Botton

Alain de Botton ci aveva provato già venti anni fa con “ Esercizi d’amore” un romanzo mascherato da manuale che ebbe grande successo di pubblico ( anche se la critica se lo mangiò decretandolo campione del mondo dell’ovvio), ma stavolta il filosofo scrittore imprenditore culturale e personaggio televisivo (così recita Wikipedia) si produce in un manualetto divertente e dissacrante, da leggere in coppia per scoprire come parlare ma soprattutto “ Come pensare (di più) il sesso”.

Il gioco della seduzione tra conviventi non è mai stato tanto difficile, e le simboliche cavie letterarie del sesso inventate da Alain de Botton sono l’escamotage attraverso cui analizzare le frustrazioni e i desideri repressi della vita a due aprendo varchi di ironica disperazione e di soluzioni pratiche.

Perché distinguere tra attrazione fisica e amore algido e poetico potrebbe esser terapeutico per tutti quelli che simulano amore estasiato solo per portarsi a letto ( e poi a casa e poi in vacanza e poi a cena da mamma) il suo oggetto del desiderio erotico, mentre scoprire il motivo per cui è “stupido” l’adulterio seppur condizione che Freud definiva imprescindibile appena cento anni fa potrebbe evitarne ( o aumentarne) l’incidenza nella coppia e nelle relazioni sociali.

Come pensare (di più) al sesso – Edizioni Guanda

Si scoprirà che c’è un legame tra gli “asparagi di Manet” e la sessualità di coppia, e che il responsabile dell’astinenza sessuale matrimoniale potrebbe esser la tappezzeria della casa o la terribile colpa di aver lasciato briciole sul tavolo mentre tagliavate il pane.

Quindi, un manualetto da spiaggia inconsueto e divertente, con spiccate soluzioni pratiche e plausibili, per ragionare di uno degli aspetti più importanti della vita di coppia, perché il pericolo è sempre dietro l’angolo e ci si deve difendere dall’agguato della noia e dell’assuefazione, perché come diceva Oscar Wilde “ la felicità di un uomo sposato dipende sempre dalle persone che non ha sposato” 

Come pensare ( di più ) il sesso – Alain de Botton – Ed. Guanda

Mauro Valentini

L’Associazione “Fuori Rotta” a Pomezia contro il Cyber-Bullismo

Ricevo e con piacere pubblico:

Importante evento formativo presso l’Istituto scolastico Superiore San Benedetto di Pomezia.

Il Corpo docente, unitamente alla Famiglia Ferro, hanno avviato un progetto di educazione sociale a cura dell’Associazione “Fuori Rotta” per il contrasto al fenomeno del Bullismo e Cyber-Bullismo.

Questa mattina in aula si sono avvicendate tre valide professioniste: l’Avv. Giorgia La Leggia esperta in Diritto Civile, l’Avv. Luana Sciamanna Penalista e la Psicoterapeuta Dott.ssa Carla Doronzo sapientemente guidate, nei loro interventi, dalla Coordinatrice del Progetto sig.ra Azzurra Piozzi nonché dalla referente per le scuole sig.ra Etta Rinaldi.

Il team di Fuori Rotta

Il tema è stato trattato sotto vari aspetti: 

Ogni professionista evidenziando gli elementi cruciali del proprio settore di competenza, ma ponendo sempre al centro del dibattito i giovani alunni e le loro esperienze.

Positivo il riscontro mostrato dai ragazzi che hanno seguito la lezione con particolare partecipazione e coinvolgimento, fornendo anche numerosi spunti di riflessione che daranno modo al corpo docente di proseguire anche in futuro la trattazione della materia per una maggiore sensibilizzazione degli alunni su questo tema e su altri importanti temi sociali.

Tutti hanno porto un particolare ringraziamento alla Famiglia Ferro, che ha voluto fortemente questo evento a sostegno delle famiglie dei giovani alunni e soprattutto a beneficio dei ragazzi.

Associazione Fuori Rotta

(Associazione di professionisti attiva nel contrasto ai fenomeni del bullismo e della violenza di genere, nonchè di ogni qustione attinente la famiglia, i giovani e i più deboli)

 

 

L’eroe – Il giornalismo e il suo contrario

Cosa succede quando un piccolo giornale di provincia si trova ad affrontare un fatto di cronaca così grave come il rapimento del rampollo di una famiglia importate? Come può cambiare la vita e qual è il prezzo che si è disposti a pagare per accaparrarsi l’esclusiva. Per diventare “L’Eroe”?

Salvatore Esposito

All’esordio dietro la macchina da presa Cristiano Anania scrive e dirige una storia di ordinaria follia tutta italiana. Giorgio è un ambizioso giornalista trentenne. Il direttore del giornale decide di trasferirlo in una redazione di provincia. Proprio quando crede di aver trovato la sua nuova dimensione di vita, lo stesso direttore gli annuncia il suo licenziamento. Ma proprio in quel momento, ecco che un provvidenziale e drammatico rapimento restituirà a Giorgio il suo lavoro di corrispondente. Un corrispondente che diventerà di colpo un punto di riferimento di una comunità alla ricerca del mostro. Qualunque esso sia.

David Sassanelli

Una produzione complicata e coraggiosa e un ottimo cast mettono in scena un tema attuale e su cui riflettere, e lo fa con qualità e netto tratteggio dei protagonisti. Una provincia quasi meccanica, per citare un film che offre richiamo a questa storia, spietata e al tempo stesso innocente, in cui si inserisce e spadroneggia il nostro “Eroe” interpretato con equilibrio da Salvatore Esposito, che dopo i successi di Gomorra (La Serie) si cimenta (e supera l’ostacolo) con il grande schermo.

Anche il resto del cast seppur quasi esordiente regge l’urto di una storia a tratti disturbante, mentre ci si conceda un plauso a David Sassanelli, attore dotato e mai troppo considerato.

Un film da vedere che prepara il campo, forse, a una carriera importante di Anania, perché è proprio con il coraggio che si parte, per diventare Eroi.

Mauro Valentini

 

Giuliana Perrotta è il nuovo Commissario Straordinario per le persone scomparse

Il nuovo commissario straordinario per il fenomeno delle persone scomparse è Giuliana Perrotta. Succede a Mario Papa, diventato capo segreteria del dipartimento di pubblica sicurezza. L’avvicendamento è stato deciso dal Consiglio dei Ministri.

Nata a Campobasso, Giuliana Perrotta è entrata al ministero dell’Interno nel 1981 e ha ricoperto numerosi incarichi. Commissario prefettizio in numerosi Comuni di Campania, Calabria e Puglia, nel 2008 fu nominata prefetto, incarico che ha svolto a Enna, a Lecce e Cagliari. Da maggio 2017 era a capo dell’Ispettorato generale dell’amministrazione a Roma.

Il Commissario straordinario del governo per le persone scomparse è stato istituito nel 2007, esso è delegato tra le altre cose ai rapporti con i familiari degli scomparsi e con le associazioni più rappresentative a livello nazionale, come PENELOPE ITALIA ONLUS.

Ecco il saluto della nuova Prefetto ai familiari e alle loro associazioni (dal sito del Ministero dell’Interno)

Giuliana Perrotta

“Nell’assumere da oggi il delicato incarico di Commissario per le persone scomparse, desidero rivolgere il mio primo pensiero ed affettuoso saluto ai familiari e alle loro associazioni, che spero di incontrare presto per assicurare loro, in continuità con quanto fatto sensibilmente dai miei predecessori, la vicinanza ed il sostegno dell’Ufficio.

I risultati eccellenti sinora raggiunti nelle ricerche, l’interesse manifestato dalla opinione pubblica e dai media, anche internazionali, mi spingono a intensificare ancor di più la collaborazione con i prefetti, le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie nella consapevolezza che la scomparsa è un fenomeno sociale e non è destinato a cessare.

Le iniziative che intraprenderò saranno, dunque, rivolte a introdurre meccanismi di prevenzione e conoscenza del problema, anche perché sono tante le scomparse di genere e quelle dei minori, soprattutto stranieri non accompagnati.

Per fronteggiare la situazione ritengo, pertanto, doveroso prospettare nelle competenti sedi istituzionali la questione della rideterminazione della dotazione organica della struttura organizzativa commissariale per adeguarla alle mutate e gravose esigenze di coordinamento operativo”.

E noi, le auguriamo  buon lavoro dottoressa Perrotta. C’è tanto da fare perché tante sono le famiglie cha attendono una soluzione.

Mauro Valentini

Logo Penelope Italia Onlus

 

#FridaysForFuture – La versione di Lorenzo

La manifestazione per il clima ha acceso le speranze dei giovani di tutto il mondo. Nel nome di Greta Thumberg per fermare il riscaldamento globale. La parola ora deve passare a loro

Un Venerdì 15 marzo che passerà alla storia. Una manifestazione contro un mondo governato da politiche che rimandano, sottovalutano e addirittura negano cosa stia accadendo al clima della Terra.

Greta

Tutto ha inizio questa estate quando Greta Thumberg, una studentessa svedese di 16 anni, ora diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco, decise di non presentarsi più a scuola per venti giorni consecutivi, fino al 9 settembre 2018, giorno delle elezioni politiche svedesi, manifestando in solitaria davanti al parlamento per chiedere di occuparsi più seriamente del cambiamento climatico. Il resto, lo ha fatto la rete, il coinvolgimento degli studenti di cento paesi nel mondo. Un tam tam digitale e relazionale. Una marea che si è mossa all’alba di questo venerdì per chiedere a gran voce una cosa che sembra quasi un paradosso: Salvare il clima. Salvare il futuro.

1.700 città, comprese le città di nazioni tra le più inquinate al mondo come l’India, la Cina, la Russia e paesi dell’America Latina. In Italia e Francia la mobilitazione più grande. A Roma il corteo è partito dal Colosseo e ha percorso via dei Fori imperiali, arrivando a fianco dell’Altare della Patria, dove hanno parlato tutti ragazzi, tranne il geologo Mario Tozzi, che ha ricordato quali sono i dati che terrorizzano e giustamente le nuove generazioni:

Il 2018 è stato il quarto anno più caldo mai registrato da sempre, a conferma di quanto dicono, e hanno dimostrato, ormai da tempo i ricercatori: la Terra si sta scaldando! Gli ultimi 5 anni sono stati i più caldi mai registrati nella storia, e 18 dei 19 più caldi si sono verificati a partire dal 2001.

Chi sono e cosa pretendono questi giovani, questa marea colorata e decisa a farsi sentire dai governi di tutte le nazioni? Questo milione di studenti italiani che ha sfilato in ogni città dove vuole arrivare? Noi lo abbiamo chiesto a uno di loro, Lorenzo Campanella, rappresentante di istituto al Liceo Ginnasio Francesco Vivona di Roma. Diciotto anni e lo sguardo rivolto al futuro. Alla pretesa di un futuro migliore.

« Purtroppo del clima non si parla mai a scuola. Eppure questa è una questione essenziale. Credo servirebbe un percorso di educazione alla cittadinanza da affiancare alla regolare didattica ma è un tema che non viene dagli insegnanti. Alcuni degli studenti più interessati si sono fatti promotori di questa organizzazione e in generale hanno sottolineato questa problematica rendendola nota a tutti. Nella nostra scuola questo è il secondo anno che, come studenti, organizziamo una giornata Ecologica per la sensibilizzazione e per la partecipazione attiva nel piccolo contesto scolastico. E la manifestazione di venerdì è stata fondamentale per fare un passo in avanti.»

Cosa chiedete ai potenti del mondo e cosa occorre secondo te?

«I problemi ambientali sono noti da anni, oggi non chiedevamo di cercare delle soluzioni ma di applicare le soluzioni che sono note da anni. Indubbiamente mettere in atto questi cambiamenti comporterebbe un impegno maggiore sia a livello economico che organizzativo per le aziende, ma senza questi accorgimenti nel giro di pochi decenni ci ritroveremmo in un mondo invivibile. Non bisogna azzerare il progresso o distruggere le industrie ma rendere sostenibile la loro crescita e garantire che le regole in ambito climatico-ambientale siano rispettate.»

Dove vuole arrivare questo movimento appena nato, e cosa speri per il pianeta nei prossimi dieci anni, quelli che, a dirla con le parole di Mario Tozzi, saranno quelli decisivi?

Roma venerdì 15 marzo 2019

«La mobilizzazione c’è stata, non solo adesso ma va avanti da tempo e penso che continuerà ad esserci. Esistono accordi internazionali, proposte popolari e di alcune organizzazioni, è giunta l’ora di applicarli. Ma la manifestazione di venerdì non avrà alcun senso se non ne seguiranno degli interventi effettivi.
Perché… Non abbiamo altra scelta! Dobbiamo agire proprio nei prossimi dieci anni, è l’ultima occasione che abbiamo. Il pianeta non si salva in piazza, si salva con delle leggi a tutela dell’ambiente a livello globale. Noi abbiamo voluto far capire che questa è una priorità e che queste regolamentazioni devono essere applicate al più presto.»

Fare presto. E fare bene, perché, come scriveva già cinquant’anni fa il precursore del pensiero ecologista, lo scienziato David Brower: “Non ereditiamo la Terra dai nostri padri: la prendiamo in prestito dai nostri figli”

Mauro Valentini

Ascolta Greta Thumberg 

Greta Thumberg per Fridays For Future

Ilaria Alpi – L’altra verità

Pino Nazio riscrive la storia di quel tragico mistero.

Mogadiscio in quei primi mesi del 1994 sembrava diventata il centro del mondo. Del mondo losco e terribile della politica internazionale e dei signori della guerra. Traffici di rifiuti e di armi percorrevano rotte misteriose che però avevano al centro sempre il corno d’Africa. Ilaria Alpi conosceva quel mondo, quelle piste battute dal male. Aveva capito.

Ilaria e Milan

È domenica quel 20 marzo 1994 ma non è una giornata di festa. Per Ilaria non esistono giornate di riposo e quella mattina, insieme al suo cameramen Milan Hrovatin, hanno intervistato un personaggio molto influente del Nord del paese. Qualcuno che sa. Nel primo pomeriggio, un pomeriggio caldo e pieno di vento, passate da poco le 14.30, Ilaria e Milan con il loro autista stanno spostandosi verso l’albergo, quando da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno sette, e fanno fuoco uccidendo i due giornalisti della Rai.

Da quel giorno inizia un calvario di false notizie, di incredibili retroscena che, dopo 25 anni ancora aleggiano e avvolgono il destino di Ilaria e Milan, e che sono ricostruiti con attenzione e passione nel nuovo libro di Pino Nazio, giornalista Rai e autore televisivo e letterario, dall’eloquente titolo: Ilaria Alpi – L’altra verità (Edizioni Ponte Sisto)

Perché Pino, Ilaria l’ha conosciuta. E conosceva la sua energia.

Occasione per parlare del caso e del libro con l’autore sarà la prima presentazione del volume a Roma il 19 marzo alle 11:00, presso “Spazio 5”, centro culturale di grande prestigio a via Crescenzio 99.

La locandina dell’evento

E io ho intervistato Pino oggi, in una pausa del suo lavoro, per capire cosa lo ha spinto ad affrontare un intrigo internazionale come questo che ha portato via Ilaria e Milan.

Ancora un tuo libro su un mistero insoluto. Cosa ti ha portato a parlare di Ilaria?

«L’averla conosciuta e non voler accettare la mancanza di un colpevole per la sua morte. Ilaria Alpi era una giornalista sui generis, sempre pronta a mettersi dalla parte dei più deboli, di chi soffre. E in una guerra, come quella che alcuni “signori” hanno scatenato anche contro una missione di pace, di gente che soffre ce n’è tantissima. Non era una giornalista investigativa.»

Pino Nazio

Come hai incontrato questa storia?

«Ho conosciuto Ilaria Alpi nel 1993 quando Donatella Raffai mi chiese di andare a fare un servizio in Somalia. In quel periodo Somalia era sinonimo di Alpi e l’ho chiamata. Lei è stata disponibile, mi ha dato tutti i consigli che si possono dare a chi non conosce nulla di un paese. I numeri degli uomini della scorta da contattare, dell’autista, di dove dormire, come muovermi in una città pericolosa, i contatto buoni da usare nelle diverse occasioni. Ci siamo sentiti quando sono tornato dopo aver realizzato il mio servizio e ci saremmo dovuti rivedere, ma lei andò prima in Bosnia e poi tornò a Mogadiscio per la sua ultima missione. In questi venticinque anni ho sempre pensato di trovare il modo per approfondire tutto quello che era collegato con la sua morte: scenari, mandanti, esecutori.»

Come hai affrontato l’inchiesta, qual è l’altra verità del titolo?

«Ho letto documenti e sentenze, ho incontrato molti di coloro che potevano avere delle informazioni utili, ho cercato tutti i collegamenti possibili tra gli eventi. E non mi sono accontentato delle versioni ufficiali, delle facili verità, di seguire il senso comune. Così mi sono accorto che c’è una verità altra, su cui, forse per motivi di realpolitik, non si è voluto cercare.»

Emerge in questa tragedia una figura tra le tante che mi ha colpito: quella di Marocchino.  Che sembra essere onnipresente.  È l’elemento chiave?

«Marocchino era l’italiano più potente in Somalia, c’era prima che arrivasse la missione di pace e ci è rimasto dopo. Aveva sposato una bellissima donna somala e vivevano nella più bella villa di Mogadiscio circondati da una trentina di uomini di scorta. Aiutava chiunque avesse dei problemi logistici a risolverli e su questo ha costruito la sua fortuna. Si è indagato molto su di lui, ma alla fine è uscito pulito da ogni accusa. Io non sono per i processi sommari, non mi piacciono le condanne mediatiche, amo cercare le prove.»

Ilaria Alpi

Qual è lo scenario,  in quali stanze si è deciso che Ilaria e Milan dovevano morire?

«L’ultimo capitolo del libro si intitola, appunto, “l’altra verità”. Non vorrei che una frase di troppo togliesse il piacere a qualcuno di leggere il libro per come ho voluto scriverlo.»

Hai la speranza che si possa arrivare ai colpevoli o almeno a una verità giuridica?

«Al tribunale di Roma pende una richiesta di archiviazione contro cui si sono espressi in molti. Una decisione non dovrebbe tardare, forse ci sarà dopo che si saranno spenti gli inevitabili fari che accenderà il venticinquesimo anniversario della sua uccisione. In ogni caso non bisogna smettere di cercare, come ci ha insegnato Ilaria e i suoi straordinari genitori. Vogliamo verità e giustizia.»

Mauro Valentini

Il caso Lavorini – Quell’omicidio che accompagnò l’Italia nel baratro delle stragi

Il Maestro Sandro Provvisionato ci lascia un racconto perfetto del tragico rapimento che 50 anni fa sconvolse il Paese

Quando ci incontrammo per l’ultima volta, ero a un passo dal completare la bozza del mio libro sul caso Marta Russo. Avevo bisogno di un suo consiglio e di una pacca sulla spalla, e lui mi ascoltò con pazienza e con quel sorriso bonario seminascosto dalla barba che lasciava presagire sempre qualche rivelazione importante. Due colpi di penna, la sua, e tutto mi apparì più chiaro. Poi, nel momento di alzarsi dal tavolino del bar dietro piazza della Minerva, mi disse quasi sovrappensiero: «Ho iniziato un percorso narrativo per raccontare quei tanti, troppi misteri insoluti di questo Paese. E partirò dal caso Lavorini. Lo conosci?» «No Sandro. Non lo conosco.» «Allora perfetto, così la sorpresa sarà più grande.» Fu l’ultima volta che lo vidi. Ci avrebbe lasciato poche settimane dopo.

Edizioni Chiarelettere

E ora che è uscito il suo libro postumo: Il caso Lavorini – Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia (Chiarelettere) ho capito perché quello era per lui un caso da cui partire. Quel rapimento posticcio, violento e senza nessuna pietà, preparato da un gruppo di delinquenti con la passione per la politica reazionaria, era stato la scintilla di un’escalation di violenza che poi porterà ai grandi, tragici fatti di quell’anno e dei dieci successivi.

Ma soprattutto, ritengo che a un Maestro come Sandro Provvisionato non poteva non colpire l’uso strumentale e politico che di quella tragica morte fu operato da chi, a colpi di dileggio, rovinò per ragioni politiche tante figure che uscirono, senza colpa alcuna, ferite a morte nell’anima e anche nel corpo.

Perché il “caso Lavorini” aprì il sipario sulla storia più nera della nostra Repubblica. Confessioni false, infinite ritrattazioni, veri e propri linciaggi, una storia incredibile che ha infiammato l’opinione pubblica che, stordita da notizie che si rincorrevano senza senso, trasformava in poche ore persone rispettabili in mostri, con la complicità di inquirenti che, invece di cercare il male, ebbero un ruolo preciso nell’intorbidire la verità. Che pure era lì a portata di mano.

Come Provvisionato spiega nel libro, tracciando un quadro d’insieme che non fa sconti, tutto si trasformò in una caccia alle streghe, travolgendo le vite di tanti innocenti imputati per un presunto delitto sessuale, smentito dai fatti. Giudici e forze dell’ordine restarono per anni in balia di un manipolo di minorenni che impunemente cambiarono mille volte versione, facendo nomi e cognomi che non c’entravano nulla e che vennero tirati dentro un tritacarne giudiziario e mediatico senza precedenti. Un secondo caso Montesi, quasi una fotocopia, un “metodo” su come si possa cavalcare una tragedia per rovinare innocenti.

Sandro Provvisionato

Solo dopo anni, la matrice politica del rapimento emerse: Il Fronte monarchico locale aveva arapito quel bambino per chiederne un riscatto, utile ad acquistare degli esplosivi che sarebbero poi serviti per compiere una serie di attentati. Era il 1969. Piazza Fontana era vicina, e con essa la fine dell’innocenza, se mai questa Repubblica sia stata mai innocente.

Un libro bellissimo, lucido e puntuale, scritto da una delle penne migliori del giornalismo italiano. Scritto da un Maestro. Scritto da Sandro.

«Nel lanciare le loro accuse, gli imputati del caso Lavorini sanno di far piacere all’opinione pubblica, sanno di obbedire a una necessità di odio dell’opinione pubblica.» Così scriveva a proposito di quel delirio di dichiarazioni Pier Paolo Pasolini. Un delirio che in questo libro appare chiaro e ancora attuale.

Sandro Provvisionato (1951-2017) è stato direttore di Radio Città Futura, capo dei servizi parlamentari e della redazione politica dell’Ansa, inviato speciale e vicecapo della redazione romana del settimanale «L’Europeo», capo della cronaca al Tg5. Per questa testata ha diretto anche la redazione inchieste, è stato conduttore del telegiornale della notte e inviato di guerra (in Kosovo, Libano, Iraq); dal 2000 al 2012, coautore e curatore del programma televisivo Terra!, di cui è stato anche conduttore. Ha fondato e diretto il sito misteriditalia.it, un archivio storico-giornalistico sulle vicende più oscure dell’Italia repubblicana. È autore di libri importanti sul caso Moro, la strategia della tensione, i tanti casi italiani irrisolti, tra i quali ricordiamo, con Chiarelettere: «Doveva morire» (2008), «Attentato al papa» (2011), scritti con il giudice Ferdinando Imposimato, e «Complici», con Stefania Limiti (2015). Questo libro è stato consegnato all’editore poco prima della sua morte, avvenuta alla fine di ottobre del 2017.

Mauro Valentini

 

Si torna a parlare di Antonella Di Veroli. Ma occorre fare qualche precisazione

Un articolo de Il Corriere della Sera riapre la discussione sul misterioso caso del delitto di via Domenico Oliva

Quando l’editore Sovera mi chiese di scrivere un libro-inchiesta e di scegliermi un caso irrisolto per il mio esordio letterario, io non ebbi il benché minimo dubbio. Pensai immediatamente ad Antonella.

Antonella Di Veroli.

Antonella

Una vicenda tra le tante che hanno colorato di rosso e di nero Roma negli anni 90, che però mi aveva lasciato una malinconica sensazione di impotenza. Quella storia, la storia di questa donna dal carattere forte e fragile allo stesso tempo, uccisa in casa e a cui mai era stata fatta giustizia meritava di esser raccontata. E soprattutto andava fatta chiarezza se non riguardo la sua morte, almeno sulla vita di Antonella, uccisa il 10 aprile del 1994 e poi uccisa dal vociare indegno e senza cuore di una stampa che ha cercato in tutti i modi di renderla in qualche modo “complice” della sua morte. Già perché senza troppi veli e giri di parole la si accusò di esser una donna che si accompagnava a uomini sposati. Una donna che a 47 anni ancora non si era creata una famiglia e che quindi in qualche modo “se l’era cercata”.

Mi offre l’occasione per riparlare del “Delitto della donna nell’armadio” un articolo del Corriere della Sera molto dettagliato e che ripercorre le tappe di questa terribile vicenda, offrendo spunti di riflessione su possibili nuovi scenari investigativi, a quasi 25 anni dall’omicidio.

Rileggendo il lungo articolo diviso in più tappe, qualche precisazione occorre però farla, perché se questa storia è purtroppo diventata una storia sbagliata, un caso irrisolto, lo si deve soprattutto ai dettagli, confusi e mai chiariti e che hanno di fatto reso impossibile (finora) la scoperta del colpevole.

Un colpevole che, questa la mia convinzione che ho espresso con forza nel mio libro “40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli” non può che esser qualcuno della cerchia ristretta, molto ristretta delle frequentazioni di Antonella.

i due fori della pistola che ha colpito Antonella (foto dagli atti del processo)

Perché Antonella (questo è appurato) riceve in pigiama colui (o colei) che la ucciderà qualche minuto dopo esser stato accolto.

Un pigiama, quello di Antonella, di quelli dozzinali, non certo eleganti, che lasciano chiaramente intuire fin da subito che chi ha ucciso ha familiarità con quella casa. E con quella donna.

Una familiarità che, a dirla tutta, forse in quattro, cinque potevano permettersi. Perché Antonella era riservata, gelosa delle sue cose. Impossibile pensare a una sua leggerezza notturna e a una apertura della porta a chicchessia. Chi l’ha uccisa la conosceva bene. Troppo bene.

Si diceva della necessità di alcune precisazione rispetto al pezzo del Corriere.

  • La prima è sul come è stata chiusa l’anta di quel maledetto armadio che si è portato via il respiro di Antonella. Si legge nell’articolo infatti che l’assassino è stato “previdente” nell’utilizzo della colla, ipotizzando quindi che l’assassino se la sia portata dietro, premeditando l’omicidio e anche l’occultamento. Ma non è così. E la dinamica spiega che non può esser così. Perché sappiamo benissimo dagli atti (pubblico anche la foto originale del reperto) che quella non era colla bensì uno stucco di proprietà di Antonella, quindi era in casa. Uno stucco che serviva a riparare qualche graffio sul bellissimo parquet di legno chiaro che si era fatta istallare da pochi mesi. Chi l’ha uccisa non aveva nessuna intenzione di farlo. Sono volate parole grosse forse, oppure qualche documento che Antonella non voleva riconsegnare? O che altro può aver acceso la discussione fino al tragico epilogo?
  • Il tubetto di stucco trovato in casa di Antonella (foto dagli atti del processo)

    Sempre su Il Corriere si parla di “odore di morte” che avrebbe consentito di trovare la povera Antonella. Ritrovata, va ricordato, dalla sorella Carla, dal cognato Giuseppe e da uno degli indagati: Umberto Nardinocchi, onnipresente in tutte le fasi della ricerca. Ebbene, questo odore non c’era. Ce lo dice nientedimeno che il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Talenti, Salvatore Veltri, arrivato immediatamente dopo la scoperta del corpo. Egli mi dice in una intervista riportata nel libro che: “non c’erano odori ne di colla ne di morte in quella casa”, Quindi, chi ha aperto l’armadio (proprio Umberto Nardinocchi) non lo ha fatto richiamato dall’odore, ma da altro. Da una sua intuizione? Una strana intuizione.

  • Nella ricostruzione si fa cenno a un acquisto di una bottiglia di Berlucchi da parte di Antonella quella notte in cui tutto accadde. Ma questa circostanza era stata già cancellata dalle ipotesi durante il processo e anche Carlo Lucarelli nel suo Blu Notte dedicato al caso, aveva fatto un esperimento sul posto escludendo tale ipotesi. Io ho scritto nel mio libro un capitolo a riguardo, dove tra l’altro spiego:

“I due gestori del “ Lucky Bar” di via Nomentana che si trova adiacente alla zona di Talenti dove viveva ed è morta Antonella si presentano spontaneamente ai Carabinieri e raccontano che la notte del 10 Aprile, poco prima dell’orario di chiusura una donna elegante d’aspetto è entrata per acquistare una bottiglia di spumante di una marca importante. I due gestori del bar ne sono sicurissimi, è Antonella Di Veroli la donna ben vestita che ha comprato quella bottiglia.

“Che ore erano?” chiedono i Carabinieri: “ erano circa le 23:00”.

La copertina del mio libro: 40 passi – L’omicidio di Antonella Di Veroli

La squadra investigativa scientifica dei Carabinieri rientra per un ulteriore controllo nell’appartamento, vogliono trovare riscontro di quella bottiglia. […[ Cercano anche nei cestini intorno via Domenico Oliva e nella zona, qualora chi fosse uscito se la fosse portata via insieme alla pistola ma non c’è traccia di quella bottiglia di spumante. Eppure sarebbe un elemento importante perché segnerebbe una svolta almeno nella dinamica dell’omicidio.

Certo una svolta alquanto difficile da ipotizzare: Antonella sarebbe dunque andata a piedi percorrendo più di un km nelle strade buie e deserte di quella domenica sera piovigginosa a comprare questa bottiglia, oppure più presumibilmente accompagnata da qualcuno perché la sua A112 non si è mossa dal garage dove era stata parcheggiata la sera stessa. Sarebbe tornata, a piedi o con il suo accompagnatore, salita in casa, spogliata messa il pigiama per poi subire l’aggressione fatale dal suo assassino che a questo punto deve esser per forza quello che l’ha accompagnata al bar, visto che dall’avvistamento al Lucky Bar alla morte di Antonella secondo quanto scritto dalla relazione medico legale non sarebbe passata più di un’ora.

Come è strana questa circostanza, molto strana, ma in mancanza di nessun altro appiglio investigativo la testimonianza viene verbalizzata e tenuta in seria considerazione.

Manca però una prova, un riscontro certo di questo passaggio di Antonella, che i due del bar ribadiscono aver riconosciuto soltanto dalla foto sul Messaggero del 13 Aprile e di non aver mai visto prima di quella notte.

Insomma, manca lo scontrino.

Lo cercano in casa di Antonella, nelle sue borse che si trovano in casa ma non lo trovano; allora gli uomini del nucleo investigativo si presentano al Lucky bar per farsi consegnare la matrice dello scontrino del 10 Aprile 1994. Ma con stupore i due baristi affermano che tale matrice è stata da loro consegnata a dei militari in borghese che si sono presentati qualche giorno prima. ( Nota: Corriere della Sera 18 Gennaio 97).

La matrice non c’è, non si troverà mai. Non vi è traccia di altri militari che hanno preso questa iniziativa, non ci sono verbali di sequestro ne di indagine a tal proposito, i due baristi non hanno la ricevuta del sequestro ne tantomeno prova che questo sequestro sia stato fatto.

Lo scontrino della bottiglia di spumante venduta il 10 Aprile 94 dal Lucky Bar per ben 30 mila lire non si troverà più, semmai sia mai esistito uno scontrino.

Il Lucky bar uscirà ben presto di scena nell’imbarazzo generale tra matrici perdute e dichiarazioni contraddittorie, la dinamica di quella sera in cui due colpi di pistola e una busta di plastica si sono portati via la vita di Antonella anche se appare poco chiara non ha spazio per questa deviazione notturna verso il Lucky Bar, troppo fuori mano per ogni ricostruzione possibile dei fatti.

Un mistero che forse non è un mistero ma solo uno scambio di persona”

  • C’è poi infine, un termine che non può non aver disturbato chi ancora ha nel cuore Antonella: si scrive all’inizio del racconto che proprio Antonella si fosse “incapricciata” di Vittorio Biffani. Il disagio per questa definizione pensavo fosse solo mio, ma non è così. Cosa voleva dire il cronista che lo ha scritto? Per questo ho consultato il Vocabolario della Treccani che, in riferimento al termine così lo descrive: “Lasciarsi prendere da un capriccio, da un desiderio ostinato e per lo più non durevole”.   Ma Antonella per quell’uomo aveva un sentimento molto più grande di questo, un sentimento non certo banale. Aveva perso il suo controllo consueto delle cose della sua vita, si era addirittura spinta a dar prestiti e a vagheggiare una vita possibile insieme. Quando Vittorio chiuderà questa storia, Antonella ricorrerà disperata d’amore anche a delle cartomanti e a dei cialtroni che approfittarono della sua disperazione (altro che capriccio) per toglierle dei soldi e illuderla. No, Antonella di Vittorio era innamorata. E forse lo era ancora, il giorno della sua morte.

Ospite insieme alla sorella Carla e al cognato Giuseppe di Rai Due

Io ho cercato di raccontare solo la donna Antonella, donna forte e fragile allo stesso tempo, colpita a morte prima dalle delusioni di una vita che stentava a regalarle tenerezza e amore e poi da una mano senza pietà che le ha sparato e l’ha gettata come una cosa dentro quell’armadio.

L’abbraccio della sorella Carla, indomita con il marito Giuseppe nella ricerca della verità è stato per me il momento più commovente di questa mia avventura letteraria. Così come le parole del vicino di casa, che incontrandomi a una presentazione del mio libro mi disse: «Grazie per quello che ha fatto. Lei ha tirato fuori dopo venti anni la signora Di Veroli da quell’armadio, dove gli inquirenti l’hanno dimenticata

La verità, Antonella. Meriti che qualcuno dica qual è la (tua) verità.

Mauro Valentini

Gli ultimi 40 passi di Antonella (foto dell’autore)

 

 

In memoria di Maria Pilar e di quella nostra meglio gioventù caduta da quell’aereo

Il nostro Paese più bello che muore su quel Boeing in Africa. Persone che dedicavano la vita alla ricerca e per gli altri. Il “Bel Paese”. Quello che non odia ma che ama. La nostra Italia migliore

Otto vittime, tutte dirette a Nairobi dove avrebbero partecipato alla conferenza sul clima organizzata dalle Nazioni unite.

La nostra migliore gioventù perduta per un difetto (forse) del software del 737.

Tra le vittime c’era Maria Pilar, romana, 30 anni da poco compiuti, con una voglia matta di vivere, viaggiare e soprattutto aiutare quei popoli in difficoltà, cercando di intraprendere una carriera diplomatica.

Maria Pilar si era laureata prima a “Roma Tre” per poi specializzarsi alla Luiss in Relazioni internazionali con 110 e lode.

Dopo un master di preparazione alla carriera diplomatica, ha lavorato per quasi quattro anni al World Food Programme dell’Onu. Era stata consulente anche per l’associazione di studio, ricerca e internazionalizzazione in Eurasia e Africa, e volontaria con il gruppo di Medici Senza Frontiere.
Nel suo profilo Facebook foto allegre e spensierate, un sorriso spiazzante e sincero. Nessuna autocelebrazione per quello che faceva, traspare l’idea di una ragazza che per natura faceva del bene e che aveva un sogno: un mondo migliore.

Una sua foto pubblicata su Facebook

Aveva dedicato la sua vita a questo scopo e proprio in quella terra è morta, cadendo da un aereo impazzito. Perduta per un destino incomprensibile. E più pazzo di quell’aereo maledetto.

Il mio dolore e il mio pensiero alla sua famiglia e alle altre famiglie che piangono questi eroi silenziosi. E veri.

Mauro Valentini

Ecco il comunicato ufficiale della WORLD FOOD PROGRAMME, l’organizzazione con cui collaborava Maria Pilar insieme alle altre giovani vite perdute.

dichiarazione del direttore esecutivo del world food programme – David Beasley

A Villa Francesca (Pomezia) parlando di Mirella Gregori – Ecco il video

Si è svolta domenica 3 marzo a Pomezia l’incontro presentazione del libro “Mirella Gregori – Cronaca di una scomparsa”.

Nella meravigliosa location di Villa Francesca, che ha ospitato con la consueta eleganza la manifestazione, si è parlato del destino di Mirella e della possibilità di una riapertura di quell’indagine che non è mai partita veramente.

Con l’autore del libro, hanno partecipato Antonietta Gregori, sorella di Mirella, e il duo musicale formato da Marco Abbondanzieri e Rodolfo Cubeta.

Per gentile concessione di Regioni in rete ecco il video commento all’incontro realizzato da Giulia Presciutti.